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Menato è chi menare si fa

Quando portavo a casa un brutto voto, poteva succedere che mio padre mi rifilasse un ceffone. Era un genitore all’antica: quelli moderni i ceffoni li danno al professore. I veri bulli sono loro. Tendono agguati ai presidi, prendono a testate gli insegnanti, minacciano di morte l’arbitro che ha annullato un gol alla squadretta di periferia in cui milita il pupo. Non si comportano da padri e madri, ma da fratelli maggiori. Mossi dall’unica preoccupazione di difendere l’onore della famiglia, oltraggiato dai giudizi di un estraneo al quale non si riconosce più alcuna autorità.

Massimo Gramellini, su La Stampa di oggi, dice probabilmente la verità. Ma, a mio modestissimo avviso, non tutta la verità. Parafrasando un saggio del nostro tempo, infatti, avrebbe potuto/dovuto aggiungere che menato è chi menare si fa.

Il che, sia ben chiaro, non significa rivendicare innanzitutto un diritto a farsi giustizia da sé, ma semplicemente che se siamo arrivati a questo punto la responsabilità non è soltanto dei bulli ma anche di tutti coloro i quali, a cominciare da “chi sta in alto,” hanno permesso a quei signori di farsi l’idea che certi comportamenti non siano destinati a provocare alcuna conseguenza spiacevole per gli autori.

Per dire, in certe situazioni un altro famoso maître à penser, un po’ più old fashioned del precedente, alle pretese bullesche di qualche scalmanato avrebbe replicato con quell’irridente e sferzante espressione che lo ha reso immortale: A chi? Detta, ovviamente, con quel particolare timbro di voce e accompagnata da quella certa mimica oltremodo efficace.

Naturalmente, ai suoi tempi, il Nostro avrebbe potuto mettere in conto un minimo di comprensione da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico e alla sicurezza dei cittadini, nonché dell’amministrazione della giustizia e dello stesso legislatore. Questo è il punto. Oggi, invece, la questione può essere affrontata facendo affidamento più che altro sul senso di dignità personale (o sulla temerarietà) di un singolo cittadino, preside, arbitro, ecc. E questo, ovviamente, non va bene …, ma, IMHO, è pur sempre meglio di niente. In fondo, in un clima di generale «anomia», non è che ci siano molte alternative, tranne il solito piangersi addosso o il regolarsi come il don Ferrante dei Promessi Sposi, che, in piena epidemia,

non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.

  1. floria
    4 marzo, 2007 alle 22:19

    Se si continua a far passare tutti gli insegnanti, indistintamente, come degli imbecilli che si fanno palpeggiare e irridere oppure come gente sull’orlo di una crisi di nervi pronta a immobilizzare con lo scotch il pargolo riottoso o a tagliargli la lingua se chiacchiera troppo, non c’è da meravigliarsi che poi qualcuno si senta in diritto di prenderli a mazzate. E che dovrei fare io, secondo te? Andare a scuola con il randello per difendermi?

  2. rob
    4 marzo, 2007 alle 22:39

    Guarda, Floria che io dicevo qualcosa di abbastanza simile a quello che stai dicendo tu. Infatti accennavo al clima di anomia generale, che ha molti padri e madri (trai quali una certa informazione superficiale e scandalistica).

    Poi, certo, ci possono essere meccanismi di autodifesa, che consistono non nell’andare a scuoola armati di randello, ma nel far capire che non si è disposti a tollerare di tutto, che si è fermamente intenzionati ad usare quei pochi “strumenti di dissuasione” che sono rimasti agli insegnanti.

    Ma, indubbiamente, il problema “è a monte,” cioè nelle norme disciplinari che o non ci sono, o sono troppo vaghe, o non vengono fatte rispettare da chi, gerarchicamente, dovrebbe.

    Dovremmo, in una parola, ripristinare “l’autorità,” che non è una parolaccia ma uno dei requisiti essenziali della convivenza civile.

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