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Pour l’Histoire

Più volte, negli ultimi tempi, sui media, vecchi e nuovi, sono rimbalzate notizie che avevano più le stigmate della Storia che le caratteristiche della cronaca, e questo malgrado una certa tendenza ad inflazionare alquanto l’aggettivo «storico», il che non aiuta di certo a distinguere correttamente tra i due reami. Ma ciò fa parte del gioco, e sarebbe grave abdicare al dovere, che anche nella blogosfera è avvertito, di chiamare le cose col loro nome—o almeno di provarci, con un minimo di onestà intellettuale—perché qualcun altro sta abusando di qualche sostantivo e aggettivo.

Ad esempio, il ragionamento—riportato dal Foglio di oggi—che Giulio Tremonti ha volto nel corso di una lezione tenuta a Padova, alla scuola giovanile estiva di Forza Italia, si fa carico della necessità di far emergere, nel dibattito politico odierno, elementi, stimoli e preoccupazioni che di solito la politica trascura, e ciò proprio perché la Storia non è esattamente di casa in quel dibattito. Tremonti sottolinea che occorre “portare a sintesi la profondità di una visione aggiornata della storia contemporanea e futura; introdurre materiali coerenti con il nuovo schema individuato”. E questo schema dice in sostanza che la battaglia delle idee non consiste nella pura e semplice contrapposizione fra modelli economici differenti, ma si gioca su un terreno nel quale si confrontano “visioni alternative della società,” chiamando in causa “la storia, i valori, lo spirito.”

Mi sembra un ottimo approccio. Ma torniamo alle notizie che, come suggerivo, sembrano avere a che fare più con la Storia che con la cronaca.

E’ «storico», ad esempio, lo sforzo di Benedetto XVI di raddrizzare i sentieri della cristianità, che in materia di «eclissi dei significati» non è sembrata granché all’altezza delle sfide, molto probabilmente in forza di un vistoso sbilanciamento tra la necessità che la Chiesa sia nel mondo e il dovere dei cristiani di non essere, tuttavia, del mondo, a vantaggio, naturalmente, della prima. Ogni volta che se ne è discusso, anche su questo blog e tra i blogs, del resto, mi è sembrata proprio questa l’impresa più ardua: distinguere tra ciò che è negoziabile e ciò che non lo è, in una prospettiva religiosa e nelle conseguenze che ne derivano per chi vi si riconosce.

In un’ottica analoga, ed è all’incirca un argumentum a contrario, si può dire che alla Storia debba essere ascritto anche il caso Buttiglione: episodio altamente rivelatore, emblematico, di una guerra che è stata dichiarata a quei credenti che “pretendono” di esercitare laicamente, ma senza rinunciare alla propria fede religiosa e a ciò che essa comporta, il diritto-dovere di fare politica. La distinzione tra «reato» e «peccato» è stata giudicata troppo capziosa per essere considerata accettabile in un Commissario europeo … Ricordo di aver letto, a suo tempo, su un blog britannico e blairiano di prima grandezza, quello del giornalista e scrittore Stephen Pollard, non credente, un giudizio molto severo nei confronti dei “censori.” Pollard era sorpreso e indignato per ciò che si stava materializzando in Europa, né più né meno di quanto lo fosse un qualsiasi “cattolico non adulto” che si rispetti.

Il siluramento di Buttiglione, comunque, è servito quanto meno a chiarire come stanno le cose, e da questo punto di vista bisognerebbe esser grati a chi ha compiuto lo «storico» misfatto.

Ma, più recentemente e in ambito più specificamente politico, è il neoeletto presidente francese che ha fornito materia su cui riflettere. Sarko, difatti, ha scelto di mettere in qualche modo al centro della sua vittoriosa campagna elettorale il proposito di «tourner la page de mai 68», che è come dire “rimettiamo in discussione tutto,” perché il ’68 è carne della nostra carne e sangue del nostro sangue, ci siamo dentro tutti, anche coloro che hanno esultato all’idea perché hanno capito che tutto è cominciato allora. «“L’immaginazione al potere”—ha proclamato Sarkozy—è stato un magnifico cavallo di Troia». Per far passare cosa lo sappiamo bene: un assalto a tutto ciò su cui una società dovrebbe reggersi, a cominciare dalla religione, dal principio di autorità e dalle identità nazionali.

«Da allora non si può più parlare di morale in politica, ci hanno imposto il relativismo morale e intellettuale. Gli eredi del ’68 ci hanno detto che non c’è alcuna differenza tra bene e male, tra bello e laido, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori».

Ci voleva coraggio per scegliere un simile terreno per il confronto elettorale. Sarko lo ha avuto e ha vinto. Chi ha orecchi per intendere intenda.

Tutto questo, e altro ancora, ci richiama alle nostre responsabilità civiche. Voglio dire che abbiamo il dovere di distinguere. Parliamo pure delle beghe partitiche, riferiamo, commentiamo, ironizziamo nello stile blogger, ma quando incrociamo la Storia drizziamo le orecchie, sintonizziamo le antenne, approfondiamo, e soprattutto scriviamo, senza imbarazzi. E prendiamo posizione. Anche a costo di condannarsi alla marginalità blogosferica. Perché l’auspicio, va da sé, è riferito a quanti non si identificano nel mainstream, mediatico o blogosferico che sia, non riconoscendosi nel «pensiero unico» che abbiamo imparato a conoscere bene. Chi “sta dall’altra parte,” invece, ha tutto l’interesse a minimizzare e relativizzare (of course …): è principalmente nella noia del gossip cultural-politico che la Storia viene solitamente camuffata da cronaca spicciola, ad esempio facendo passare gli appelli alla coerenza di un Pontefice per sordida propaganda politica, oppure, nella migliore delle ipotesi, per un protervo attacco alla laicità dello Stato.

Nella blogosfera, e in qualunque altro spazio pubblico di dibattito e di confronto, è soprattutto con la Storia che occorre misurarsi. Non possiamo lasciarci passare sotto il naso le occasioni che la cronaca ci offre.

  1. StefanoC
    18 luglio, 2007 alle 10:32

    > tutto ciò su cui una società dovrebbe reggersi, a cominciare dalla religione, dal principio di autorità e dalle identità nazionali

    Non potrei essere più in disaccordo.

    Religione: innanzitutto, la religione di chi? della maggioranza? e allora che fine fanno le minoranze religiose, sono fuori dalla società ?

    Principio di autorità: intendi dire che ci devono essere delle autorità che non possono essere messe in discussione ? e poi, chi le sceglie queste autorità ? se sono elette democraticamente, allora gli elettori hanno il diritto (anzi il dovere) di metterle in discussione.

    Identità nazionale: è proprio così necessaria ? Esistono società che combinano, più o meno armonicamente, più di una nazionalità, e non per questo sono dei fallimenti (a cominciare dagli USA). E se la società dev’essere fondata su base nazionale, come trattare quelli che appartengono ad altre nazioni e si trovano a vivere un quella società ?

    Insomma, mi sembra un programma più in sintonia con Bin Laden che con un liberalismo democratico: lui sì vorrebbe fondare la sua società su religione (Islam), autorità (l’interpretazione Wahabita del Corano) e nazionalismo (arabo).

  2. rob
    18 luglio, 2007 alle 13:24

    Ci vorrebbe un Bignami per risponderti, stefanoc …😉
    Comunque:

    > “Religione di chi?” E’ ovvio, degli italiani (cioè della stragrande maggioranza di essi);

    > “e allora che fine fanno le minoranze religiose, sono fuori dalla società?” Dipende da loro … Possono anche imparare a convivere con i valori, le tradizioni e la spiritualità di chi … c’era prima di loro. Rispettandoli e facendo il possibile per apprezzarli in relazione ai frutti che hanno prodotto (che non sono tutti da buttar via);

    > “Principio di autorità” ecc. Semplicemente il rispetto delle regole e di coloro che devono farle rispettare nell’interesse di tutti. E’ chiaro che l’autorità, in democrazia, è soggetta al giudizio popolare, ma questo non significa che l’autorità non debba esistere, al contrario. Comunque, la questione filosofica di quale debba essere, in ultima analisi, l’ubi consistam del principio di autorità è sempre aperta: la mia visione può essere diversa dalla tua, ma in concreto un’autorità deve esserci e deve essere rispettata.

    > “Identità nazionale: è proprio così necessaria?” Secondo me sì. Non deve essere un’ossessione, ma è appunto necessaria, o comunque utile. E poi, nei pregi e nei difetti, dell’identità nazionale è difficile liberarsi, come dimostra la storia di qesto benedettissimo Paese.

    Sul resto (bin Laden ecc.) consentimi di non risponderti …

  3. stefanoc
    19 luglio, 2007 alle 7:54

    > “Religione di chi?” E’ ovvio, degli italiani (cioè della stragrande maggioranza di essi);

    Non penso che sia giusto che anche una “stragrande” maggioranza imponga la propria religione agli altri. Non è giusto in Iran e Arabia Saudita, e non è giusto nemmeno in Italia.

    > “e allora che fine fanno le minoranze religiose, sono fuori dalla società?” Dipende da loro … Possono anche imparare a convivere con i valori, le tradizioni e la spiritualità di chi … c’era prima di loro.

    Io direi che tutti dovrebbero imparare a convivere con tutti gli altri. Un modo abbastanza collaudato per ottenere tale convivenza è la presenza di uno Stato non-confessionale, sull’esempio di USA, Francia, Germania, etc.

    > Sul resto (bin Laden ecc.) consentimi di non risponderti …

    Ovviamente era una provocazione, ma per sottolineare che concetti generali che sembrano benefici o quantomeno innocui possono essere abusati (dopotutto Hitler _è_ stato eletto democraticamente). Insomma, il diavolo sta nei dettagli, come al solito.

  4. rob
    19 luglio, 2007 alle 11:59

    > “Non penso che sia giusto che anche una “stragrande” maggioranza imponga la propria religione agli altri. Non è giusto in Iran e Arabia Saudita, e non è giusto nemmeno in Italia.”

    Imporre? Ma neanche per sogno! Rispettare e riconoscere che la religione della maggioranza quel rispetto lo merita per un dovere di ospitalità ricevuta.

    > “Io direi che tutti dovrebbero imparare a convivere con tutti gli altri. Un modo abbastanza collaudato per ottenere tale convivenza è la presenza di uno Stato non-confessionale, sull’esempio di USA, Francia, Germania, etc.”

    Ma su questo non ci piove: tutte le religiuoni devono essere rispettate. Personalmente, se ti può interessare, amo profondamente l’induismo, il buddismo, il taoismo e la tradizione sufi. Credo che noi cristiani abbiamo molto da imparare (così come penso che il cristioanesimo abbia molto da insegnare). Lo Stato non può e non deve essere confessionale. Però non può neppure svillaneggiare o prendersi gioco delle religioni, e men che meno di quella più praticata in un determinato paese. Il caso Buttiglione è una vergogna, da questo punto di vista. Un caso di intolleranza che farebbe rivoltare l’anticlericale Voltaire nella tomba. Bada che non ho detto Tocqueville, che come è noto dava alla religione grande importanza …

    > “il diavolo sta nei dettagli, come al solito.”

    Anche su questo non ci piove …

  5. StefanoC
    21 luglio, 2007 alle 6:54

    >> “Non penso che sia giusto che anche una “stragrande” maggioranza imponga la propria religione agli altri. Non è giusto in Iran e Arabia Saudita, e non è giusto nemmeno in Italia.”

    > Imporre? Ma neanche per sogno! Rispettare e riconoscere che la religione della maggioranza quel rispetto lo merita per un dovere di ospitalità ricevuta.

    Non capisco questo concetto di “ospitalità”. Ospitalità implica che chi ospita sia in qualche modo il padrone di casa. Non penso che una religione, per quanto maggioritaria, possa definirsi tale.

    Io ad esempio appartengo ad una religione minoritaria, eppure non mi sento “ospite” in Italia, dato che ci sono nato e ci vivo da allora.

    Questo si collega anche a quel “chi c’era prima” che avevi usato nel commento precedente. Non penso che il rispetto che vada portato ad una religione dipenda dalla sia maggiore o minore antichità.

    Ci sono poi religioni praticate in Italia che sono molto più antiche di quella maggioritaria, quindi “chi c’era prima” non è supportato dai fatti.

    Libertà di religione significa (secondo me) che ogni persona ha diritto di seguire la propria religione, nel rispetto delle scelte degli altri, senza sentirsi però obbligato a riconoscere priorità o precedenze alle convinzioni altrui.

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