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Diamo voce al Dalai Lama (updated)

Il Dalai Lama sarà in Italia nel prossimo dicembre, e, come è ovvio attendersi, le autorità di Pechino chiederanno alle istituzioni italiane di trattarlo da ospite non gradito. In questo, suoneranno persuasive la ritorsioni annunciate dalla Repubblica Popolare di Cina nei confronti di Germania e Stati Uniti, i cui capi di governo hanno avuto la “sfrontatezza” di incontrare il Dalai Lama. Un paese, come l’Italia, che ha guardato con preoccupazione e simpatia alla protesta nonviolenta dei monaci buddisti birmani, repressa nel sangue dalla giunta militare di Rangoon, deve operare per impedire l’isolamento internazionale del Dalai Lama e la sua emarginazione civile e politica… Chiediamo dunque che la Camera dei deputati ospiti, in seduta plenaria, la persona e la “voce” del Dalai Lama, sicuri che, come sempre, le sue parole saranno nel segno di libertà, pace, nonviolenza e riconciliazione.

Sua Santità Tenzin Giatso, il XIV  Dalai Lama del TibetDalla lettera-appello al Presidente della Camera in vista dell’arrivo in Italia del Dalai Lama, previsto per la metà di dicembre. L’iniziativa è partita dal Presidente dei Riformatori Liberali, Benedetto Della Vedova, ed è stata fatta propria da 165 deputati che hanno sottoscritto il testo.

Dal suo blog, il giornalista dell’Espresso Alessandro Gilioli sposa l’opinione fortemente critica dello scrittore tibetano Jamyang Norbu—che da decenni vive tra l’India e gli Stati Uniti—nei confronti della nonviolenta Middle Way («Via di Mezzo») seguita dal Dalai Lama nei rapporti con la Cina. Gli risponde Della Vedova con questo commento:

Comprendo la delusione per quanto accaduto fino ad oggi in Tibet (io ci sono stato nel ‘93 e posso immaginare come sia oggi), ma, mi chiedo, quale alternativa alla strategia del Dalai Lama c’era? Cosa potevano fare lui ed il suo popolo nei confronti della Cina se perfino nelle democrazie occidentali c’è il terrore di incontrarlo per non urtare Pechino?

Condivido la difesa di Della Vedova, ma sono meno incline di lui a “comprendere” le ragioni di chi critica il Dalai Lama. E non perché ritenga in assoluto preferibile la via della nonviolenza, e men che meno perché consideri Sua Santità infallibile, quanto in base a ciò che mi suggerisce il semplice buon senso. Stiamo parlando, infatti, di un piccolo popolo che ha la sfortuna di doversela vedere con un gigante come la Repubblica Popolare Cinese, vale a dire con un regime tra i più sordi, pervicaci e disumani che la storia abbia mai conosciuto.

—–

UPDATE Nov. 25, 2007 – 11:40 am

1) Il post ha avuto interessanti sviluppi nei commenti (intervento di Enzo Reale e mia rispsta).

2) Corriere della Sera. Bertinotti dice no (e Della Vedova protesta):


Fausto Bertinotti non concederà l’Aula di Montecitorio per la visita del Dalai Lama a Roma. «Nell’emiciclo si svolgono solo lavori parlamentari, non celebrazioni», spiegano i suoi collaboratori e infatti l’unica eccezione che ha fatto il presidente della Camera è stata quella di ospitare i presidenti dei Parlamenti stranieri: «Si potrà organizzare un incontro nella Sala Gialla, con tutti gli onori». Ma non sarebbe la stessa cosa. Romano Prodi è orientato a non ricevere la guida spirituale tibetana. E così Massimo D’Alema: anche se questo non esclude, spiegano alla Farnesina, che ci siano incontri con ministri, come avvenne durante la sua visita l’anno scorso. L’arrivo del premio Nobel per la pace Tenzin Gyatzo, in Italia ai primi di dicembre, ha già creato un mezzo incidente diplomatico con la Cina (con proteste preventive dell’ambasciatore di Pechino), ma rischia ora di creare un vero e proprio caso politico.

[…]

«Non si può abdicare ai diritti umani in nome degli affari — insiste Della Vedova —. Perché ci sono tre Paesi del G8, Stati Uniti, Canada e Germania, che hanno avuto il coraggio di ricevere il Dalai Lama e invece noi non vogliamo fare dispiacere a Pechino». Il perché è nelle notizie che arrivano dalla Cina sui ricatti e gli affari perduti dalle aziende tedesche e americane. Il caso diplomatico è dunque chiuso, a meno che i due partiti, quello più realista che non vuole sfidare la Cina e quello che vuol fare della visita del Dalai Lama una vetrina per la battaglia per i diritti umani, non costringeranno a riaprire i giochi.

Categorie:tibet
  1. Perla
    24 novembre, 2007 alle 13:27

    Se il mondo è colpevole nei confronti del popolo tibetano di certo la sinistra lo è mille volte di più. La sua adesione acritica a ogni violenza perpretata dai dittatori comunisti le ha sempre fatto dire che la Cina aveva invaso il Tibet per liberarlo dalla condizione medioevale e di schiavitù sotto la quale i monaci lo schiacciavano.
    Ora però sappi che ti ho coinvolto in un gioco carino, ogni tanto fa bene… -)))

    Ciao!
    Perla

    http://perlascandinava.blogspot.com/2007/11/che-gioco-giochiamo.html

  2. rob
    24 novembre, 2007 alle 16:32

    Temevo che prima o poi qualcosa del genere potesse succedermi, però, ehm, grazie per aver pensato a me … Vedo di provvedere (prima o poi). Ciao.

  3. 1972
    24 novembre, 2007 alle 17:42

    Ciao Roberto.

    Mi permetto di intervenire visto che anche io ho condiviso quella considerazione: http://1972.splinder.com/post/14850462#14850462

    Proprio nella tua ultima frase sta la chiave della questione, come ho provato a spiegare. Il problema è che il tentativo di instaurare un “dialogo costruttivo” o “una via di mezzo” (chiamala come vuoi) con un regime di quelle caratteristiche inevitabilmente porta al fallimento. E’ ovvio che è difficile dire quale altra strada si sarebbe dovuto e potuto seguire. Ma io credo che una critica nei confronti del Dalai Lama per l’interpretazione che ha dato del suo ruolo politico sia legittima. Penso anche che se in occidente si fosse fatto qualcosa di più di estemporanee mobilitazioni da parte di attori in cerca di visibilità, oggi questa critica avrebbe ancora più senso.
    L’impressione, almeno la mia, è quella di un’oggettiva passività da parte del Dalai Lama, accentuatasi negli ultimi anni. Recentemente altri monaci, non troppo lontano da lì, hanno dimostrato che a volte è necessario un passo in più, anche a costo di pagare un prezzo più alto.

    Un saluto.

    Enzo

  4. rob
    25 novembre, 2007 alle 10:37

    Ciao Enzo, è un piacere risentirti. Ho visto il tuo post solo adesso, anzi, i tuoi due post, visto che nel frattempo se n’è aggiunto un altro.

    Che dire? Non sono d’accordo. Difficile argomentare, come difficile è argomentare la tesi opposta, visto che quel che anche tu dici non è un’argomentazione, ma solo l’esposizione di una tesi.

    Ovvio che così non va bene. Ma non è colpa di nessuno. E’ colpa dei monaci birmani se la Birmania ha perso? No di certo. E se i monaci fossero rimasti nei monasteri, le cose sarebbero andate meglio? Neanche un po’. E se i monaci birmani avessero imbracciato i fucili? Peggio che andar di notte. Eppure …, eppure i monaci birmani hanno fatto bene a regolarsi come si sono regolati, perché la giunta comunista-militare birmana non è la Repubblica Popolare Cinese …

    Comunque, nei tempi brevi, monaci birmani e tibetani son destinati a perdere. E’ nei tempi lunghi della storia la loro speranza. Il contrario di quel che riporti nel tuo secondo post. E’ crollato il muro di Berlino, crollerà anche la muraglia cinese! Guarda, di questo sono convintissimo. Si tratta solo di avere pazienza—e Tenzin Gyatso ne ha—e di non stancarsi di ripetere il mantra della libertà.

    In ogni caso è giusto quel che tu dici circa le responsabilità dell’Occidente. In questo senso è notevole quel che ha fatto Bush ricevendo il Dalai Lama conferendogli la più alta onotrificenza del Congresso (ne ho parlato qui). Così come è meritoria l’iniziativa di Benedetto Della Vedova. E così come saranno meritorie le iniziative clamorose che si spera verranno assunte in coincidenza con la celebrazione delle prossime Olimpiadi …

    Ha detto il Dalai Lama:

    “La nostra potrà essere una strada lunga e difficile, ma io credo che alla fine la verità dovrà trionfare.”

    Sono assolutamente d’accordo.

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