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I disastrosi 100 giorni di Biden: noia e cinismo, le armi segrete di Sleepy Joe per ridisegnare l’America

Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di ieri:

Chi meglio di ammiratori troppo entusiasti o di semplici adulatori può evidenziare le ragioni per cui l’oggetto di venerazione, lungi dal meritare gli elogi che gli vengono troppo generosamente tributati, è invece altamente tossico? Probabilmente nessuno. L’esempio più recente di questa verità ce l’ha regalato la solenne eulogia scritta per i primi cento giorni di Joe Biden alla presidenza da Jonathan Chait per la sua rubrica (“The National Interest”) sul New York, il magazine concorrente del New Yorker – e altrettanto liberal. “Durante i primi cento giorni della presidenza di Joe Biden – scrive Chait – i Repubblicani si sono resi conto che l’uomo che il loro portabandiera scherniva come Sleepy Joe è un formidabile avversario. E la qualità che lo ha reso così efficace fino a questo punto è – ebbene sì – la sua sonnolenza”.

Nella sua comunicazione pubblica, Biden ha ottenuto il massimo risultato con il minimo sforzo: le sue interviste sono rare e per lo più prive di notizie. La sua retorica non solo manca di qualità galvanizzanti, è decisamente sedativa. E se i Repubblicani non hanno alcuna possibilità di fermare Biden è perché li sta annoiando a morte. Ricordate il suo discorso inaugurale? Egli ha esortato il suo Paese all’unità, a “smettere di gridare” e “abbassare la temperatura”, ma subito dopo ha portato avanti politiche drastiche, ha operato scelte drammatiche, a suo dire per riparare dei mali antichi. “La politica – disse – non deve essere un fuoco violento che distrugge ogni cosa sul suo cammino. Ogni disaccordo non deve essere motivo di una guerra totale”. Ma l’azione è andata esattamente nella direzione opposta. Un cinico, suggerisce Chait, può sospettare che la visione idealistica e “rilassata” del presidente, in cui tutti si mettono tranquilli mentre lui firma una serie di leggi che comportano spese a 13 cifre, contenga più di un pizzico di quella che in Italia chiamiamo “paraculaggine”. Ebbene, confessa il Nostro, “questa è un’ipotesi terribilmente stanca da fare su Saintly Joe Biden [come lo ha recentemente definito Donald Trump, ndr]. Ma quel sospetto non sarebbe completamente sbagliato. In un certo senso, è proprio questo il punto”.

In altre parole, il messaggio – e il succo di tutto il ragionamento – è il seguente… [CONTINUA A LEGGERE]

Categorie:america, world

Cancel Culture, l’idiozia è il nuovo standard: un favore ai nemici esterni e interni dell’America

24 marzo, 2021 2 commenti

Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di oggi:

Non più tardi di cinque o sei anni fa, chi avrebbe mai pensato che le piattaforme dei social media dominanti d’America, come Facebook, Google-YouTube e Twitter, avrebbero attaccato i diritti del Primo Emendamento impegnandosi a mettere a tacere un numero enorme di loro utenti tramite censura, cancellazione e deplatforming? Di tutte le maledizioni che si potevano abbattere sugli Stati Uniti d’America, la censura e la cancel culture sono forse le peggiori.

Ma questi due fenomeni del nostro tempo non avrebbero mai oltrepassato il livello di guardia se non si fossero sommati ad un altro flagello biblico, non meno devastante, un fiume in piena che da qualche mese a questa parte ha rotto tutti gli argini e sta dilagando in tutto il Paese. Ne ha parlato qualche giorno fa, su American Thinker, un tale che utilizza lo pseudonimo A.C. Smith e che ha giustamente ritenuto opportuno ricordarci un film del 2006, Idiocracy, commedia di ambientazione fantascientifica in cui viene rappresentato uno scenario distopico del futuro dove, a causa della maggiore prolificità degli idioti, il livello di intelligenza medio raggiunge livelli talmente bassi da mettere addirittura a rischio la sopravvivenza del genere umano.

Nell’America raffigurata dal film, qualunque cosa somigliasse alla ragione e alla logica era stata del tutto abbandonata. “Nel corso dei decenni i fondamentali erano precipitati così in basso che i contadini annaffiavano i loro raccolti con Gatorade invece che con l’acqua e le persone si comperavano lauree di risulta al supermercato”…

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Categorie:america

FINE DELLA LIBERTA’ DI PENSIERO

[Dal mio profilo Facebook *] Allora, come molti di voi sanno, ho scritto un libro che è stato pubblicato a inizio mese. Questo libro ha due particolarità: è in inglese e parla di idee – ovvero di fatti della vita, di poesia, natura, storia e politica, raccontati e discussi nelle loro ricadute sulle nostre visioni del mondo. Non un libro “facile”, né per tutti, nel senso che non è per lettori che vogliono essere semplicemente intrattenuti, o che si aspettano dalle pagine delle risposte precise ad esigenze altrettanto ben individuate. Un libro scritto per gente che vuole innanzitutto pensare, riflettere: una minoranza, gente che mette al primo posto non fatti, cose e persone che fanno fatti e cose, ma idee, concetti e visioni del mondo (che poi inevitabilmente hanno ricadute nelle vite, nelle storie individuali e collettive, cioè nel mondo in cui viviamo).

Che fare, dunque, dopo aver scritto un libro con queste caratteristiche? La risposta è ovvia: far sì che venga letto dal tipo di lettori ai quali è destinato. Ora, tra le altre cose che si possono fare ce n’è una abbastanza scontata e che ha a che fare con i social media: pubblicizzare il libro su Facebook. Ebbene, come titolare di due “pagine”, oltre che di questo profilo personale, erano giorni che ero perseguitato dalle profferte del gigante di Palo Alto (credito pubblicitario in omaggio dopo il primo acquisto), dalla mattina alla sera spot continui… Alla fine ho ceduto: perché non esplorare questa possibilità? Così mi sono addentrato nella procedura prevista, ma… niente da fare! Spot respinto. Perché? Semplice, nel libro ci sono contenuti politici (loro lo sanno, sanno tutto, grazie ai famosi algoritmi), il che richiede una procedura specifica e supplementare: vogliono la foto di un tuo documento di identità perché sei in grado di “interferire” sulle elezioni, e dunque vogliono sapere esattamente chi sei, e inoltre ci vuole un “disclaimer” in cui ti assumi la responsabilità e dichiari che lo spot l’hai pagato tu (o la tale o tal altra azienda con tanto di dati legali). Ora, personalmente non ho problemi ad assumermi le mie responsabilità, non sono uno che agisce nell’anonimato, e quindi ci può stare che do il documento, anche se la cosa mi sembra un tantino grottesca, un po’ esagerata data l’entità del “prodotto” in oggetto, ma in qualche modo uno si sente anche lusingato di potere “interferire” nelle elezioni… 😉

Ma questo, cari amici, non è niente. Dovete sentire il resto. Dunque, come vi dicevo il libro è in inglese, quindi il target sono i lettori anglofoni, cioè americani, canadesi, britannici, australiani, ecc. Ebbene, la procedura prevede che l’invio del documento e il disclaimer siano da ripetersi per ogni singolo stato, il che sarebbe già abbastanza seccante, ma la mazzata finale è data dal fatto che per abilitare la pubblicità negli Usa devi indicare anche un indirizzo postale in loco (e non una semplice casella postale, proprio un indirizzo fisico con tanto di via, numero, codice postale, città), al quale verrà inviata una lettera ovviamente cartacea contenente un link cliccando il quale la procedura verrà sbloccata. In pratica, se non sei americano non puoi pubblicizzare il libro presso gli utenti di Facebook di quel Paese. Di conseguenza io potrò pubblicizzare il libro solo tra gli utenti che vivono in Italia. Capite? Tutto questo, immagino, per impedire che dalla Russia (o chissà, dal Tibet o dall’accidente che vi pare) possano inondare l’America di messaggi pro-Trump e alterare il prossimo voto, senza contare che uno stato estero ha mille possibilità per aggirare l’ostacolo dell’indirizzo postale. Mentre chi viene colpito sono i comuni cittadini che esprimono liberamente delle idee e che desiderano farle circolare liberamente.

Morale della favola: si tratta di un colpo senza precedenti, nella storia americana, alla libertà di pensiero e alla libera circolazione delle idee. Quale sarà il prossimo passo verso la soppressione del dissenso? Dobbiamo rassegnarci a vivere in un mondo nel quale le idee che non piacciono all’establishment non possono più circolare se non clandestinamente, come nella defunta Unione Sovietica e nella Repubblica Popolare Cinese o nella Corea del Nord dei nostri giorni? Kim Jong-un e Xi Jinping come Joe Biden e Mark Elliot Zuckerberg? Si potrebbe obiettare che queste pesanti limitazioni colpiscono chiunque (conservatori, progressisti, “destri” e “sinistri”) allo stesso modo. Vero, ma attenzione, chi ne fa maggiormente le spese non è la sinistra, che ha già il supporto dell’80% dei media, ma i conservatori, la cui forza mediatica consiste principalmente, se non quasi esclusivamente, nella loro radicata e robusta presenza nei social media. Il tutto mi sembra molto “scientifico”. Ma Facebook non si illuda: non ce ne andiamo, non ci arrenderemo mai.

* Questo post, con alcune modifiche e aggiunte, è diventato un articolo per Atlantico Quotidiano del 2 marzo 2021.

Categorie:social media

Il mio nuovo libro è su Amazon

19 febbraio, 2021 Lascia un commento

Cari lettori,

Ci risiamo, è nato un nuovo libro. Qualche settimana fa, quando tutti i capitoli erano già stati scritti, dovevo solo scrivere l’introduzione per definire lo scopo, gli obiettivi e il contenuto del libro. Il che, almeno per quanto riguarda i contenuti, non è stato affatto un compito facile, visto che si tratta di un libro che spazia su una vasta gamma di temi e argomenti. Eppure ero ben consapevole che i contenuti non sono ciò che conta di più, in un certo senso sono solo una possibilità e un’opportunità. Ciò che conta di più è ciò che certi eventi, fatti, problemi, pensieri e sentimenti possono insegnarci su noi stessi, sulla vita e sul mondo che ci circonda. Direi che questo libro è un dialogo con me stesso sulla mia comprensione e relazione con la vita stessa. Le questioni esistenziali, politiche e filosofiche – che sono spesso ricorrenti nel libro – sono funzionali ad una più ampia conoscenza e comprensione di sé. Ma questo non è un libro “di filosofia”, nonostante le tante questioni filosofiche che affollano le sue pagine. Né è un libro “di politica”, nonostante i sette sottocapitoli dedicati all’era Trump e alle sue implicazioni nella vita politica, sociale, culturale ed economica negli Stati Uniti e altrove.

Mettiamola in questo modo: per me è sempre così nella vita delle persone, l’idea è di andare sempre avanti, di progredire verso una condizione sempre migliore. Ed è giusto che sia così. Ma la realtà raramente corrisponde esattamente alla visione iniziale e spesso marcia nella direzione opposta. Contrariamente alla credenza popolare, nella nostra epoca molti non smettono mai di disimparare, né rinunciano a salire nella gerarchia di ciò che è contrario al Buono, al Bello, al Giusto o semplicemente al Ragionevole. I nostri sono tempi di caos intellettuale e relativismo morale, se non di nichilismo, e tutto sembra sul punto di cadere a pezzi, come gli eventi del recente passato negli Stati Uniti e altrove, nel caso fosse necessario, hanno abbondantemente dimostrato – a proposito, mentre stavo scrivendo l’Introduzione, migliaia di ardenti sostenitori del presidente Trump stavano prendendo d’assalto il palazzo del Campidoglio degli Stati Uniti, provocando evacuazioni, feriti e arresti…

L’intera storia di Covid-19 si inserisce perfettamente in questo contesto, al punto da diventare, almeno secondo me, un’efficace metafora dello Zeitgeist, che si intreccia con le occupazioni, le aspirazioni e le ambizioni individuali e collettive che molto spesso sono mal concepite, miopi e basate su false premesse. Tuttavia, un siffatto mondo alla rovescia è nondimeno il nostro unico e solo mondo – e per questo vale la pena lottare per esso, nonostante tutto. Nel mio piccolo e in una certa misura, Blessed Are the Free in Spirit : A Journal in Complicated Times (“Beati i liberi di spirito. Un diario in tempi complicati”) è il mio contributo alla lotta.

Come il mio libro precedente, Blessed Are the Contrarians : Diary of a Journey Through Interesting Times (“Beati i bastian contrari. Diario di un viaggio attraverso tempi interessanti”), questo è una specie di diario di un viaggio attraverso il nostro tempo – politica, cultura, stili di vita, visioni del mondo, ecc. – e di nuovo a casa, dove “casa” rappresenta un profondo sentimento di appartenenza al nostro spirito, libero e indomito, che è molto più forte dello spirito dei nostri tempi, per quanto potente e attraente possa essere. Inoltre, in questo libro, come in Blessed Are the Contrarians, ho selezionato alcuni degli articoli postati sul mio blog negli ultimi anni, quelli più adatti a questa modalità di comunicazione tradizionale. In altre parole, Blessed Are the Free in Spirit in qualche modo non è altro che la Parte Seconda di Blessed Are the Contrarians. Ma con un paio di differenze. La prima è che in questo libro le voci del “diario” sono disposte in ordine cronologico (dal più recente al più vecchio), oltre che per argomento. La seconda è che l’autore non è più esattamente la stessa persona che era quando è uscito il primo libro, nel 2012. Questo per il semplice motivo che il tempo non passa mai invano. Come disse Eraclito: “Non puoi entrare nello stesso fiume due volte”. L’acqua nel fiume non è mai la stessa, è in continuo movimento, quindi il fiume non è mai lo stesso fiume due volte…

Una parola sul titolo del libro. Una persona dallo spirito libero può essere molte cose diverse – anche (almeno apparentemente) opposte l’una all’altra piuttosto che armoniose o compatibili – perché il loro cuore è la loro bussola e il cuore non ha confini o regole imposte dall’esterno. Quando sono religiosi, tendono a concentrarsi sulle verità e gli insegnamenti più intimi e profondi della loro fede religiosa piuttosto che sulla “lettera” delle Scritture, e quindi sono spesso, se non sempre, sull’orlo dell’eresia… Preferiscono non rifugiarsi nel passato, ma si oppongono a un progresso costruito sulla distruzione di tradizioni che risalgono a molti secoli fa e sulla sistematica negazione della nostra storia e civiltà. Sono fieramente indipendenti, ma possono comunque sviluppare uno stretto legame emotivo con coloro che offrono e/o chiedono protezione. Tengono in gran conto le proprie convinzioni e i propri sentimenti, ma sembrano non preoccuparsi affatto – eccetto che per il minimo indispensabile – di cose normali come soldi, carriera, successo, ecc.

Le persone dallo spirito libero sono il sale della terra, non sono persone “riposanti”. Con loro non ti rilassi mai. Sono stimolanti e provocatori (nel senso migliore del termine), fonte di ispirazione e capaci di metterci alla prova, sono uomini e donne al meglio delle possibilità umane. Qualche tempo fa, mi sono imbattuto in un’eccellente definizione di quella “benedetta” categoria di persone: “Uno spirito libero non è vincolato da questo o quest’altro, dalle opinioni, ecc. Cantano, ballano e fluttuano nel vento, perché sono tutt’uno con esso. Sono niente e tutto: il vuoto e l’estensione. Neanche lo spazio e il tempo li limitano o li definiscono. Perché sono pura energia”. (Rasheed Ogunlaru).

Detto questo, teniamo presente che “spirito libero” non significa “autoreferenziale”, “solipsista” o “egoista”. Al contrario. È perché sono profondamente innamorati della vita, dell’umanità, della poesia, della musica, della danza, del teatro, della scrittura e di tante altre cose, che i liberi di spirito sono quello che sono: se fluttuano nel vento è perché sono tutt’uno con esso! Se sono sicuri di sé è perché hanno fede nella vita! Come dicono i francesi, tout se tient (tutto si tiene). La libertà stessa non è un assoluto, non è un aut-aut, ma un insieme di relazioni, possibilità mescolate con le realtà. Allo stesso modo, la libertà di spirito, che è la quintessenza della natura umana, è fondamentalmente il frutto di un compromesso, un miracolo di equilibrio ed eleganza. In definitiva, le persone dallo spirito libero non possono che essere il risultato di una coincidentia oppositorum (la coincidenza degli opposti). Come disse una volta il più elegante dei saggisti e un miracolo vivente di equilibrio  intellettuale come Michel de Montaigne: “Si può essere umili per orgoglio”. Che non è certamente una buona cosa, ma cosa succede se applichiamo lo stesso schema in termini positivi anziché negativi? Bene, diciamo, per esempio, che si può essere allegri/ironici per serietà, accomodanti per severità e rigore, ingenui per raffinatezza, e così via. Da qui la scrittura di Montaigne en chair et en os (“in carne e ossa”), così come le volute impercettibilmente sovversive delle sue frasi e il tono astutamente ironico che spesso si insinua nei suoi Saggi. Questo è ciò di cui sono fatte le persone dallo spirito libero, e la ragione per la quale sono il sale della terra.

Invocando benedizioni sui Liberi in spirito, cerco di esprimere il sentimento che provo per loro, la mia profonda ammirazione e gratitudine per il loro contributo specialissimo all’umanità e alla società. Sono la mia stella polare, la mia fonte di ispirazione e il motivo per cui sono quello che sono. Mi piacerebbe pensare che in qualunque cosa scrivo ci sia qualcosa che gli scrittori e i pensatori dallo spirito libero dei secoli passati approverebbero. Allo stesso modo, spero che ciò che scrivo non dispiaccia troppo agli spiriti liberi dei nostri giorni.

A questo punto, cari lettori, a me non resta che augurarvi buona lettura, e attendere fiducioso le vostre domande e opinioni.

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Blessed Are the Free in Spirit. A Journal in Complicated Times 

Paperback Ed. – ISBN-13 : 979-8702016979 – Publication date : February 5, 2021

Kindle Ed. – ASIN : B08W2DP9RC – Publication date : February 4, 2021 

Il suicidio politico di Trump e la lezione di Machiavelli sui tumulti: e se partorissero buoni correttivi al sistema Usa?

Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di oggi:

“Una volta, parlando qui su Atlantico Quotidiano di un libro del grandissimo Victor Davis Hanson, “The Case for Trump”, dicevo del presidente uscente che è una sorta di “eroe tragico” di tipo classico, di cui l’America ha disperatamente bisogno ma che non sarà mai apprezzato come merita nel proprio Paese. Gli eventi di ieri sera nella capitale americana ne sono in qualche modo la migliore conferma. Infatti, come anche il direttore di questo magazine ha lasciato intendere nel suo pezzo di ieriThe Donald, con la linea di comportamento adottata in questi ultimi giorni ed ore, in particolare con quel “non ci arrenderemo mai” rivolto ai concittadini poco prima che tutto cominciasse, si è in buona sostanza politicamente suicidato. E la modalità prescelta (consapevolmente o inconsapevolmente) sembra essere proprio quella di un eroe da poema omerico o da mitologia greca.

Un altro, ad ogni buon conto, è il discorso da farsi sulle conseguenze dell’“insano gesto” del presidente, cioè sulle migliaia di cittadini inferociti che hanno deciso di mettersi in marcia per poi fare irruzione nel sancta santorum della democrazia (non solo americana), cioè il palazzo del Congresso degli Stati Uniti…” CONTINUA A LEGGERE

Ecco come i “marxisti culturali” stanno cercando di sovvertire l’America (e la civiltà occidentale) dall’interno

20 settembre, 2020 Lascia un commento
Il mio pezzo su Atlantico del 16/09/2020:

Scuola di Francoforte e strategia gramsciana dell’egemonia culturale. Scuole, università, media, arti, chiese, multinazionali: tutte le casematte della cultura occupate per trasformare la coscienza della società e minare le istituzioni democratiche. Gli Stati Uniti possono aver sconfitto l’impero del male di reaganiana memoria, ma non sono ancora riusciti a sconfiggere “l’idea”, tutt’altro, visto che il marxismo è vivo e vegeto, sano e robusto, ed è praticamente ovunque, nei college, in azienda, nello sport, nell’associazionismo… È nell’aria che respiriamo…

Una delle tante parrocchie cattoliche di New York City. Si tiene una sessione di preghiera a sostegno di Black Lives Matter. Il prete invita i parrocchiani a rinunciare al loro white privilege (“privilegio bianco”, espressione di gran moda negli Usa in questo periodo) per aiutare “a trasformare la cultura della chiesa”. In molte chiese in tutta l’America, scrive John Eidson su American Thinker, i “marxisti culturali” utilizzano il pulpito per sostituire un po’ alla volta ai valori cristiani tradizionali quelli della falce e del martello. Si è espresso proprio così, senza mezzi termini. D’altra parte di cosa diavolo stiamo parlando? Black Lives Matter, lo sappiamo tutti (o quasi), è un’organizzazione politica violenta la cui ideologia marxista è profondamente anticristiana e antiamericana. “Usano la nobile causa dell’uguaglianza razziale come una foglia di fico per nascondere la loro vera natura”, che è appunto il marxismo culturale, il quale persegue indefessamente e pervicacemente l’obiettivo dell’abbattimento delle democrazie occidentali. Il tutto, per altro, “sovvertendo i pilastri della loro cultura, le strutture e le istituzioni della famiglia, della religione, dell’istruzione, della politica, della legge, delle arti e dei media poiché forniscono la coesione sociale necessaria per una società funzionante”.

In realtà, è una lunga storia, che affonda le sue radici piuttosto lontano nel tempo… [CONTINUA A LEGGERE]

Non è il “razzismo sistemico” che combattono (e che, dati alla mano, non c’è), è un assalto alla civiltà occidentale

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Il mio pezzo pubblicato su Atlantico sabato 27 giugno. L’articolo ha finora ottenuto oltre 3.800 “like“: un risultato di cui ringrazio sentitamente i lettori che hanno voluto esprimere il loro gradimento. E un grazie va anche a tutti gli altri lettori.

La maggior parte degli osservatori e commentatori ha torto: il “razzismo sistemico” e “il peccato americano” della schiavitù c’entrano fino a un certo punto con il movimento dei decapitatori e distruttori di statue. I dati mostrano che la condizione socio-economica degli afroamericani è molto migliorata negli ultimi decenni. E solo il 17 per cento dei manifestanti erano neri, quattro su cinque si identificano con il Partito democratico. In realtà, si tratta di un assalto alla civiltà occidentale nel suo complesso e alle sue glorie e acquisizioni

Qualcuno forse ricorda quando, già nell’agosto 2017, il presidente Trump predisse (tweet, video) che i distruttori di statue non si sarebbero limitati al monumento del capo dei Confederati, generale Robert E. Lee, che avrebbero esteso la loro smania distruttrice alle statue degli ex presidenti e Founding Fathers George Washington e Thomas Jefferson. Quante severe critiche, nonché ironie e sberleffi a non finire ne seguirono sui media mainstream… Ebbene, meno di tre anni dopo, ecco che la profezia si è avverata: siamo passati dai vandalismi ai monumenti confederati alla deturpazione e distruzione – o alla pressante richiesta di rimozione – delle statue di Cristoforo Colombo, dell’ammiraglio David Farragut, dell’abolizionista Matthias Baldwin, del generale della guerra rivoluzionaria americana Philip Schuyler, di un capitano dei Texas Rangers, Jay Banks, del missionario cattolico San Ginepro Serra, di Ulisses S. Grant, comandante in capo dell’esercito dell’Unione, di Francis Scott Key, Abraham Lincoln, George Washington e Thomas Jefferson. L’ultimo misfatto in ordine di tempo è l’abbattimento della statua del colonnello Hans Christian Heg, nientemeno che un immigrato norvegese che morì combattendo per l’Unione e contro la schiavitù. E mentre scriviamo una statua dell’ex presidente Theodore Roosevelt sta per essere rimossa a New York City… [CONTINUA A LEGGERE]

Da New York alla California, i governatori Dem possono prendersela solo con se stessi se mancano posti letto

Le spese allegre per le iniziative politicamente corrette negli Stati governati dai Democratici a scapito di posti letto e forniture sanitarie che oggi sarebbero state molto utili per affrontare il coronavirus.

Il mio pezzo su Atlantico di oggi:

Quanti tra i leaders, i politici, i governi e le autorità sanitarie internazionali sono stati perfetti, finora, nella gestione del cigno nero che va sotto il nome di coronavirus? Nessuno, a quanto pare, anche se qualcuno si è comportato molto peggio della media e qualcun altro molto meglio. Il caso italiano si è rivelato disastroso dal punto di vista della leadership politica di Giuseppe Conte e delle forze di governo, mentre lo score fatto registrare dalle amministrazioni regionali del nord (soprattutto del Veneto) e dalle forze politiche di opposizione è risultato decisamente più positivo. Quanto agli altri Paesi d’Europa, non sembra che la situazione sia stata gestita granché meglio che in Italia. Negli Stati Uniti, a loro volta, non sono stati esenti da errori, anche perché, come tutti, hanno subito i contraccolpi delle menzogne cinesi (e delle mezze verità dell’OMS), che hanno reso tutta questa materia alquanto scivolosa e “fluida”. Insomma, che ci possano essere state sottovalutazioni da parte dell’amministrazione Trump, almeno inizialmente, non deve meravigliare più di tanto, ma il presidente ha saputo prendere ben presto in mano la situazione effettuando due mosse di grande rilievo ed efficacia: il divieto dei voli dalla Cina e, successivamente, con il deteriorarsi della situazione in Europa, anche dei voli dal Vecchio Continente. Poi, ha sbaragliato le pastoie burocratiche che complicavano la vita agli operatori sanitari e rendevano la fruizione di test per il coronavirus esageratamente macchinosa. Dopodiché è arrivato il famoso pacchetto “da tempo di guerra” che sappiamo, con un’iniezione di 2.000 miliardi di dollari per superare la crisi del coronavirus.
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Categorie:america, world

Anche alla luce del Rapporto Horowitz, è arrivato il tempo di cambiare il nostro approccio alle “teorie del complotto”

19 dicembre, 2019 Lascia un commento

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Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di oggi:

Qualche giorno fa, in un’intervista concessa a Chris Wallace di Fox News Sunday, l’ex direttore dell’FBI James Comey ha riconosciuto di aver commesso “errori significativi” nel corso delle sue indagini sulla presunta collusione tra la Russia e la campagna elettorale di Donald Trump nel 2016. Nel contempo, però, ha fermamente respinto le accuse rivolte alla sua persona e al Bureau, ed ha esortato gli americani a continuare a “fidarsi” del principale braccio operativo del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Secondo Comey, il rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia Michael Horowitz su FBI e Trump è giusto: “Horowitz ha ragione e io avevo torto. Ho le mie responsabilità, come direttore ho confidato troppo nelle nostre procedure.” In sostanza, l’ex direttore del Federal Bureau of Investigations  riconosce che è stato fatto un uso quanto meno disinvolto di un dossier non verificato e inattendibile per ottenere dal tribunale speciale FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) l’autorizzazione a mettere sotto sorveglianza Carter Page, all’epoca consulente della campagna Trump, per ricavare eventuali prove di collusioni tra l’allora candidato repubblicano e la Russia. Tuttavia, Comey sostiene che alla fin fine il rapporto ha reso giustizia all’FBI dal momento che non ha sposato le teorie cospirative secondo le quali tutta la vicenda altro non è che un tentativo di colpo di stato orchestrato dal deep state… Forse, però, le cose non stanno esattamente così. (…) CONTINUA A LEGGERE

Categorie:america, esteri, world

Le due Americhe si sfidano anche negli stadi: mai così distanti, divise, nemiche

23 novembre, 2019 Lascia un commento

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Il mio pezzo su Atlantico del 12 novembre scorso:

…Sabato 9 novembre, è in corso una partita di football americano al Bryant-Denny Stadium, Alabama, tra la squadra padrona di casa, cioè quella della University of Alabama, e quella della Louisiana State University; alle 12:10, durante un timeout, il Presidente degli Stati Uniti e la First lady, che hanno appena preso posto nel box riservato di un facoltoso imprenditore edile del luogo, vengono inquadrati dalle telecamere dello stadio e mostrati sui maxischermi; accade qualcosa che visibilmente sorprende anche il presidente: dal pubblico (posti a sedere 101.821) si leva un boato assordante e prolungato di applausi, una scena dal sapore epico… Uno sparuto manipolo di disperati azzarda un timido “buu” ma viene immediatamente sommerso dagli altri 100 mila che scandiscono in coro “USA, USA”. Al presidente e alla First lady non resta che sventolare un fazzoletto in segno di gratitudine e unirsi all’applauso… CONTINUA A LEGGERE