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Se Melloni attacca il Papa avra’ le sue ragioni …

Lo storico cattolico Alberto Melloni attacca duramente, attraverso Il Riformista, il Motu Proprio di Benedetto XVI che stabilisce la libertà dei fedeli di chiedere ai propri parroci (e non più ai vescovi) la celebrazione della messa in latino, quella “spalle al popolo” che si avvale del Messale di san Pio V rivisto nel ’62. Liberissimo di farlo, naturalmente, del resto la decisione del Papa è di quelle che lasciano il segno, e dunque non possono piacere a tutti. Quel che lascia perplessi, però, è la scelta delle argomentazioni. In particolare queste (di seguito, le mie considerazioni):

«Secondo me il papa ha agito come uno di quei professori del liceo che quando ha di fron­te dei casi “disperati”, decide di dare loro un 6 politico per promuoverli nonostante non se lo meritino. Ecco, il papa col Motu Proprio dell’al­tro giorno ha voluto dare ai lefebvriani un 6 po­litico in liturgia: promossi nonostante tutto».

E chi lefebvriano non è mai stato, come il sottotoscritto, e ciononostante condivide la decisione del Pontefice? E’ totalmente irrilevante?

«Il concilio di Trento volle andare contro il soggettivismo e il relativismo propri del protestante­simo ma oggi, tornando al rito tridentino, è proprio il relativismo (il fatto che ognuno possa partecipare alla messa che vuole) che viene messo in campo. Quanto al Vatica­no II, poi, credo che Ratzinger contraddica in questo modo la lettura che egli diede nel fa­moso discorso del 22 dicembre 2005. Qui parlò della necessità di leggere il Vaticano II in continuità con la tradizione passata e non come una rottura, ma chi ha tradito la Chiesa e quindi ha creato una frattura sono stati pro­prio gli scismatici lefebvriani, mica altri».

Come sopra. Inoltre, appunto, a chi lefebvriano non è mai stato, ecc., ecc., non sembra che il tradimento di Lefebvre sia una ragione sufficiente per non consentire al credente di scegliere liberamente a quale messa assistere. Sul “relativismo” ogni commento mi sembra superfluo.

«Diciamolo chiaramente: è grazie al Vaticano II che la fede ha potuto con­tinuare a essere trasmessa. È grazie alle messe celebrate magari con tanto di “schitarrate” strampalate, con le chiese illuminate da neon “da Ipercoop” e in luoghi dall’architettura for­se non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata. Cosa hanno fatto, invece, gli scismatici lefebvriani per la fede della Chiesa? Poco o niente. E adesso che il papa concede loro questo Motu Proprio ecco che ri­spondono con un comunicato come se avessero ottenuto una vittoria do­po anni di resistenza e di lotta».

Come sopra. Inoltre, a chi di Lefebvre non può importare di meno e cinonostante ecc., ecc., potrebbe invece interessare, e molto, capire in forza di che cosa Melloni può affermare che “la fede ha potuto con­tinuare a essere trasmessa” grazie alle messe celebrate a suon di schitarrate, ecc. Comunque, diciamolo francamente, se Melloni ha maturato un convincimento così netto avrà sicuramente le sue ragioni, magari molto soggettive. Forse così soggettive da non poter essere facilmente condivise né adeguatamente spiegate.

Categorie:religione
  1. Stefano
    11 luglio, 2007 alle 9:58

    Non so se le schitarrate aiutino a trasmettere la Fede più o meno del latino. Secondo me la Fede si trasmette con l’esempio più che con la liturgia. Le riforme del concilio nel senso di una maggiore partecipazione dei fedeli hanno però forse rallentato la “fuga” dalle chiese.

    Io che sono nato negli anni ’60, penso che avrei smesso di andare a messa molto prima se questa fosse consisitita nello stare per un’ora a guardare la schiena del prete che borbotta qualcosa di incomprensibile in latino…

  2. DM
    11 luglio, 2007 alle 10:27

    Adesso difende i vescovi contro il papa. Ai tempi della nota sui dico erano gli stessi vescovi oggetto dei suoi strali polemici.
    Il pregiudizio prevale sempre sulle argomentazioni.
    Ridicola infine l’accusa al papa (e al fratello don Georg) di celebrare nella propria cappella privata “versus Deum”

    Davide

  3. Hoka Hey
    11 luglio, 2007 alle 10:43

    Non c’è da sorprendersi per le parole di Melloni. Lo storico dà troppa importanza ai seguaci di Lefebvre, o meglio, lascia credere che la decisione del Pontefice sia tutta e solo una mano tesa ai tradizionalisti. Non capisce, o fa finta di non capire, che la ferita che Benedetto vuol sanare ha le sue origini nel modo in cui una certa Chiesa progressista ha voluto interpretare il Concilio Vaticano II. La riforma liturgica fu un modo attraverso cui si mischiarono le carte.
    Il Pontefice sottolinea che il Concilio Vaticano non è stato una rottura con il passato. Lo spirito conciliare è stato, invece, malinterpretato e ‘manipolato’ da qualcuno. Melloni appartiene alla scuola di Dossetti e Alberigo, i quali rappresentano l’anima, almeno in Italia, del cattolicesimo progressista (= cattocomunisti in politica).
    Il Papa col Motu Proprio sottolinea che il messale del ’62 non è mai stato abrogato. L’abrogazione infatti avrebbe voluto dire che, per secoli, la Chiesa aveva praticato una liturgia ‘errata’. Invece, il messale del ’62 è sempre rimasto in vigore. La libertà di usare il rito di Pio V oppure il Novo Ordo, sancita dal Concilio, fu contrastata e sovvertita dalla corrente ecclesiastica progressista, che, appunto, mise ‘fuori legge’ il rito tradizionale. Non va infine dimenticato che l’iniziativa di Benedetto XVI prosegue un processo avviato da Giovanni Paolo II e volto a recuperare l’unità della Chiesa.

    HH

  4. rob
    11 luglio, 2007 alle 12:14

    Stefano, può darsi che sia come dici, cioè che avresti smesso di andare a messa molto prima “se questa fosse consisitita nello stare per un’ora a guardare la schiena del prete che borbotta qualcosa di incomprensibile in latino…”, ma non avendo sperimentato l’ipotesi alternativa non puoi esserne certo. Ed è quel che dicevo io. Però, secondo me, hai ragione sulla prima parte del tuo ragionamento.

    DM, sono d’accordo con te.

    Hoka Hey, siamo d’accordo. Aggiungerei che il Motu Proprio ha un altissimo valore simbolico. Io mi aspetto anche un ritorno in grande stile del canto gregoriano. Per un fatto non solo estetico, ma soprattutto di rigore e di disciplina mentale. Cioè, in ultima analisi, di rispetto per il sacro, che è ciò che è venuto drammaticamente meno in questi anni, anni in cui si va in chiesa masticando gomma e con le mani in tasca. Stare a casa, in certi casi, può essere una manifestazione di rispetto più grande che andare in chiesa e starci come non si dovrebbe. Una questione, appunto, di disciplina.

  5. Ismael
    11 luglio, 2007 alle 13:59

    Chissà se melloni è a conoscenza del fatto che certi messali africani, stra-approvati dalla Chiesa, autorizzano i fedeli a indossare costumi tradizionali sgargianti, a cantare e danzare al suono di musiche tribali, nonché in generale a “comprimere” la liturgia eucaristica.
    E’ un motu proprio di segno assai “relativistico” pure quello, no? Aspetto con ansia che lo metta coerentemente sotto accusa, allora…

  6. Hoka Hey
    11 luglio, 2007 alle 15:06

    Condivido quanto aggiungi al mio commento. Forse può interessarti quest’articolo di Messori sul Corriere dell’8 luglio scorso(http://www.et-et.it/articoli2007/a07g08.htm).
    Secondo lo scrittore cattolico, su un punto avrebbe ragione Melloni e torto io: Benedetto XVI avrebbe effettivamente emesso il motu proprio anche per recuperare la dissidenza dei lefevriani.
    A parte questo, trovo interessante quanto Messori dice alla fine dell’articolo. Cazzuti questi lefevriani!!!
    Ciao

  7. Anonymous
    11 luglio, 2007 alle 18:10

    HH

    Tu, e altri come te, avete la passione per le ricostruzioni di fantasia. Il messale del 1962 non è mai stato abrogato, vero, ma con l’approvazione del Concilio e per volere reiterato di tutti i papi da allora (fino ad oggi) gliene è stato preferito un altro. Per giunta era stato previsto che quello vecchio (ops, ‘tradizionale’) potesse essere celebrato solo previa autorizzazione del vescovo.

    Capisci da solo di aver scritto un mucchio di fesserie, credo. Nessuna ‘messa fuori legge’, nessun Golpe dei vescovi comunisti, che hanno agito nel perfetto rispetto della riforma conciliare: esercitando la propria potestà nell’accogliere o rifiutare (eventuale, ma non mi pare frequente) richiesta dei fedeli.
    Tant’è che il Motu proprio rimuove esattamente quella norma, ergo non si limita ad esprime la corretta interpretazione di qualcosa, ma cambia le regole. L’autorizzazione del vescovo non è più richiesta – segno che prima lo era, ripetiamo, nessun abuso komunista.

    Ora, io fossi in te mi chiederei perché da informazioni trasparenti a tutti tu sei giunto a scrivere frescacce fantacleropolitiche.

    ismael, ti voglio vedere a celebrare la messa in latino in Burundi.

    Mi pare che nessuno abbia colto il punto teologico di questa faccenda, che coinvolge il problemino non da poco del perché il messaggio di Gesù sia rimasto celato a tanta parte dell’umanità per secoli e secoli. L’uso del latino rimarcava questa distanza e alludeva alla questione. Difficoltà teologica a cui era stata opposta una soluzione pratica. Oggi evidentemente il problema non si pone più. La missione evangelizzatrice della Chiesa di Roma incorpora la lingua della liturgia, o almeno quell’esclusività romanocentrica viene sentita come meno problematica.

    Auguri

    Return

  8. rob
    11 luglio, 2007 alle 21:42

    Hoka Hey, vado a leggere l’articolo di Vittorio Messori, che ignoravo (grazie!).

    Ismael, il Motu Proprio come quintessenza dell’0pinabile …

    Return, che “il messaggio di Gesù sia rimasto celato a tanta parte dell’umanità per secoli e secoli” è un’opinione interessante, ma piuttosto personale …

  9. dopobarba
    11 luglio, 2007 alle 22:40

    La “soppressione” di fatto del messale appena riformato da Giovanni XXIII contraddisse certamente la tradizione di 15 secoli di liturgia. Benchè si potesse ritenere utile innovare con gli idiomi regionali, la soppressione di fatto risultò a chi la subì una prevaricazione ideologica. Non esiteva una spiegazione diversa, ciò che era lecito e lo era stato per secoli diveniva illecito e tracciava un confine fra chi era tra i giusti e chi no. Fu un trionfo per coloro che auspicavano l’innovazione e un’umiliazione per chi si sentì legato al “vecchio” e divenne reietto. A nulla valse che schiere di intellettuali di prestigio chiedessero un ripensamento, i vincitori vollero la vittoria totale. Gli stessi vincitori ora si rammaricano, la loro vittoria pare a posteriori, esere decretata parziale e forse anche riconosciuto l’abuso. Il Papa non ha fatto altro che ammettere che le strade non sono solamente una, i probi devono fare posto anche al pensiero degli altri. Per questi, dal momento che 35 anni sono una buona parte di una vita, il riconoscimento di un’ingiustizia sana, anche se parzialmente, un torto. Certamente è più giusta questa situazione se non altro perchè riconosce che la tradizione ha in sè grandi valori tra i quali la protezione dall’errore con il rispetto di ciò che è giunto fino a noi. I Melloni non dovrebbero sentirsi impoveriti a meno che del loro privilegio non abbiano fatto un uso eccessivo, in tal caso chi è causa del suo mal pianga sè stesso.

  10. Anonymous
    12 luglio, 2007 alle 9:00

    Non capisco

    Prima di Cristoforo Colombo e Matteo Ricci, come avrebbero fatto americani e cinesi a sapere niente di Gesù?

    Che c’è di personale?

  11. rob
    12 luglio, 2007 alle 10:21

    Avevo capito un’altra cosa (che l’uso del latino avesse tagliato fuori moltissimi dal messaggio evangelico). In quest’altro senso non c’è dubbio che sia come dici, però, lo confesso, mi sfugge il significato del riferimento. Ci rifletterò su …

  12. Anonymous
    12 luglio, 2007 alle 10:42

    Ti invitavo a collocare la riforma liturgica nel suo contesto. Teologicamente parlando, rimarcare con l’uso del latino la continuità liturgica evidenziava per contrasto lo scandalo di una diffusione selettiva del Verbo. Attenuare la continuità significava invece alludere alla possibilità che ogni popolo ‘scoprisse’ o rigenerasse all’interno della propria tradizione il messaggio evangelico (da cui i tanto sfottuti tamburelli). Il che era un rimedio pratico, ripeto, a quella difficoltà teologica (oltre che al rischio politico di ritrovarsi l’evangelizzazione rigettata nel processo di decolonizzazione).

    Return

  13. L&F
    13 luglio, 2007 alle 17:26

    Io non capisco come si possa perder tempo a parlare dell’ennesimo Papa che per attirare i giovani ripristina messe in latino, parla di povertà con una catena d’oro al collo da un chilo e il berretto di ermellino che neanche lo stilista Cavalli disegnerebbe…Mah, il mondo è ben strano…

  14. rob
    13 luglio, 2007 alle 20:00

    Giustamente, nel tuo ultimo post, esordisci dicendo: “Parlo da ateo, premessa non omissibile …”

    Premessa neppure ininfluente …
    😉

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