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Qualcosa ‘di destra’

Ed ecco di nuovo un monsignor Ravasi controcorrente. Stavolta è un inno al coraggio, perfino con punte di aristocratico disprezzo per «i deboli». Quasi a dire (se non tradisco l’intenzione dell’Autore): c’è un Vangelo di misericordia e uno per gente “più tosta,” che non si ferma, per dire, davanti ai fuochi e fiamme dei mainstream media, come in maniera un po’ petulante usano dire quelli di destra, ma non senza talune validissime ragioni.

Quelli che preferiscono restare all’antica piuttosto che uniformarsi e sparire nel buco nero della balla sistematica e planetaria, un po’ scientifica e un po’ totalitaria, del politically correct. Un redattore di Repubblica o del Corriere, ad esempio, dovendo trattare la suddetta materia, non metterebbe tanto in risalto “il vero carattere di una persona, la sua fibra genuina, la sua capacità di lottare e sperare,” quanto l’obbligatoria (e meritoria) solidarietà e comprensione per «i deboli», e finirebbe per gettare, anche involontariamente l’ombra del sospetto su chi dimostra di saper osare. Altro che Calvinismo! Cattolicesimo di parrocchia doc, cioè un po’ una libera interpretazione pauperistica e quartomondistica di interi passi evangelici che pure contengono e/o sono preceduti oppure seguiti da espressioni forti e non di rado aspre, e a volte persino da accenni d’ira proprio nei confronti—mi si perdoni la semplificazione—della gente senza carattere, e si badi che son cattolico anch’io e che non sto meditando alcuna secessione personale, ché altrimenti cascherebbe il palco.

Insomma, al cuore della questione, c’è questo e anche quello. Ma stavolta monsignor Ravasi ha incrociato lo sguardo con quest’altra faccia della divinità bifronte. A me, comunque, il Ravasi “calvinista” è ancora più simpatico.

Prima di buttarsi in un pericolo, bisogna saperlo prevedere e temere. Ma una volta che ci si è dentro, non rimane altro che disprezzarlo.

Mi hanno regalato un’antica e splendida edizione delle Avventure di Telemaco del vescovo e scrittore francese François Fénelon. Si tratta di un vasto romanzo pedagogico sull’arte di governare se stessi e gli altri, prendendo come spunto un immaginario viaggio di Telemaco alla ricerca di suo padre Ulisse, avendo per guida Mentore, un saggio maestro di vita.

Gli spunti che il libro offre, anche a livello di rispetto delle idee altrui e di tolleranza, sono molteplici e significativi. Sfogliando quelle pagine, m’imbatto nell’ammonimento che oggi ho citato per i nostri lettori. Due sono i suggerimenti che il vescovo francese ci propone. Innanzitutto è necessario superare l’incoscienza. C’è, infatti, chi procede per le strade dell’esistenza senza precauzioni, senza attenzione, senza riflessione.

Il principio formulato da Gesù sull’equilibrio tra le qualità di semplicità e spontaneità della colomba e quelle di astuzia e di abilità del serpente rimane sempre valido per tutti. Troppo spesso ai nostri giorni ci si butta a capofitto in situazioni pericolose, con una superficialità sconcertante, scambiata per coraggio e indipendenza.

Ma c’è un’altra nota da aggiungere: una volta che si è incappati in una situazione complessa e difficile, non ci si deve avvilire, deprimere o demoralizzare. È allora che si vede il vero carattere di una persona, la sua fibra genuina, la sua capacità di lottare e sperare. Diceva un altro scrittore più vicino a noi, Hermann Hesse: «Per vie senza pericoli si mandano soltanto i deboli».
[“Il Mattutino” di Gianfranco Ravasi, su Avvenire di oggi]

Categorie:interni, religione
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