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Il falò dei tibetani

The Dalai Lama arrived Saturday at a memorial to Gandhi in New Delhi for a public interfaith meeting to pray for people killed in recent uprisings in the Tibet area.

Un altro prezioso contributo di Carlo Buldrini alla comprensione di quanto sta accadendo in Tibet e delle prospettive che si possono intravedere. Di estremo interesse, tra le altre cose, le analogie e le differenze tra la grande lezione del Mahatma Gandhi e le scelte del Dalai Lama. Quanto alle prospettive non c’è da farsi troppe illusioni, dice Buldrini. C’è una parola anche sul nuovo governo italiano: “Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, […] potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. ‘Negoziato’ non ‘dialogo’. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.”

Da Il Foglio di sabato, 10 maggio 2008:

Il falò dei tibetani

Giovedì 20 marzo, alle dieci di sera, la Central Chinese Television (Cctv), la televisione di Stato cinese, ha mostrato un filmato sulla rivolta di Lhasa di una settimana prima. Ha detto l’annunciatrice: “Il video mostra le azioni criminali – attacchi fisici alle persone, vandalismi, saccheggi e incendi – istigate dalla cricca del Dalai (Lama) nella capitale della Regione autonoma del Tibet”. Il filmato è durato solo 15 minuti. Vi si vedevano tibetani – laici e qualche monaco – assaltare i negozi dei cinesi: saracinesche divelte, vetrine sfondate. Erano scene già viste in altre parti del mondo. Nel 2005, anche nella New Orleans affogata nelle acque dell’uragano Katrina, i negozi erano stati presi d’assalto e saccheggiati. Ancor prima, nel 1992, quando a Los Angeles i poliziotti che avevano pestato l’uomo di colore Rodney King erano stati assolti, la rabbia dei neri scatenò una guerriglia urbana che portò al saccheggio di tanti negozi. Non molti anni fa scene analoghe si sono viste ad Abidjan, nella Costa d’Avorio, e in tante altre parti del mondo. Ma, con il procedere del filmato della Central Chinese Television, si assisteva a qualcosa di nuovo. Le immagini non mostravano la solita folla eccitata fuggire carica di scatoloni di cose rubate. A Lhasa, la merce dei negozi saccheggiati era prima portata in strada. Poi, dopo averla meticolosamente ammonticchiata sul marciapiede di fronte al negozio, i tibetani la davano alle fiamme. Da 49 anni, dalla fuga del Dalai Lama in India, gli abitanti del Tibet sono senza una guida politica. Per loro, quel dar fuoco alla merce dei negozi cinesi era una precisa presa di posizione politica. Con tutta evidenza non si è trattato di un caso di non violenza gandhiana. Eppure, proprio quelle fiamme, hanno ricordato i falò che il Mahatma Gandhi organizzò in India negli anni Venti, quando vennero bruciati in strada i vestiti prodotti dalle industrie tessili inglesi del Lancashire. Sari, giacche, camicie fatte con tessuti pregiati vennero dati alle fiamme nelle strade di Bombay dagli indiani che chiedevano l’indipendenza.

Chi ha visitato più volte la capitale del Tibet negli ultimi 15 anni ha potuto osservare dappertutto i segni del progresso. Grandi strade perfettamente asfaltate, nuovi quartieri residenziali, edifici pubblici dalle forme avveniristiche, shopping mall pieni di radio, televisori, orologi al quarzo, ventilatori, telefoni cellulari e lavatrici. Il 14 marzo 2008, dando fuoco a quella merce, i tibetani hanno detto che quel tipo di sviluppo a loro non interessa. Perché si tratta di un “progresso” che non permette la libertà spirituale e minaccia di far scomparire per sempre la loro cultura e il loro tradizionale modo di vivere. C’era dunque un’analogia tra i falò di Lhasa e i “bonfires” di Gandhi degli anni Venti. Chi invece si è ispirato esplicitamente all’azione del Mahatma Gandhi sono stati i giovani tibetani della diaspora, con i militanti del Tibetan Youth Congress in testa. Il 10 marzo è partita da Dharamsala, in India, la Marcia del ritorno in Tibet. “A ispirarci è stata la Marcia del sale di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” hanno detto i leader delle cinque ong che hanno dato vita all’iniziativa. La marcia non ha avuto vita facile. Il 13 marzo è stata fermata dalla polizia indiana che ha arrestato tutti i cento marciatori tibetani. Il 15 marzo la marcia è ripartita. I nuovi marciatori erano una cinquantina e tra loro si contavano molti monaci e molte monache. Nuovo stop il 23 marzo. A fermare i marciatori questa volta è stato un “Comitato d’emergenza” costituito dal governo tibetano in esilio per far fronte alla gravissima situazione creatasi in Tibet. Il 18 aprile è iniziata la “terza fase” della marcia. I marciatori sono adesso più di 250. Alla testa del nutrito drappello c’è un’immagine a colori del Mahatma Gandhi. E così come il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale sulla riva del Mare Arabico, lanciò la sfida all’impero britannico, altrettanto vogliono fare i giovani militanti nei confronti della Cina quando cercheranno di entrare nel Paese delle nevi. Molti di questi giovani non hanno mai messo piede nel loro paese. Quando arriveranno al confine tra l’India e il Tibet, molto probabilmente troveranno ad accoglierli i fucili spianati dell’Esercito popolare di liberazione cinese. I tibetani risponderanno con la non violenza.

Il 24 aprile Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress, ha tenuto a Dharamsala una conferenza stampa. Ha smentito una presunta intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata in data 27 marzo. “La non violenza? Non paga. Potremmo usare i kamikaze” aveva titolato il giornale italiano. Nel corso della conferenza stampa Rigzin ha detto di non avere mai pronunciato quelle parole. “Nei suoi 38 anni di vita, il Tibetan Youth Congress si è sempre battuto per l’indipendenza del Tibet. Le nostre armi sono sempre state la verità storica e la lotta non violenta. Mai abbiamo mai fatto ricorso ad azioni terroristiche o ad attacchi suicidi per raggiungere il nostro obiettivo e cioè l’indipendenza del Tibet” ha detto Tsewang Rigzin. E’ infatti solo con la non violenza gandhiana che il Tibet può sperare di essere un giorno liberato. E’ impensabile che i tibetani possano combattere contro l’esercito più numeroso del mondo: sei milioni di tibetani contro un miliardo e 300 milioni di cinesi han, accecati da quell’ideologia nazionalista che la propaganda del regime comunista propina loro a piene mani. Il ricorso alla violenza sarebbe per i tibetani un suicidio. Anche per loro vale quanto Gandhi disse nel villaggio di Dandi al termine della Marcia del sale. Rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, il Mahatma chiese il sostegno del mondo intero per quella che definì “the battle of Right against Might”, la lotta della giustizia contro la forza. La stessa cosa vale anche per i tibetani. La loro vittoria non potrà mai essere militare. O sarà “morale” o non sarà.

Il 18 marzo il Dalai Lama ha minacciato di dare le dimissioni. Ha detto: “Se i tibetani hanno scelto la via della violenza, sarò costretto a dimettermi perché io sto dalla parte della non violenza”. Anche quella del Dalai Lama è sembrata una dichiarazione “gandhiana”. Il 14 marzo, a Lhasa, si era verificato un tragico episodio. Durante la rivolta, nell’incendio di un negozio, erano morte quattro giovani commesse, tre cinesi e una tibetana. La minaccia del Dalai Lama ha ricordato un’analoga presa di posizione di Gandhi. Era il 4 febbraio 1922. A Chauri Chaura, nell’odierno Uttar Pradesh indiano, dopo che la polizia aveva sparato sui manifestanti uccidendo tre persone, una folla inferocita aveva dato alle fiamme la locale stazione di polizia. Ventitrè poliziotti vennero bruciati vivi. Il Mahatma Gandhi, inorridito per quell’episodio di violenza, sospese l’intero movimento di non cooperazione e digiunò per cinque giorni “per non aver saputo spiegare fino in fondo agli indiani l’importanza dell’ahimsa, la non violenza”. Ma tra l’episodio di Lhasa e quello di Chauri Chaura ci sono sostanziali differenze. Nel 1922, nella piccola cittadina delle Province Unite, la violenza degli indiani fu intenzionale. Nel 2008, nella capitale del Tibet, si è trattato con ogni probabilità di un tragico incidente. E poi il paragone tra Gandhi e il Dalai Lama non regge. La lotta di Gandhi era radicale. Il suo obiettivo dichiarato era il “purna swaraj”, la completa indipendenza. L’intero popolo indiano era con lui. Il Dalai Lama è passato invece dalla richiesta di indipendenza a quella di una genuina autonomia fino ad arrivare all’attuale semplice richiesta di “protezione” della cultura tibetana. Tenzin Gyatso si limita a chiedere il “dialogo” con le autorità di Pechino. I tibetani sono disorientati. I giovani militanti della diaspora dicono ormai apertamente che questa strategia non paga. All’interno del Tibet il contrasto con le posizioni del Dalai Lama è forse ancora più marcato. Qui la gente scende in strada al grido di “Bod rangzen”, “Tibet indipendente” e, così facendo, rischia l’arresto, la tortura e la condanna a morte. Nessuno di loro chiede il “dialogo” con i cinesi.

Il 26 aprile l’agenzia Xinhua, citando una fonte anonima del governo di Pechino, ha trasmesso il seguente comunicato: “Viste le ripetute richieste del Dalai Lama per una ripresa dei colloqui, il dipartimento competente del governo centrale avrà nei prossimi giorni contatti e consultazioni con un suo rappresentante privato”. Tutti i leader occidentali, impazienti di riprendere senza intoppi il “business as usual” con la Cina, hanno immediatamente applaudito. “Siamo molto contenti dell’annuncio secondo cui il governo cinese stabilirà un immediato contatto con il Dalai Lama” ha dichiarato il presidente della Commissione europea Barroso. Gli hanno fatto eco Sarkozy (“E’ un grande passo”) e Bush (“Siamo molto contenti di questa notizia”). Ma la feroce repressione messa in atto in queste ore a Lhasa dimostra come l’annuncio di Pechino fosse solo strumentale. L’unico obiettivo dei cinesi è quello di salvare la parata inaugurale dei prossimi giochi olimpici. Il “dialogo” di cui oggi tutti parlano è iniziato il 9 settembre 2002. In quella data, due inviati speciali del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, si recarono in Cina e in Tibet per una visita di quindici giorni. Incontrarono funzionari di secondo piano del partito comunista cinese. Kong Quan, l’allora portavoce del ministero degli Esteri cinese, si affrettò ad annunciare che: “Abbiamo consentito ad alcuni espatriati tibetani di tornare in Cina in forma privata”. Tutto qui. Rientrati a Dharamsala, i due rappresentanti del Dalai Lama dissero: “La nostra permanenza in Tibet è stata breve. Di conseguenza ci sono state poche occasioni per incontrare la gente comune”. Fin da subito si è capito che questo “dialogo” altro non era che un puro esercizio formale. Dopo quel primo incontro, negli anni successivi, sono seguite altre cinque tornate di colloqui. L’ultima risale ai mesi di giugno e luglio 2007. In questo caso gli incontri si sono svolti a Shanghai e Nanchino. Al termine dell’ultima tornata, Lodi Gyari si è sentito dire dai funzionari del partito comunista cinese che “non esiste nessun problema tibetano”. Alla luce di questi risultati fallimentari, il ripetuto invito alla Cina a riprendere il dialogo con il Dalai Lama mostra tutta l’ipocrisia dell’Occidente nei confronti della questione tibetana. Limitarsi a chiedere un “dialogo” è ormai un vuoto rituale che non esercita più nessuna pressione politica su Pechino. Nell’ormai lontano 21 settembre 1987, a Washington D.C., di fronte alla Commissione dei diritti dell’uomo del Congresso americano, il Dalai Lama annunciò il suo Piano di pace in cinque punti per il Tibet. Al punto 5 si leggeva: “Inizio di seri negoziati sul futuro del Tibet e sui rapporti tra il popolo tibetano e quello cinese”. Il Dalai Lama chiedeva dunque un “negoziato”. Negoziato non dice – ma non esclude – che il Tibet sia una nazione militarmente occupata. Negoziato non dice – ma non esclude – che il governo tibetano in esilio sia il legittimo governo del Tibet.

Quando, nel dicembre 2007, il Dalai Lama è venuto per dodici giorni in visita in Italia, il presidente del Consiglio Romano Prodi si è rifiutato di riceverlo adducendo niente meno che la “ragion di Stato”. Altrettanto fecero Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. C’è da augurarsi che, nell’affrontare la tragedia tibetana, il nuovo governo italiano assuma un atteggiamento diverso. Un primo piccolo passo in avanti non sarebbe difficile da compiere. Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, il nuovo governo potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. “Negoziato” non “dialogo”. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.
Carlo Buldrini

Categorie:religione, tibet
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