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Se ognuno di noi facesse come Walter Tobagi

Walter TobagiAncora un editoriale da incorniciare del Corriere della Sera, di quel Ferruccio De Bortoli che da un po’ di tempo sta facendo ciò che i direttori di importanti giornali (ma anche i capi-partito e in generale coloro che svolgono ruoli di grande rilievo in una nazione civile) dovrebbero fare d’abitudine e quasi come un riflesso condizionato: dare l’esempio di cosa significa essere “classe dirigente,” essere testimoni di quell’alto senso di responsabilità senza del quale nulla di buono, chi guida e ispira l’azione di altri uomini e donne, è in grado di lasciare ai posteri. Diciamo la verità: ce n’eravamo dimenticati, ci stavamo rassegnando alla mediocrità elevata a necessità e virtù, allo spirito di fazione spinto oltre ogni limite di decenza e buon senso, al disgusto per la “cosa pubblica” come normalità e sistema di vita, ed ora ci si sorprende nel riascoltare parole, accenti, toni cui ci eravamo completamente disabituati (che tristezza!).  

A rendere ancor più toccante l’editoriale di De Bortoli c’è il riferimento al libro appena uscito della figlia di Walter Tobagi, Benedetta.

S’intitola: «Come mi batte forte il tuo cuore» (Mondadori). Lo anticipiamo oggi su queste colonne. Quando Tobagi fu ucciso, per il coraggio dei suoi scritti a difesa della legalità e dei valori per i quali viviamo, Benedetta aveva appena tre anni. Non l’ha di fatto conosciuto, il padre. Ma lo ha incontrato di nuovo scrivendone la storia. Ha scoperto tutta la sua profondità umana e professionale, la forza del suo pensiero libero, il significato dell’esempio, l’attaccamento alla famiglia, l’etica personale che dovrebbe guidare ogni nostro gesto quotidiano. Se ognuno di noi svolgesse fino in fondo, come hanno fatto Walter e tanti altri come lui, il proprio dovere, questa società sarebbe più giusta, meno egoista, avrebbe più rispetto di sé e dei propri figli.

Già, “se ognuno di noi svolgesse fino in fondo il proprio dovere” … Sarà la rabbia che ogni volta che ripenso a Walter—ricordi personali di qualche piccolo contributo a mantenere vivo il suo ricordo e la sua eredità morale e civile—e a quanto questo Paese (e spesso anche lo stesso Corriere, in cui lui lavorava) non sia stato capace di capire e di onorare come meritava quel grande e generoso italiano, sarà questo, ma De Bortoli mi ha commosso, non mi vergogno di dirlo, e gli sono  grato.

Abbiamo bisogno anche e soprattutto di questo, oggi: di parlare al cuore di chi  ancora  ne ha uno, sepolto sotto tonnellate di chiacchiere, gossip e insulti. Con o senza il permesso di una classe dirigente che tale non è e mai lo sarà, se non nella tragicomica finzione scenica che viene rappresentata ogni giorno che Dio manda in terra.

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Categorie:informazione, interni
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