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Birmania, Tibet

Mentre, grazie ad Asia News, arrivano in Occidente le foto dell’orrore, che qui non ci sentiamo di riprodurre, un valido tributo alla causa birmana viene oggi dal Foglio, con un bellissimo articolo a firma di Carlo Buldrini, pubblicista e scrittore molto addentro ai problemi di quella parte del mondo. Dal 1971 al 2000, infatti, Buldrini ha vissuto in India, dove tra l’altro è stato addetto reggente dell’Istituto Italiano di Cultura (New Delhi). E’ inoltre l’autore di In India e dintorni e Lontano dal Tibet, quest’ultimo pubblicato dapprima in India—e subito divenutovi un best seller—con il titolo A Long Way from Tibet.

Sebbene nell’articolo si parli soprattutto del Tibet, emerge ciònondimeno in maniera charissima che le due storie non sono altro che le due facce della stessa medaglia. Buona lettura.

Lhasa. Il monastero di Drepung dista otto chilometri dal centro di Lhasa. Per raggiungerlo bisogna percorrere Beijing Xilu, il tratto occidentale della strada che attraversa l’intera capitale del Tibet. Il monastero è composto da sette grandi edifici: la sala delle assemblee, quattro collegi dei monaci e, un po’ separato dalle altre costruzioni, il Palazzo di Ganden. Il palazzo venne costruito dal secondo Dalai Lama e fu la residenza anche dei suoi due successori. Quando il quinto Dalai Lama costruì il Potala, il Palazzo di Ganden divenne la sede del governo tibetano.

Drepung era il più grande monastero del Tibet. Vi risiedevano più di diecimila monaci. Durante la Rivoluzione culturale gli edifici del monastero vennero usati come stalle e magazzini. Molti monaci vennero imprigionati. Altri furono costretti a lasciare l’ordine religioso dei Geluk e finirono a lavorare nelle Comuni popolari. Ancora oggi molti edifici minori del monastero, quelli addossati alla montagna, giacciono in rovina.

Nei primi anni Ottanta, dopo la “liberalizzazione” di Deng Xiaoping, il monastero ha iniziato a ripopolarsi. Oggi vi risiedono più di mille monaci. Le autorità cinesi li guardano con sospetto. Sanno che è in questo monastero che nascono le rivolte. Era già successo nel 1987.

Lunedì 21 settembre 1987 a Washington D.C., negli Stati Uniti, il Dalai Lama aveva parlato di fronte alla Commissione per i diritti dell’uomo del Congresso americano. Per la prima volta aveva esposto il suo piano di pace in cinque punti per il Tibet: trasformazione dell’intero Tibet in una zona di pace; abbandono da parte cinese della politica di trasferimento della popolazione; rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà democratiche per il popolo tibetano; ripristino e tutela dell’ambiente naturale; inizio di seri negoziati sul futuro del Tibet.

La sera del 25 settembre, a Lhasa, il telegiornale aveva mandato in onda 60 secondi di immagini della visita del Dalai Lama negli Stati Uniti. Il commento che le accompagnava fu durissimo. Il Dalai Lama venne accusato di essere un “criminale che vuole dividere la madrepatria”. Ma la propaganda cinese ebbe l’effetto contrario. Molti abitanti di Lhasa si recarono nel monastero di Drepung per fare offerte in denaro ai monaci e chiedere di pregare per il Dalai Lama. Fu a quel punto che alcuni giovani monaci del monastero decisero che le preghiere non bastavano più. Il 27 settembre, ventuno di loro, percorsero il Barkhor di Lhasa con una bandiera tibetana in mano e al grido di “Bod rangzen, Tibet indipendente”. La repressione della People’s Armed Police (Pap) fu violenta.

Il 1° ottobre 1987 e il 5 marzo dell’anno successivo le proteste riesplosero. Il segretario del Partito comunista della Regione autonoma del Tibet proclamò allora la legge marziale. Il segretario del partito era quell’Hu Jintao che ricopre oggi la carica di presidente della Repubblica popolare cinese.

1987-2007: vent’anni dopo. Il copione sembra ripetersi. Il 17 ottobre di quest’anno, a Washington D.C., il Dalai Lama riceve dalle mani del presidente, George W. Bush, la Medaglia d’oro del Congresso americano, la più alta onorificenza civile concessa dagli Stati Uniti. A Lhasa, in Tibet, i monaci di Drepung sono in festa. Dipingono con la calce bianca la facciata del Palazzo di Ganden, la residenza dei primi Dalai Lama. Sulla piccola strada asfaltata che conduce all’edificio disegnano gli otto simboli del buon auspicio: il prezioso parasole, l’insegna della vittoria, la conchiglia bianca, i due pesci d’oro, il vaso del grande tesoro, il nodo dell’eternità, la ruota con gli otto raggi e il fiore del loto. Simbolicamente preparano il ritorno del Dalai Lama nel suo antico palazzo.

Molti laici si uniscono ai festeggiamenti. Recitano preghiere ed eseguono il rituale del “Sangsol” che consiste nel bruciare incenso e gettare in aria manciate di “tsampa”, la farina d’orzo tostato. E’ allora che tremila uomini del Public Security Bureau (Psb) e della Pap circondano il monastero. Molti monaci vengono picchiati. Corre voce che uno di loro sia morto.

Ma i festeggiamenti per la consegna della medaglia d’oro al Dalai Lama non si limitano alla sola Lhasa. Anche i tibetani delle lontane province del Qinghai (la regione tibetana di Amdo) e del Gansu eseguono il rituale del Sangsol e fanno esplodere mortaretti in segno di giubilo. Anche su di loro si abbatte la repressione cinese, secondo lo stesso copione di quella birmana: ieri la polizia a Rangoon è tornata a circondare i templi buddisti, centri della protesta del mese scorso.

In Tibet, come in Birmania, è nei monasteri – secondo Human Rights Watch ieri erano ancora assediati – che prendono forma le rivolte. Nelle buie stanze degli edifici religiosi è più facile riunirsi e organizzarsi. Quando poi i monaci vengono allo scoperto, si limitano a gesti simbolici. In Birmania, pochi giorni prima della rivolta dell’8 agosto 1988, colorarono di rosso gli occhi delle statue del Buddha. Durante la rivolta che ne seguì morirono più di 3.000 persone, di cui 600 monaci. Quest’anno, i “bhikku” hanno sfilato per le strade di Rangoon con le ciotole ricoperte di lacca nera e lucida, capovolte. Mostravano così di voler rifiutare l’“elemosina macchiata” dei generali e delle loro famiglie.

In Tibet, nel monastero di Drepung, è bastato ridipingere di bianco la facciata di un edificio per scatenare la repressione degli uomini in divisa cinesi. Ma il fuoco continua a covare sotto la cenere. Ha detto il Dalai Lama: “La nostra potrà essere una strada lunga e difficile, ma io credo che alla fine la verità dovrà trionfare”.

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