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Heidegger a colloquio

Heidegger non smentisce se stesso, neanche quando fa il verso a Platone, cioè in forma di dialogo o colloquio. E dunque spiegare qualcosa o cercare risposte gli interessa poco o punto, a vantaggio di un pensare che si mantiene nel libero interrogare. Ed ecco i Colloqui su un sentiero di campagna, scritti tra il ’44 e il ’45, ora tradotti da Adriano Fabris e Antonia Pellegrino e pubblicati da Il Melangolo (pagg. 234, euro 30). Li recensisce con una certa “eleganza” Alessandra Iadicicco sul Giornale di oggi, insinuando il dubbio (fondato) che il filosofo non abbia mai letto Shakespeare, in particolare quella battuta dell’Enrico IV (parte I, atto 2, scena 3) che,

con tono soavemente beffardo, col piglio leggero del bardo che andava cogliendo fior da fiore tra gramigne urticanti, avvertiva: «Ma io vi dico, signor mio idiota, che di tra quel cespo d’ortica, che è il pericolo, noi cogliamo quel fiore che è la salvezza».

Infatti il Nostro preferì citare a più non posso gli Inni di Hölderlin (quegli «orrendi inni superflui», come ebbe a definirli un impietoso Gottfried Benn), in particolare il motto secondo il quale «Là dov’è il pericolo/ cresce ciò che salva», che del resto, detto tra noi, non è niente male. Anche se Shakespeare, ovviamente, è un’altra cosa.
Categorie:filosofia
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