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La fine del ‘secolo americano’

Con la consueta (e implacabile) lucidità, Angelo Panebianco ha disegnato sul Corriere di oggi uno scenario più che plausibile per i prossimi anni, cioè la nuova era post-crisi del 2008: non la fine del capitalismo, bensì quella del «secolo americano», un mondo multipolare che sarà “più pericoloso ancora di quello che abbiamo conosciuto e nel quale, inoltre, le prospettive della libertà (per milioni di persone) si faranno ancor più precarie di oggi. Infatti

si assisterà ovunque a una perdita di credibilità del «sistema liberale» (capitalismo privato più democrazia liberale) e a una crescita di attrattiva dei sistemi autoritari e semi-autoritari (Cina, Russia). In fondo, non si sta dimostrando che capitalismo e crescita economica possono fare a meno della democrazia liberale?

Nel mondo multipolare, inoltre, l’Europa sarà “un vaso di coccio, pronta a venire a patti con chiunque, forse anche a scoprire le virtù (nascoste) delle potenze illiberali.” Che bella prospettiva, come se quelle virtù (nascoste) non fossero già tenute nella dovuta considerazione presso molti parlamenti e cancellerie del Vecchio Continente!

Insomma, prepariamoci: si apre una nuova era, in cui tutto sarà rimesso in discussione. Saremo all’altezza delle sfide che ci attendono, saremo cioè in grado, oltre che limitare i danni e leccarci le ferite, di scongiurare le derive pericolosissime ipotizzate da Panebianco? Dubitarne sarebbe lecito, ma anche questo è un lusso (uno dei tanti) che non potremo più permetterci. Solo una grande «fede» nell’Occidente, nelle sue radici più profonde ed autentiche, ci potrà salvare. L’era del libertinismo ideologico ed etico, per così dire, è finita.

Da qui la necessità che l’America “scelga bene” chi la dovrà guidare nei prossimi quattro anni e che l’Europa sappia ritrovare se stessa. E’ di nuovo tempo di profeti e di statisti. La mediocrità cui ci siamo abituati è un altro lusso che non potremo più permetterci. Ma proprio qui sta il difficile.

Categorie:economia, esteri, europa
  1. paolodilautreamont
    13 ottobre, 2008 alle 14:09

    Non sono molto d’accordo con Panebianco. Intanto, forse, è un bene che in America vinca un keynesiano-welfarista-statalista (Obama lo è un poco di più di McCain). Come dire: l’esempio serve da lezione… Il punto è che non ci può essere serio sviluppo in democrazia coniugando protezionismo e interventismo col mercato. E’ una legge che abbiamo capito persino in Italia… ultime evoluzioni del centrodx permettendo.
    In secondo luogo, che le dittature sappiano conseguire strordinari risultati economici non è una novità: hitler prima della Cina…
    Credo che le cose andranno a posto riscrivendo alcune regole fondamentali, e facendo grande attenzione al fatto che senza produzione interna (in rapporto aperto e fluido con la globalizzazione) non c’è sviluppo per ogni nazione. Il disastro degli Usa è dovuto all’erccessivo trasferimento della produzione di manufatti in Cina.

  2. rob
    13 ottobre, 2008 alle 16:59

    Paolo, grazie per il “pensoso” commento. Però non so, francamente, fino a che punto il ragionamento di Panebianco corrisponda a quanto tu sembri attribuirgli (forse nelle intenzioni?). Io condivido la sua analisi, ma non per le ragioni per le quali tu la contesti …, dunque qui non posso interloquire più di tanto.

    Su Obama, non so, certo l’alternanza fa bene sempre alla democrazia, ma le responsabilità dell’America, essendo “globali,” vanno oltre gli interessi della stessa democrazia americana, per quanto la buona salute di essa sia essenziale anche per quella delle democrazie europee. Di qui i miei dubbi. In ogni caso McCain non è Bush, e non è neppure il GOP, se è per quello. Il che non guasta, a questo punto.

    “Le ultime evoluzioni del centrodx,” come dici tu, mi trovano perfettamente d’accordo. Ho letto l’ultimo libro di Tremonti e sono d’accordo con lui. Del resto la sua provenienza politica è anche la mia, si parva licet. Che abbia ragione lui, del resto, mi sembra attestato (anche) dagli eventi ben noti di queste settimane.

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