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Se i Gracchi furono populisti

Un’occhiata, non di più, alla stampa e alla blogosfera, ieri (giornata piena, anzi strapiena), ma quanto basta per toccare con mano quanto la svolta del Cavaliere abbia sconvolto, gettato nel caos, lasciato secchi o storditi.

Ma soprattutto è stato istruttivo il dialogo con le numerose persone in carne ed ossa che ho incontrato e con cui ho potuto scambiare due chiacchiere al volo tra un impegno e l’altro. Anche perché, in questi casi, le reazioni sono state un po’ diverse: autentico entusiasmo nei colleghi e conoscenti di centrodestra ed una curiosità senza falsi pudori in quelli di centrosinistra. Uno di sinistra mi ha confidato—guardandosi prima attorno con circospezione—di aver vivamente apprezzato il colpo mortale inferto da Berlusconi … alla noia (“non se ne può più di questa politica …”).

Tuttavia non sfrutterò i pur sacrosanti sfoghi esistenziali dell’«uomo della strada» per avvalorare quanto ho espresso nel post precedente. Anche perché ho sottomano, se non di meglio, qualcosa di più convincente dal punto di vista della tradizionale dialettica politica, vale a dire la serrata confutazione degli argomenti anti-Berlusconi (è populista e plebiscitario, un demagogo, un cortocircuito temibile, una minaccia, e così via) dell’ottimo Oscar Giannino, su Libero. Ne riporto qualche stralcio.

Populismo

Quanto a populismo, se un difetto storico noi sparuti liberisti imputiamo a Silvio, è proprio di non essersi mai fatto davvero un Pierre Poujade, il cartolaio di Saint-Cére che nel 1953 scosse la Francia dalle fondamenta contro le tasse. Eh no, cari dissenzienti, il populismo vero è di chi pro­mette a destra e manca pur di tenersi avvinghiato al potere, e da questo punto di vista esso abita a palazzo Chigi, con Prodi. 12,3 miliardi di spesa pubblica aggiuntiva che si sono sommati alla Fi­nanziaria in Senato, pur di far contenti tutti da Lamberto Dini a Franco Giordano, ne sono la più plateale conferma.

Sul principio carismatico e plebiscitario

Se malgrado 13 anni di maggioritario le coalizioni restano eterogenee fino all’impossibilità di governare – come si è visto sotto la destra come sotto la sinistra – tan­to vale abbracciare un proporzionale corretto da soglie ma con ciascuno che corra per il proprio programma e con alleati più coesi. E l’esatto con­trario del principio carismatico e plebiscitario.

Inoltre,

quanto all’appello direttamente ai cittadini per iscriversi al nuovo Partito della libertà, anche qui cerchiamo di intenderci. Rispetto alla regola co­stituzionale per la quale i partiti sono libere asso­ciazioni attraverso le quali i cittadini concorrono a determinare la politica nazionale, il meccani­smo scelto da Silvio è meno rispettoso di quello che ha presieduto alla nascita del Pd, con la desi-gnazione a tavolino di un leader da parte di un’oli­garchia, e la spartizione matematica tra le due nomenklature dei Ds e della Margherita delle lea­dership e delle composizioni dei nuovi organi co­stituenti? No. È la nascita del Pd a peccare di oligarchismo, visto che non sono stati certo i votanti delle primarie a determinare l’indicazione di Veltroni e i candidati alle segreterie regionali.

Per concludere:

A dar fastidio, di Silvio, è il consenso di cui gode nel popolo, necessario lievi­to per fare del partito delle Libertà l’equivalente dell’Ump francese. A risultare insopportabile è la sua capacità di parlare direttamente agli italiani. Come Bonaparte ai suoi grognards, aggirando la mediazione di maggiori e colonnelli. Troppa let­teratura? Ma senza miti letterari la democrazia non vive. Né Pericle né Alcibiade erano uomini privi di ambizioni. La loro forza era saper parlare al cuore e al portafoglio dei concittadini. E li accu­savano per questo di populismo, appunto. Esattamente come gli oligarchi senatori di Roma fa­cevano coi Gracchi. Dare all’avversario del populista, di solito, è un’ammissione della propria minor capacità di aver consenso.

Oltretutto, aggiungerei, risultano sempre più insopportabili quei teorici della bella politica i quali, contravvenendo ai loro stessi canoni di comportamento, sbandierati ai quattro venti ad ogni piè sospinto, spesso riescono solo a formulare accuse pretestuose—quando non si abbandonano senz’altro all’insulto più o meno esplicito—nei confronti del loro più agguerrito e dotato avversario politico. Se non bastassero gli argomenti più strettamente politici, che non fanno certo difetto, un simile malcostume, volgarmente camuffato da politica (e per giunta con la «P» maiuscola), potebbe meritare anche da solo, come doverosa risposta «civica», la spontanea mobilitazione dei cittadini intorno al progetto del nuovo partito dei liberali italiani.

Categorie:interni, partiti
  1. nullo
    21 novembre, 2007 alle 9:59

    la difesa del proporzionale di giannino, però, è debole.


    Se malgrado 13 anni di maggioritario le coalizioni restano eterogenee fino all’impossibilità di governare – come si è visto sotto la destra come sotto la sinistra – tan­to vale abbracciare un proporzionale corretto da soglie

    no, tantovale, più che altro, che PD e PdL si mettono d’accordo (perchè i numeri ce li hanno), fanno un maggioritario puro, non quella schifezza che abbiamo avuto fino all’anno scorso. poi se ne riparla…

  2. rob
    21 novembre, 2007 alle 11:31

    Giannino fa solo un accenno, non si sforza più di tanto.

    Comunque, una cosa secondo me deve essere ben chiara: la morte di questo bipolarismo non significa la fine di tutti i bipolarismi, come vari commentatori hanno ben compreso e vanno ripetendo. Il sistema tedesco, infatti, ha di fatto prodotto un bipolarismo. Il principio, insomma, resta valido in sé e per sé (e cioè: lo scontro elettorale sia sostanzialmente tra due forze alternative), ma con modalità tali da non far precipitare la situazione nel caos di una frammentazione demenziale. Ma lo stesso dicasi del sistema francese. Di quest’ultimo, però, a me non piace la cohabitation, che in Italia produrrebbe mali assai peggiori di quelli che si vorrebbero curare. Come l’Italia non ha il pragmatismo anglo-sassone (che è anche un po’ rozzo, diciamo la verità), così non ha neppure lo spirito “repubblicano” della Francia, cioè il sacro rispetto per la figura del Presidente e per le istituzioni in generale.

  3. Stefano
    21 novembre, 2007 alle 12:47

    Resta il fatto che il proporzionale implica un aumento il potere dei partiti di cui in Italia non c’è proprio bisogno.

    Basta fare un po’ di conti. Con un maggioritario puro, un parlamentare per essere eletto avrebbe bisogno di 40-50 mila voti, il che è fattibile con una campagna elettorale paragonabile a quella per le comunali in una media città, alla portata di un indipendente. Ed infatti le elezioni comunali spesso riservano delle sorprese, con outsider che diventano sindaci.

    Se il sistema è proporzionale con sbarramento al 3-4% i voti necessari diventano 1-2 milioni, un’impresa impossibile per chi non abbia un partito alle spalle, o accesso ai media, o entrambi.

    E comunque né il proporzionale sbarrato né il maggioritario risolvono il problema della stabilità delle coalizioni di governo. Per quello ci vorrebbe l’elezione diretta del premier, ma in tal caso bisognerebbe che venissero rivisti gli equilibri istituzionali: un premier direttamente eletto (e quindi non suscettibile di sfiducia da parte del Parlamento) dovrebbe avere _meno_ poteri di quelli che attualmente ha il Presidente del Consiglio (che sono persino maggiori di quelli che hanno i Presidenti in regimi presidenziali).

  4. Corto Maltese
    21 novembre, 2007 alle 12:53

    Occhio…perchè a difendere i Gracchi si finisce con Catilina…

  5. Anonymous
    21 novembre, 2007 alle 13:22

    🙂
    molto interessante qui
    stefano
    http://www.comunicazionepolitica.splinder.com

  6. Watergate
    21 novembre, 2007 alle 14:37

    La differenza è che i Gracchi (Gaio in particolare).

    a) Avevano un ampio programma di riforme politiche e sociali, democratiche.

    b) Per attuarle fecero accordi con gli equites

    c) Erano ricchi, ma non avevano armi della propaganda. Non avevano una storiografia di parte che ne avrebbe narrato le epiche gesta, come ha Berlusconi invece.

    d) Soprattutto non cambiarono mai idea e difesero il concetto dell’unità della plebs romana, facendo destituire Ottavio.

    Ma non penso che Giannino si sia degnato di approfondire queste non leggerissime differenze.

    Berlusconi oggi è un demagogo. Gaio Gracco era un vero rivoluzionario, che partiva da una situazione di svantaggio e intendeva sovvertire l’ordine sociale iniettando il sistema con nuova linfa, concedendo in primis la cittadinanza (la mancata attuazione del programma graccano scatenò la reazione anti-sociale, che diede vita alla guerra del 90, qualche decennio dopo). Berlusconi è oggi ciò che era la nobilitas contro Gaio Gracco: impone dall’alto un’ennesima classe dirigente fatta di yesmen, contando sullo strapotere mediatico ed economico. Ha i mezzi di comunicazione che servono a far digerire al popolo un voltafaccia clamoroso basato su una proposta programmatica praticamente assente.

  7. rob
    21 novembre, 2007 alle 15:21

    corto maltese, personaggio quanto mai controverso, Catilina, se perfino Gramsci, nei Quaderni dal carcere si è preso la briga di prenderne (prudentemente) le difese …

    Stefano, che ti devo dire? Chiaro che nessun argomento è più scivoloso dei sistemi elettorali e istituzionali. Ovviamente ci sono argomenti per essere pro o contro qualunque soluzione, come insegnano i dibattiti tra i costituzionalisti. Non mi pare, comunque, che il sistema tedesco (che è quello che io preferisco) sia considerato generalmente nefasto dagli “esperti.”

    Watergate, se Berlusconi è ciò che dici tu (ma forse ti sei lasciato un po’ prendere dalla foga), Fini chi è? Bruto? O magari Cassio? E Prodi è forse Catone Uticense? Direi, sinceramente, che c’è un limite a tutto.

  8. Watergate
    21 novembre, 2007 alle 16:10

    L’analogia strampalata l’ha fatta Giannino, non io, dunque Fini è Fini e Berlusconi è Berlusconi.

    Ma Giannino afferma una palese falsità storica indimostrata (non da me, ma dal fior fiore della dottrina romanistica italiana). I Gracchi – ripeto – non avevano “fonti” di parte che li descrivessero bene.

    Pensa che tra le cause della cattiva fama della potestà tribunizia c’è proprio il fatto che è stata ricostruita da storici o politici di estrazione ottimate. Il che ti dice tutto del perchè i Gracchi venissero definiti “demagoghi” (in realtà Cicerone li chiama sediziosi).

    Con Berlusconi questo problema non si pone. Berlusconi è chiamato populista perché fa operazioni populiste, con un connotato ben preciso. Il solo paragone fa scempio di figure storiche che avevano obbiettivi politici leggermente più sinceri di Silvio Berlusconi.

    E naturalmente si spera che Giannino, come tanti altri incensatori in questi giorni, non costituiscano la “fonte” per il futuro.

    Almeno per preservare il futuro dall’ignoranza del nostro passato.

  9. rob
    21 novembre, 2007 alle 17:07

    D’accordo, e ci mancherebbe, sulle origini della “cattiva fama” dei tribuni. Il punto, però, non è quello. Il punto è che l’analogia di Giannino, per come credo vada interpretata (altrimenti non l’avrei neanche citata), non consiste nell’equiparazione sic et simpliciter di S.B. ai Gracchi—cosa che farebbe torto all’intelligenza di Giannino in quanto palesemente impossibile e insensata, come qualsiasi tentativo di applicare all’attualità schemi che stanno in piedi solo se riferiti al contesto che era loro proprio—ma nel rilevare la somiglianza tra l’atteggiamento (ipocrita e falsificatorio) dell’aristocrazia senatoria nei confronti dei Gracchi e la propensione di una parte del mondo politico (la sinistra estrema o girotondista, di solito, almeno finora) a vedere in Berlusconi soltanto un populista (anche questa una falsificazione ipocrita). Il che mi sembra un tantino diverso. Non si può far dire al prossimo quel che non ha detto (e che non ha con ogni probabilità neppure pensato).

    Quanto al Berlusconi populista “perché fa operazioni populiste,” a parte l’evidente tautologia (per semplificare a volte si corre questo rischio …), io, che non l’ho mai votato, l’ho sempre difeso perché non credo che uno prende milioni di voti semplicemente perché fa cose populiste: ho troppo rispetto per quei milioni di elettori, ed anche per gli elettori dei partiti che si sono alleati con lui (altrimenti che cosa erano? Complici del populismo?). C’era e c’è, evidentemente, molto altro, e il disconoscerlo non onora la realtà delle cose ma solo l’odio e l’invidia di chi non riesce ad ottenere analogo consenso.

    In ogni caso, se Berlusconi mantiene la promessa di far sorgere il nuovo partito dal basso, liberandolo dalle oligarchie del passato, ecc., la prospettiva diventa interessante anche per chi, come il sottoscritto, aveva pur sempre delle riserve su F.I., e questo proprio per i limiti di una formazione creata intorno a un capo e che si avvaleva di una struttura di tipo aziendale, e così via.

    Insomma, quando le cose cambiano cambia anche il giudizio, mi pare chiaro. Se poi non cambiano, allora, evidentemente, è un altro paio di maniche.

  10. Watergate
    21 novembre, 2007 alle 17:21

    Infatti, ricollegandomi alla tua ultima frase, il mio giudizio netto sul Berlusconi populista si riferisce all’ultimo Berlusconi.

    Io Berlusconi l’ho votato e ho assistito a molte mancate promesse. Tu probabilmente hai scambiato per foga la disillusione: cosa ti fa pensare che questo nuovo partito sia diverso dal vecchio?

    E al contrario avresti visto Berlusconi all’interno di un partito normale, democratico, partecipato, aperto? Lui che è abituato a comportarsi come monarca (questo è il punto).

    Rispetto a Giannino io rilevo l’errore concettuale: pensare che l’accusa di populismo derivi dall’invidia del consenso. Lui dice: siccome i Gracchi generavano consenso, gli oligarchi li chiamarono populisti. Dunque Berlusconi è chiamato populista perché capace di creare maggior consenso rispetto a chi lo accusa.

    Ovviamente non è così, gli storici li avrebbero chiamati populisti anche senza consenso, perchè tale è l’atteggiamento di tutte le fonti romane (eccetto Sallustio e Cesare) rispetto ai tribuni della plebe. Soprattutto rispetto ai Gracchi e ai tribuni dell’ultimo secolo.

    E Berlusconi, invero, si comporta da populista proprio per i motivi sopra indicati: non deve dare spiegazioni, agisce da monarca e impone un punto di vista (“il popolo lo vuole”) smaccatamente demagogico.

    I milioni di voti non sono sintomo di una cosa sempre positiva. Può essere rispettabile, ma va contestualizzata. Hitler prese una barca di voti nel 1933, eppure le parole d’ordine (anche quella volta rivolte a una semplificazione/risoluzione di problemi decennali) erano le peggiori. E dava la colpa ai comunisti, agli ebrei. Insomma, sai come funziona, inutile ripetere la papardella.

    Quello che in fondo contesto io è lo sforzo disumano per trasformare un’operazione propagandistica, basata sull’incoerenza più incredibile, in un atto di genialità politica.

  11. rob
    21 novembre, 2007 alle 18:07

    “cosa ti fa pensare che questo nuovo partito sia diverso dal vecchio?”

    Beh, stiamo a vedere, no? Potrebbe essere, e in tal caso ne guadagnerebbe tutto il sistema-Paese.

    Quanto all’atteggiamento dell’oligarchia senatoria nei confronti dei Gracchi—ma anche di tutti coloro che erano in condizione di minacciare lo status quo, a cominciare dall’homo novus Caio Mario e per finire con Cesare, che novus non era affatto, in quanto di nobilissima origine, ma rompeva lo stesso e tanto—non ha senso pensare che tanta ostilità non fosse motivata sostanzialmente dalla popolarità che questi personaggi avevano: se non fossero stati benvoluti e rispettati dal popolo non avrebbero rappresentato un reale pericolo, e se non avessero rappresentato un pericolo perché osteggiarli con tanta asprezza (loro e tutto ciò che rappresentavano) e fino agli eccessi inauditi della repressione di Silla? Per una questione di principio? Andiamo …
    A questo proposito il recente saggio di Luciano Canfora Giulio Cesare. Il dittatore democratico, ha esplorato a fondo il clima politico dell’epoca. Ad esempio, dalla trattazione di tutta la faccenda della congiura di Catilina, con il suo carico di mistero e le sue contraddizioni, si evince quanto fosse il carisma personale, sia pur “poco limpido,” di Catilina a dare più fastidio.

    Quanto al paragone con Hitler, beh, qui mi arrendo. Non so che dirti, tranne che dovresti porti qualche domanda sulle tue scelte passate. Per quelle future, auguri!

  12. walt
    21 novembre, 2007 alle 18:47

    A me la confutazione di Giannino ha convinto, compresa, però, la critica al mancato poujadismo … Il nuovo partito, come dici tu, può attrarre chi non l’ha mai votato, a patto che naturalmente mantenga le promesse di “rigenerazione”. Però aggiungerei una cosa che mi sembra importante: l’essersi liberato a livello di “alleanza preventiva” dei post-fascisti di Fini è un bene che rischia di essere vanificato dal tirarsi dentro addirittura nel partito (non solo nella coalizione) quelli di Storace. Personalmente, pur con tutta la buona volontà, non potrei votarlo. Per me farebbe bene a tenerli fuori e fare un partito liberale senza compromessi e senza confusioni.

  13. Anonymous
    21 novembre, 2007 alle 18:54

    Walter mi ha tolto le parole di bocca. Per me quello è un problema serio. (Grande Giannino!)
    Sangal

  14. rob
    21 novembre, 2007 alle 19:13

    Che dire, cari Walter e Sangal? Sono d’accordo con voi.

  15. mauro
    22 novembre, 2007 alle 8:57

    Stiamo a vedere come si evolvono le cose… e tenetevi liberi per il 2 dicembre.

    PS: comunque, era ormai evidente che con Fini e Casini non si andava da nessuna parte. Meglio soli che male accompagnati.

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