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Riformisti addio

Se “la scissione dei Ds, ormai, è cosa fatta,” come sintetizza Maria Teresa Meli sul Corriere di oggi, e se persino Piero Fassino “ha capito che questo è un esito inevitabile, che Fabio Mussi e compagni se ne andranno,” bisogna gioire o rattristarsi? Parlo non tanto mettendomi dal punto di vista di quel popolo di sinistra—del quale, da non poco tempo, non posso più dire di far parte—che in questi giorni sta vivendo col fiato sospeso in attesa di sapere che cosa succederà, quanto da quello dell’Italia, cioè del “bene comune,” se posso permettermi di esprimermi così, ovviamente con la massima umiltà, sforzandomi soltanto di capire e senza la pretesa di ergermi a giudice di nessuno. Anche perché questo è un momento “alto” del dibattito politico, direi un momento storico, in cui il solito cicaleccio ha lasciato il posto a un dramma vero, crudo, lacerante.

Addirittura Mussi accarezza l’ipotesi di non partecipa­re al Congresso di Firenze, ad aprile. Motivo? «II rischio è che si trasformi in una rissa, con fischi e insulti con­tro di noi, con la gente che ci urla “traditori”». Ovviamente, completa la Meli, “c’è anche una giustificazione politica: perché andare alle as­sise nazionali se tanto c’è la scissione?” Questo per dare l’idea del dramma.

Dunque, gioire o rattristarsi? E chi lo sa? Innanzitutto, però, confesso che se c’è una cosa di cui sono sicuro è che la CdL ne gioirà. Questo vorrà dire qualcosa, suppongo. Certo la sinistra non ci fa una bella figura presso l’opinione pubblica, che tante distinzioni è piuttosto stufa di doverle fare, anche perché il bipolarismo ha fatto ormai breccia nel corpo elettorale (ma non più di tanto nei gruppi dirigenti e nella base militante dei partiti, soprattutto di centrosinistra).

Ma chi se ne importa della brutta figura se questa è ripagata da qualche vantaggio concreto? E allora, appunto, a cosa può servire la scissione? Faccio un’ipotesi: può giovare alla chiarezza. Cioè: i riformisti di qua e gli estremisti di là. Però c’è il rischio concreto che l’esito finale sia che una parte dei riformisti (ex Psi + Caldarola e Macaluso) saltino il fosso, cioè diventino, assieme al “correntone,” l’ala destra del rassemblement a sinistra del Pd caldeggiato da Bertinotti e Giordano (si veda l’intervista di quest’ultimo al Messaggero) e “garantito” da un sistema elettorale alla tedesca. Sembra di sognare, ma questo esito è davvero possibile, tanto è vero che si moltiplicano gli appelli affinché questo non accada, come ricorda “senza farsi troppe illusioni” Paolo Franchi nel suo editoriale sul Riformista:

Non so quante speranze abbiano quei dirigenti dei Ds (ma anche Giuliano Amato) che, con l’avvicinarsi dei congressi nazionali dello Sdi, della Quercia e della Margherita, si appellano ai «compagni socialisti» perché ci ripensino, e aderiscano al costituendo Partito democratico. Poche, direi, anche perché fatico a capire quale straordinaria proposta possano mettere in campo per convincerli in extremis.

E allora? Beh, se succede questo, se davvero, in nome del “socialismo” (si veda anche su questo punto cosa dice il “neo-socialista” Giordano nell’intervista già citata …), si butta a mare il riformismo, non so che mi dire. Tranne che sarebbe un male per l’Italia—che avrebbe semmai bisogno di mettere in quarantena la sinistra non riformista, come Schroeder insegna—e un bene per i massimalisti.

Un’ipotesi preferibile sarebbe, naturalmente, che gli scissionisti e i “compagni socialisti” facessero un partito (di consistenza sufficiente a resistere allo sbarramento “tedesco”) per conto proprio, lasciando perdere Bertinotti. Salverebbero il nome del socialismo e non indebolirebbero troppo il Pd a vantaggio della sinistra estrema. Questo potrebbe rivelarsi un bene, una soluzione persino preferibile ad una confluenza poco convinta nel Pd. Non resta che stare a vedere.

Categorie:interni, partiti
  1. azael
    19 marzo, 2007 alle 19:29

    piuttosto superficiale tacciare di estremismo chiunque abbia un’idea… riformismo non significa scendere a compromessi in nome di un’amministrazione di condominio allargata alla cosa pubblica

  2. rob
    19 marzo, 2007 alle 20:59

    C’è chi la chiama “sinistra radicale.” Io preferisco “massimalista” o “estrema.” Comunque “non riformista.”

  3. fausto
    19 marzo, 2007 alle 23:14

    se continuano così, di scissione in scissione, si riducono al due per cento.
    Riformisti non lo saranno mai. ci vuole il coraggio di guardare alla propria storia con verità per innovare e riformare e gli eredi del Pci, tutti da diliberto a veltroni, questa rifondazione nella verità del proprio cammino politico non l’hanno ancora fatta. le dinamiche che li spingono tra il riformismo e il massimalismo sono quelle della rimozione perpetua.
    per questo sono plliticamente finiti e si trasformeranno presto in un enorme partito radicale di massa, forse tanto chic e poco radical

  4. holden
    19 marzo, 2007 alle 23:24

    la seconda che hai detto, certamente, sarebbe preferibile. ma non credo che mussi & C. abbiano i numeri per superare lo sbarramento in solitaria, senza l’abbraccio fatale a bertinotti. e meno male che hanno a curoe il socialismo europeo…

  5. creo
    20 marzo, 2007 alle 7:46

    è un problema di contenuti, nè in Italia nè in europa i partiti hanno le idee chiare. mentre la fondazione di un PD presupporrebbe una visione del mondo abbastanza certa.

    siamo ancora all’epoca dei partiti politici combattenti (Cina 25 secoli fa)

  6. Paolo di Lautréamont
    20 marzo, 2007 alle 13:35

    Sono per la scissione: sarà la fine di un’esperienza negativa, dall’inizio.
    Da unaparte resteranno i puristi, privi di linea, che sarà data da RC. D’altra parte rimarranno gli affaristi, lasciati a mani libere.

  7. rob
    20 marzo, 2007 alle 14:08

    Mamma mia che pessimisti! Ehi, se la sinistra si auto-distrugge è la fine del sogno di avere una democrazia “intera,” cioè non zoppa, come ai tempi della Prima Repubblica, co una Dc “condannata” a governare e degli estremisti che si cullano nella propria eterna (e infantile) vocazione a fare l’opposizione parolaia (ideologica).

    Paolo, per favore, non avallare il teorema dei girotondini e del Piccolo Inquisitore che risponde al nome di Travaglio Marco. I rformisti ds sono l’avversario che un centrodestra che pensa al futuro deve augurarsi: una sana competizione tra forze che hanno nel proprio dna i geni del liberalismo (c’è sempre stato un liberalismo di destra e uno di sinistra).

    Il guaio, però, è che i riformisti hanno sprecato tutte le occasioni che si sono finora presentate. Ma questo non dovrebbe impedire ai liberali di contiuare a gridare, assieme a Piero Ostellino, Forza Fassino. Anche perché, appunto, altrimenti siamo perduti. Non trovate?

    Ciao a tutti.

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