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Antonin Scalia e quello che manca alle destre

220px-antonin_scalia_scotus_photo_portraitLa morte di Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, è uno di quegli eventi che giustamente varcano gli oceani e riempiono le pagine dei giornali di tutto il mondo. Tra le tante cose che sono state scritte in lingua italiana su questo figlio dell’Italia che l’America ha onorato come “un gigante giuridico,” un intellettuale illuminato o, se si preferisce, semplicemente come un grande uomo, l’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi merita una menzione particolare. Mi permetto di riportarne qui—in maniera un po’ “smodata,” se vogliamo essere legulei—alcuni stralci tra i più significativi, e finanche il titolo, quasi alla lettera. Ma se chi legge decide di precipitarsi in edicola per leggere l’articolo integralmente, si sappia che fa una cosa buona e giusta. E ogni tanto non guasta.

Era un cattolico senza complessi, deve aver riso anche della battuta di Francesco sui fedeli che fanno figli come conigli, lui che ne aveva 9 e diceva di esserseli giocati con sua moglie, la prolifer Maureen McCarthy, alla “roulette vaticana”. Era un originalista costituzionale, credeva non già che si dovessero interpretare le intenzioni dei Padri fondatori che hanno prodotto la Costituzione liberal-democratica più antica del mondo, ma più semplicemente il testo scritto e tramandato secondo tradizione legale. Amava la Costituzione morta, come diceva, non le truffe ricavabili da quella viva e in cambiamento perenne. Era uno che amava vincere, determinare le maggioranze che fanno le sentenze (gli è accaduto e non raramente), influenzare la cultura e la visione politico-costituzionale del suo paese (lo ha sempre fatto, infallibilmente), ma accettava di perdere: famose le sue opinioni in dissenso, tra le altre quelle a suo tempo da noi pubblicate sulle nozze omosessuali o le prescrizioni dell’Obamacare in materia di polizze assicurative (“è come se il governo ti ordinasse di comprare al supermercato i broccoli”).
Era un gigante, ora dicono, del pensiero giuridico conservatore. Era un uomo di mondo, che sollecitava al confronto e al compagnonnage quanti erano diversi da lui come la sodale liberal Ruth Bader Ginsburg, quanti erano diversi nelle policies, nelle scelte o visioni evolutive che si radicano nel tempo e nella modernità; ma il suo wit, il suo spirito, la sua disponibilità avevano il limite testuale, legale, della carta fondamentale delle libertà americane e dell’autogoverno. Se ne intuiva la violazione per ragioni politiche, di attivismo politico, se intravedeva la pretesa di assoggettare il credo universalista dei fondatori dell’America non a un testo tramandato e letto con attenzione ma all’opinione di un gruppo di giudici, allora diventava spietato, ricorreva all’insulto elegante, non le mandava a dire. Era universalmente rispettato, con l’eccezione di qualche giornalista babbeo, sia per la severità del rigore giuridico sia per la leggerezza brillante, il tono ironico e sarcastico delle cose che scriveva con una prosa non ottusa dal professionalismo, aperta, capace di comunicare a tutti quanto è e deve essere di tutti.
[…]
E’ stato osservato che la radicalizzazione indotta dai Tea Party, ultimo stadio di una rivolta popolare contro l’establishment che celebra oggi clamorosi e ambigui fasti nelle elezioni presidenziali, è dipesa anche dall’originalismo costituzionale di cui Scalia fu maestro e banditore. Può essere, ma un maestro come Scalia va misurato su una scala diversa da quella della lotta politica, è l’archetipo di un modo colto, intelligente, spiritoso e insieme severo di essere conservatori. E’ stato quello che manca a tante destre a tante latitudini, Europa compresa. Fu honnête homme, il tipo di uomo di cuore e uomo di mondo che si affermò nel Seicento in Francia, ma il legame con la Costituzione americana gli impedì di essere troppo conforme al suo tempo, che intendeva semmai conformare lui ai criteri di vita e di governo tramandati. Che tipo.

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