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A sinistra del Vuoto

Lo confesso, da quando ho smesso di considerarmi “di sinistra,” riesco a seguire le cose che avvengono da quelle parti con una nobiltà d’animo e una capacità d’ascolto—per esprimermi come i vescovi quando parlano delle loro “pecorelle smarrite”—che prima neanche mi sognavo. Anzi, mentre un tempo me ne facevo quasi una malattia, mi arrabbiavo, mi indignavo e così via, oggi guardo le vicende che si svolgono su quel palcoscenico quasi con affetto. Ma queste considerazioni sono abbastanza private, dunque meglio parlare d’altro, senza cadere nella trappola di voler echeggiare l’insuperabile Adriano Sofri di ieri, cioè quello che su Repubblica ha adoperato toni lirici—una pagina, in effetti, che mi è sembrata particolarmente “ispirata” sotto il profilo letterario—per raccontare il travagliato momento storico che la sinistra italiana sta attraversando.

Sofri, però, malgrado la vena poetica, non è stato tenero, e questo, evidentemente, la dice più lunga di qualsiasi mozione dei sentimenti, a livello di analisi politica: non ha risparmiato niente e nessuno, mi pare. Né la “fascinazione del vuoto” (“il tale spostamento a destra creerà il tale vuoto a sinistra – o viceversa -e noi lo riempiremo. La politica guidata dalla domanda, come il mercato”), né “la proliferazione caricaturale – ma efficace, come sono effica­ci i bastoni fra le ruote – dei partiti (e di supposti leader, e veri e grevi apparati e clientele), né il Partito democratico che “poteva essere un’altra cosa,” cioè immune da quella fascinazione malefica cui “soccombe soprattutto la vocazio­ne centrista. Il centro è vuoto per definizione, un perenne risucchio, un maelstrom della vacuità, nel quale sprofondare a gara.”

Di oggi, invece, sono due interventi meno inclini al lirismo, né più né meno di quanto lo siano i due autori: la pacatissima e razionale Claudia Mancina, sul Riformista, e il sarcastico Riccardo Barenghi, l’interfaccia umano di Jena, su La Stampa. Piuttosto severa, la Mancina, un po’ con tutti. Con Boselli, giustamente, ma forse per la ragione sbagliata:

negativa la riproposizione, da parte di Boselli, del tema identitario, che addirittura risale fino alla scissione di Livorno per segnare i confini tra due partiti che oggi si collocano entrambi nell’Internazionale socialista. Verrebbe da chiedere: quanti italiani sotto i cinquant’anni sono in grado di ricordare di che cosa si tratta? Ma tant’è, chi mette al centro l’identità storica non è molto sensibile alle cesure che pure la storia produce in quell’identità.

Verrebbe da dire: d’accordo sui men che cinquantenni, ma ci sono i libri per chi è a corto di esperienze dirette, e sui libri, talvolta, le cose son raccontate meglio che dai testimoni e dai protagonisti … Però ha ragione, la Claudia Mancina, quando lamenta che

il dibattito sul Pd, in assenza di un più serio e approfondito confronto sui principi fondanti di una politica di centrosinistra oggi (che avrebbe dovuto toccare i temi del ruolo dell’individuo, dei limiti dello stato, della giustizia globale, eccetera), si è andato concentrando in modo quasi parossistico sulla questione del rapporto tra laici e cattolici. Una questione certamente importante, ma mal posta […].

Meno d’accordo, magari sul perché la questione sia mal posta: siamo proprio sicuri che oggi “i laici della sinistra e i cattolici della Margherita in gran parte condividono una visione liberale che non è più né quella solidaristica della Dc né quella collettivistica del Pci?” Io avrei qualche dubbio. Ed anche Barenghi, a dire il vero, che immagina il “bel Partito democratico che va da Fassino a Rutelli, passando per D’Alema, Veltroni e tutti gli (ex?) democristiani.” Dove il “bello” è un aggettivo barenghiano, cioè quanto meno carico di incognite …

Ma Barenghi entra anche in altri dettagli e non rifugge dagli scenari più complessi. Segue a tal riguardo una citazione un po’ lunga—ma chi se la sente di accorciarla?

E qui è un pullulare di partiti e partitini, gruppi e gruppetti, associazioni e singoli pensatori, compagni ubbidienti e dissidenti irriducibili, correnti e correntoni. Comunisti, socialisti, trotzkisti, sindacalisti, ambientalisti… riusciranno tutti questi radicali di sinistra a mettersi insieme dentro un qualcosa che compensi e faccia da contraltare al partito dei riformisti, magari alleandosi con loro per governare il Paese? Tutti no, qualcuno forse sì.
Rifondazione comunista, per esempio, è la forza principale di questa galassia. Ma sarà ancora comunista tra due anni? Lo sarà ma non lo sarà. Lo sarà, perché prima di buttare via quel nome e quel simbolo (sul mercato vale tra l’1,5 e il 3 per cento), bisogna andarci cauti. Ma non lo sarà, perché ha intenzione di uscire dal suo porticello e navigare in mare aperto. Che ormai si chiama socialista, tanto che da qualche tempo il suo leader Fausto Bertinotti parla solo di socialismo, di socialisti, di sinistra (europea), ma di comunismo niente, scomparso, defunto. L’aggettivo non c’è più. E non per caso: Bertinotti sa bene che il futuro della «sua» sinistra non potrà essere comunista, d’altra parte neanche il presente lo è più. Socialisti poi si definiscono quelli del Correntone Ds, che non entreranno nel Partito democratico ma che hanno urgente bisogno di una nuova casa che li accolga. Che non può essere comunista anche se andrà costruita insieme ai comunisti (ex a quel punto) di Rifondazione.
[…]
Dunque socialismo, la parola magica che dovrebbe significare quantomeno la socializzazione dei mezzi di produzione: obiettivo poco realistico nel nostro tempo, ma tant’è, l’importante è suggestionare, evocare, illudere, far finta di crederci. Tutti socialisti allora, Bertinotti e i suoi comunisti, Mussi e il suo Correntone ormai correntino (viaggia attorno al 15 per cento nei congressi e chissà in quanti lo seguiranno nell’uscita di sicurezza), Diliberto e Rizzo, che pur di non restare soli, sono pronti a dimenticare di chiamarsi comunisti. E mettiamoci pure i Verdi, che socialisti non sono ma che alla fine potrebbero pure diventarlo, per giusta e opportuna causa.

“Tutti socalisti, allora …”

Eh, Barenghi è uno che non perdona. Io l’ho sempre detto ch’era troppo forte per il manifesto … E adesso ditemi voi come si fa a non provare un moto di affetto per questa sinistra!

Categorie:interni, partiti
  1. floria
    23 marzo, 2007 alle 22:15

    Che dire? Mi sa che hai ragione. Bisogna distaccarsi da questo bailamme e fissare il tutto con lo sguardo sereno di Epicuro (sì, ma poi, quando arrivano le le elezioni, chi si vota?).
    Aggiungo: condivido anche il tuo post precedente, quello sui sedicenti (nel senso di “sé dicenti”) “blog politici” (che leggo, ma raramente commento: che senso ha discutere per chi ha già ogni verità in tasca?)

  2. rob
    23 marzo, 2007 alle 23:22

    Già, Floria, con lo sguardo rasserenato di Epicuro, e magari anche con il sense of humour di Thomas More, la levitas di Montaigne e l’ironia di Alessandro Manzoni. Bisogna pur inventarsi delle strategie di sopravvivenza.

    Poi bisogna votare, d’accordo, ma per fortuna questa incombenza non ricorre tutti i giorni, e in ogni caso si decide (o non si decide) volta per volta e senza prendere cattive abitudini.

    Quanto ai sedicenti, vedi, spesso è solo una questione di età … è un “privilegio” dei più giovani, suppongo, quello di avere pochi dubbi e molte certezze. Poi c’è il clima di barricate ideologiche che fa il resto. Qui si cerca di testimoniare un altro modo di stare al mondo, un prolungamento della mission pedagogica della tanto vituperata categoria. L’importante è non lasciarsi prendere dallo sconforto …

    Grazie per il supporto: da te fa dppiamete piacere. Ciao

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