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Dove vuole andare a parare?

Dove vuole andare a parare? Se lo chiedono tutti, e sarebbe bello che qualcuno avesse la risposta. Ma forse non lo sa nemmeno lui, LCdM, e comunque, se così fosse, la cosa gli farebbe onore, o almeno lo metterebbe al riparo da certe reazioni. Dovrebbe, però, preoccuparsi di farlo sapere in giro, il che gli eviterebbe di beccarsi mazzate come quelle che Oscar Giannino gli ha assestato oggi su Libero: un massacro degno di un film di Quentin Tarantino, o almeno così a me pare. Davvero troppo, anche se le argomentazioni non mancano. Il punto, però, è che le argomentazioni non mancano neanche a LCdM. E semmai il problema, o l’«equivoco», come si esprime un editoriale del Foglio, è “dove va a parare?” Perché, vabbè, la destra italiana non è sarkozista (“politicamente iperprofessionale”), cioè (forse) “capace di realizzare un progetto organico di riforma,” ma nel bipolarismo è da quelle parti che gli imprenditori sanamente tecnocratici e compagnia bella si vanno a collocare. Il resto son chiacchiere.

Oppure LCdM è soltanto un “ambizioso,” come taglia corto Giannino. Dai tempi dell’assassinio di Cesare—almeno stando a William Shakespeare—quella dell’ambizione è sicuramente un’accusa da non prendere sotto gamba, però non bisognerebbe dimenticare che a Bruto quella celeberrima argomentazione è costata cara … Ricordiamo tutti quel perfido individuo di Marc’Antonio che ripete il mantra: “Ma Bruto dice che Cesare era ambizioso, e Bruto è un uomo d’onore …” Ok, chiedo venia per gli accostamenti, ma, di grazia, da quando in qua, caro Giannino, è una cosa così orribile essere ambiziosi? E poi, parlando fuori dai denti, chissenefrega se quello là è ambizioso?

Con questo non voglio certo spingermi fino a sponsorizzare i toni—ma i contenuti sì, perbacco!— dell’editoriale odierno del Corriere, a firma di Dario Di Vico:

Quegli imprenditori che sono stati capaci in regime di moneta unica (senza le generose svalutazioni di una volta) di riconquistare palmo a palmo decisive quote di export, ora si chiedono perché debbano essere finanziate comunità montane a pochi metri di altezza sul livello del mare, perché i consiglieri della regione Veneto abbiano diritto ai funerali gratis e perché si dilapidi denaro pubblico per tenere in piedi istituzioni quasi inutili come le province. Chiedono se la politica abbia scelto come missione quella di perpetuare se stessa e il suo ricco indotto o piuttosto non debba dedicarsi a costruire l’Italia del 2015.

Una cosa è certa, ed è quella che ha sintetizzato Antonio Polito: Montezemolo ha parlato da leader dei Volenterosi. Un’altra certezza è che Pierferdinando Casini ha condiviso il discorso del presidentissimo, in linea, del resto, con ciò che qualche settimana fa auspicava Bruno Tabacci: un allargamento dell’area Udc a personalità esterne. Se poi alla «nuova borghesia consapevole» di cui parla LCdM siffatta prospettiva possa interessare è ovviamente un altro discorso. Del resto, come ha scritto Giannino,

il presidente dai mille incarichi ha una massima ben chiara: tipico dei veri ambiziosi è farsi portare dalle onde, senza curarsi della schiuma. Non l’ha mica detta un fesso qualunque, ma uno che al potere ha pensato mezza vita e per l’altra l’ha gestito personalmente: Charles de Gaulle.

Ora, c’è un’ultima certezza da spendere a beneficio dei lettori di questo blog: De Gaulle, appunto, non era un fesso. Il resto è sommamente incerto e opinabile. A meno che non ci si fidi di uno che ha una certa esperienza nel settore, e che ha tagliato corto come Giannino (ma con molta più grazia …): «Il discorso del presidente di Confindustria di ieri? L’ho trovato con un tono troppo didattico. Soprattutto dirò a Montezemolo di non pontificare e di lasciare queste cose ai vescovi». Stiamo parlando—ma occorre dirlo?—di Gilio Andreotti. Eh, eterna Democrazia Cristiana!

Categorie:interni, uomini d'onore
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