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Vittoria amara

Vorrei dire che adesso le cose sembrano un po’ più chiare, che a piazza San Giovanni s’è fatto un passo avanti, ma sarebbe una verità parziale, perché avanti si va solo se c’è l’idea condivisa che ci si debba andare, all’incirca, tutti insieme, non due terzi sì e uno no. E poi, diciamolo, dei laici c’è bisogno, perché senza di loro, cioè senza i “lumi” e le rivoluzioni borghesi, non saremmo ciò che siamo. Così come loro, senza di noi, non sarebbero neanche potuti esistere. Per questo, a rigore, c’è poco da esultare, e la vittoria—schiacciante, perfino imbarazzante—è amara per noi papisti quasi quanto lo è la disfatta per la controparte. Sappiamo, in ogni caso, che se “qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere,” non sarà senza—e tanto meno contro—di loro che riusciremo a cambiare ciò che va cambiato, conservando però ciò che va conservato. Se solo si riuscisse a rispettarsi reciprocamente si sarebbe già in vista della meta. Infine, non vorrei sembrare scortese, ma a me pare che un appello come questo dovrebbe far meditare:

Io rispetto il pensiero degli altri, aspet­tando che maturi il rispetto per il pensie­ro o magistero di un Papa che mi piace, che sa dire quel che si deve dire a favore della ragione e contro il razionalismo astratto. E non sono papista perché voglio “strumentalizzare la religione” (com’è sempre banale, piatto, il pensierodell’onorevole Prodi, con tutti quei fratelli che sanno e che ragionano potrebbe informar­si almeno in famiglia!). Sono papista per­ché sento con sempre maggiore chiarezza che qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere, e che la li­bertà di vivere come a ciascuno pare e pia­ce, sacra in linea di principio, si sta rovesciando nell’obbligo di vivere come impo­ne l’ideologia secolarista, sempre confor­mi a una linea di fatto.

Se ne può parlare liberamente, della verginità prima del matrimonio che suona ruralismo ideologico e proibizionismo urticante contro l’uso precoce dei sensi, suo­na proprio così al cospetto dell’amor civi­le celebrato con il divorzio in Piazza Navona, ma se ne può parlare soltanto se venga rispettato, compreso, accolto con simpatia e non con irrisione l’insieme del discorso pubblico nuovo della chiesa cat­tolica e di tante altre denominazioni, cri­stiane e non (penso alla sortita del rabbino Di Segni sull’omosessualità).

O i laici si aprono al confronto, e si rein­ventano, oppure asfaltano una brutta stra­da che sarà percorsa dal carrozzone dell’incomprensione, della rigidità ideologica, chiunque vinca alla fine, e sappiamo tutti che la vittoria vola per adesso sulle ali di­spiegate dell’informazione di massa, della pubblicità di massa, della cultura di mas­sa supersecolarizzata. Ma per laici veri, vincere nel disonore di un mancato con­fronto, vincere non con l’ironia di una cul­tura che si contamina con quella più anti­ca e più densa dei cristiani, vincere con la forza d’inerzia, non è un premio. È una condanna.
[Dall’editoriale del Foglio di oggi]

Categorie:interni, religione
  1. StefanoC
    15 maggio, 2007 alle 7:53

    rob, sono abbastanza daccordo con quello che dici, ma non con quello che citi dal Foglio.

    qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere, e che la li­bertà di vivere come a ciascuno pare e pia­ce, sacra in linea di principio, si sta rovesciand

    Il problema è che quello che non funziona non riguarda i comportamenti privati (la religione, la sessualità), ma i comportamenti pubblici (quella che una volta si chiamava “questione morale”). E su questo (purtroppo ?) la Chiesa è molto meno vocale.

  2. rob
    16 maggio, 2007 alle 5:57

    SEcondo me, invece, tutto si tiene …

  3. Anonymous
    16 maggio, 2007 alle 18:17

    “Per questo, a rigore, c’è poco da esultare, e la vittoria—schiacciante, perfino imbarazzante—è amara per noi papisti quasi quanto lo è la disfatta per la controparte” …vittoria schiacciante? disfatta? a cosa ti riferisci? devo essermi persa qualcosa
    E a cosa si riferisce, quindi,”la vittoria” che “vola per adesso sulle ali di­spiegate dell’informazione di massa, della pubblicità di massa, della cultura di mas­sa supersecolarizzata”?
    Un “ciao” trasecolato
    Rolli

  4. rob
    16 maggio, 2007 alle 19:38

    Rolli, se a te non sembra una disfatta, che dire, chi si contenta gode …

    Però hai ragione su un punto: Giuliano Ferrara parlava di un’altra vittoria, quella per così dire, sulla componente della società che non va in piazza, ma non perché è “maggioranza silenziosa” nel senso classico dell’espressione, quanto perché è costituita da coloro che sono affetti da quella sorta di ottundimento dei sentimenti e della ragione che deriva loro dalla perdita di qualsiasi orientamento che non sia il sentire e il “pensare” dell’uomo-massa, puro consumatore, senz’anima, ridotto alla pura passività nei confronti di tanti cattivi maestri e maghi della pubblicità.

    Ferrara rivolgeva un appello a non cercare di vincere “in quel modo.” A me, ad esempio, dispiacerebbe che si confondessero i “lumi” con le lucciole–se mi passi l’accostamento un po’ ardito. Forse è perché il pensiero laico mi sta troppo a cuore! Perdona la franchezza. Un ciao vagamente malinconico.

  5. Anonymous
    16 maggio, 2007 alle 20:58

    Franchezza per franchezza ho il sospetto che tu abbia un concetto ardito e piuttosto fantasioso di “pensiero laico”.
    La disfatta? Rob, confermo il mio trasecolamento.
    Ti rammento che in piazza non solo non c’erano il milione e mezzo di persone millantato, per motivi strettamente matematici nonché architettonici, ma fra quei 260.000 c’erano anche persone alle quali dei Dico non fregava una cippa, mentre importava delle cose pratiche che dovrebbero sostenere la famiglia.
    Poi, sempre francamente, il cervello all’ammasso non mi pare ce l’abbia la maggioranza silenziosa, ma quella che si fregia di cartelli volgari e demenziali, che segue ciecamente papi e vescovi che ancora nascondono colpevoli di pedofilia, sottraendoli alla Giustizia e insediandoli magari a Santa Maria Maggiore con tutti gli onori. E le persone hanno portato in piazza i propri figli, su ordine di gente così.
    Scusa se poi la maggioranza silenziosa i suoi, di figli, li tiene ben alla larga
    Ma detto questo, mi fa specie che tu parli di vittoria schiacciante e di disfatta della controparte; un linguaggio di guerra inopportuno che, duole dirlo, ti scopre. Ed è deludente, lo ammetto
    Se poi è la guerra, che volete, accomodatevi; io dico che avrete brutte sorprese e certe sconfitte. Ma certo, potrei sbagliarmi. In ogni caso, prima vi converrebbe tappare le falle che avete provocato e che vi rendono più soli di quanto ancora non potete immaginare.
    Rolli

  6. Anonymous
    17 maggio, 2007 alle 12:30

    sull’imbarazzante son d’accordo, sullo schiacciante, molto meno, sulla vittoria, ???

  7. rob
    17 maggio, 2007 alle 14:53

    Rolli, onestamente il linguaggio “bellico” non penso sia soltanto una mia prerogativa, ma anche se lo fosse la cosa non mi imbarazzerebbe: la storia trabocca di “guerre culturali,” e questo ha prodotto spesso risultati eccellenti. L’importante è che a prevalere sia chi riesce a interpretare al meglio gli interessi e le aspirazioni della parte della società che è capace di guardare più lontano. Naturalmente non metto in conto che noi siamo d’accordo su chi sa guardare più lontano …

    Io non parlerei di chi innalza i cartelli più volgari. Avrei qualche idea in proposito, ma non mi va di occuparmi degli imbecilli che sempre si fanno riconoscere in queste circostanze. Parliamo solo delle idee e di chi le rappresenta al meglio, cioè nella maniera più nobile. Vedi, io non considero davvero “pericolosi” gli estremisti e i fanatici di tutte le guerre: quelli sono dei perdenti per definizione. Più pericolosi—ma anche più rispettabili, in realtà—sono le persone che hanno argomenti e non sono capaci di insultare. Combatterli è un privilegio, oltre che un arricchimento. Lo scopo non è umiliarli, né annientare le loro idee, ma solo dimostrare con le armi della dialettica che hanno torto. Ma per far questo bisogna dimostrare di possedere la capacità di comprendere le ragioni dell’avversario: di qui l’arricchimento, che in teoria dovrebbe essere reciproco.

    Lascerei perdere anche le accuse alla gerarchia cattolica. Le colpe dei portatori di idee, per quanto gravi, non inficiano la bontà delle idee medesime, così come una condotta ineccepibile sul piano personale non basta a certificare la validità di una visione del mondo. E’ vero che l’albero si giudica dai frutti che dà, ma allora bisogna prendere in esame la foresta nel suo complesso, non il singolo alberello o ramoscello.

    La mia idea di laicità, infine, consiste nella convinzione che il dibattito è sempre preferibile al monologo. Anche se una delle due parti, essendo una religione, parla in nome di una «verità». Ma questo è un altro problema. Magari me ne occuperò in un prossimo post, sempre che gli impegni che mi assediano in questi giorni mi lascino qualche attimo di tregua. Stammi bene.

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