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Archive for the ‘bioetica – articoli’ Category

Staminali: una svolta?

24 agosto, 2006 2 commenti

L’annuncio è di ieri (su Nature), ma sta rimbalzando soltanto in questi minuti da un’agenzia a un’altra. Viene dall’Advanced Cell Technologies, una Company che opera in Massachusetts e si occupa di biotecnologie: cellule staminali senza distruggere gli embrioni. Verrebbe insomma a cadere l’obiezione di fondo contro la ricerca in questo delicatissimo settore. Ma Roberto Colombo—direttore del Laboratorio di Biologia molecolare e genetica della Cattolica di Milano—non è d’accordo, visto che, secondo lui, il metodo messo a punto dall’équipe americana
«non supera le gravissime obiezioni etiche sollevate dalla ricerca su queste cellule. La biopsia di un embrione comporta sempre un serio rischio per la salute e la sopravvivenza dello stesso» (Corriere della Sera). Vedi anche la Repubblica, Ansa, Los Angeles Times, Guardian Unlimited, The Indipendent.

Ma la vita non è un processo deterministico

16 maggio, 2006 9 commenti

La novità dei giorni scorsi, sul fronte della ricerca scientifica e delle applicazioni di quest’ultima alle tecnologie concernenti la vita, era questa: grazie ai medici dello University College Hospital di Londra, il feto che attualmente si trova nel grembo di una donna britannica affetta da una forma ereditaria di tumore alla retina diventerà un bambino completamente immune da quella terribile malattia. Dagli embrioni creati (in vitro) dalla coppia, infatti, sono state prelevate delle cellule al fine di selezionare, mediante approfonditi test genetici, gli embrioni sani che sono stati successivamente impiantati nell’utero della madre.

Domenica, sul Corriere, Giuseppe Remuzzi spiegava e commentava entusiasticamente l’avvenimento:
 
Mamma e papà in Inghilterra hanno deciso per la fertilizzazione in vitro e hanno chiesto ai medici di selezionare l’ embrione sano, e trasferirlo nell’ utero della mamma. Non avevano problemi di sterilità, ma avrebbero potuto trasmettere al bambino il cancro della retina di cui soffre la mamma. Se non l’ avessero fatto, il bambino avrebbe avuto il 50 per cento di probabilità di avere il tumore. Si fa chemioterapia, qualche volta va bene, se no si perde un occhio o tutti e due. E la predisposizione al tumore si trasmette ai figli. Così invece nascerà un bambino normale. Un giorno avrà dei figli, anche lui, sani. S’ è fatto per il retinoblastoma, ma ce ne sono tanti di tumori ereditari, potrebbero sparire come la poliomielite e il vaiolo. Ed è lo stesso per altre malattie, del sistema nervoso.  
 
A Remuzzi risponde oggi Il Foglio con un editoriale che di entusiasmo non ne dimostra né poco né punto. La contestazione, sia della “procedura” medico-scientifica sia del clima di euforia che circonda l’avvenimento, è serrata e senza esclusione di colpi (ivi compresa un’ironia corrosiva):
 
Giuseppe Remuzzi scrive che se i genitori non avessero fatto quella scelta “il bambino avrebbe avuto il 50 per cento di probabilità di avere il tumore”. Se ne deduce in primo luogo – com’era peraltro ovvio – che quei verbi al futuro e al presente e quell’avverbio sono un’esimia cialtronata, un preclaro esempio di diffusione di informazioni scientifiche scorrette. Remuzzi ha quindi il merito di aver detto le cose come stanno, e quell’onesto 50 per cento induce a qualche ulteriore commento. Da dove deriva questa stima, da quali dati empirici, da quali statistiche, con quali metodi è stata ricavata? Purtroppo, nel campo biomedico siamo abituati a un uso disinvolto del concetto di probabilità e a stime ricavate con una leggerezza maggiore di quella di cui si dà prova negli exit poll. Ci si imbatte sistematicamente in un uso del concetto di probabilità del tutto “soggettivo”, ma non nel senso della teoria soggettivista delle probabilità dell’illustre matematico Bruno de Finetti, bensì nel senso più terra terra del termine. Viene da pensare che la stima del 50 per cento derivi dalla media tra la probabilità desiderata che l’evento si verifichi (100 per cento) e la stima di probabilità dettata dal timore di fare una figuraccia (0 per cento). Comunque, prendendo anche per buona questa stima, se ne desumono le qualità morali e scientifiche degli scienziati che hanno suggerito questo exploit “scientifico”. In primo luogo, non si capisce chi possa garantire che, avendo migliorato le probabilità che il bambino non sia colpito da quella specifica malattia – un miglioramento comunque modesto, dato che nessun fattore ereditario implica la certezza di contrarre la malattia – non siano peggiorate le probabilità che se ne prenda un’altra anche peggiore, a causa di un altro gene malefico che il bambino scelto possiede (e che magari gli altri embrioni non possedevano). In secondo luogo – e non ci si accusi di fare discorsi da menagramo: non siamo tutti razionalisti? – è evidente che al bambino potrebbe toccare di cadere nel 50 per cento sfavorevole. Si sarà ottenuto un triste risultato al prezzo di scartare in laboratorio altre vite che forse avrebbero potuto vivere anche meglio.
 
La conclusione del ragionamento è altrettanto puntuta:
 
[I]l punto cruciale è che la vita non è un processo deterministico. Quantomeno noi non abbiamo la minima ragione scientifica per ritenere che essa sia tale. Ancor meno abbiamo i mezzi scientifici per trattarla come se fosse un processo deterministico. La modesta alterazione della probabilità di prendere una specifica malattia ereditaria rappresenta una perturbazione minima nel corso della vita di una persona. Eppure questa modesta alterazione – di cui ci sono sconosciute gran parte delle conseguenze e delle implicazioni – ci viene venduta come una certezza di salute. Questo modo di agire è doppiamente colpevole: in quanto propone scelte prive di qualsiasi base scientifica seria e dense di implicazioni etiche inaccettabili.
 
 
Su come la pensasse Il Foglio—e il sottoscritto—circa l’accettabilità o meno delle implicazioni etiche in questione c’erano pochi dubbi. Ma l’attacco alle “basi scientifiche” dei tanto decantati “successi” della Scienza e della Tecnologia, se non è sorprendente, è quanto meno un aspetto assai meno scontato della polemica. Sarebbe interessante leggere una risposta argomentata.

Il 'dialogo sulla vita' del cardinal Martini

22 aprile, 2006 5 commenti

Mi spiace di non poter approfondire (sono sul piede di partenza) e discutere come si deve il capitolo aperto dal cardinale  Carlo Maria Martini con la pubblicazione su l’Espresso di un suo "dialogo sulla vita" con Ignazio Marino. Riporto qui di seguito l’editoriale che Il Foglio dedica oggi alle riflessioni del cardinale. Non tanto perché sono d’accordo—Ok, posso dire fin da ora che lo sono, ma solo perché considero plausibile il punto di vista dal quale si guarda la questione, non necessariamente tutto il resto—quanto perché il tono e il taglio delle osservazioni mi sembrano utili a “fare dibattito” su qualcosa che merita tutta l’attenzione possibile.
  
Ci sono “zone di frontiera o zone grigie, dove non è subito evidente quale sia il vero bene”, dice Carlo Maria Martini in un dialogo sull bioetica con il chirurgo Ignazio Marino pubblicato dall’Espresso. La “notizia” risiede soprattutto nelle posizioni espresse dal cardinale sulla possibilità di intervenire sull’ovocita fecondato, ipotesi mai entrata finora in alcun documento della chiesa, e nella circospetta apertura alla fecondazione eterologa. L’intervento del cardinale emerito di Milano va poi soppesato in chiave intraecclesiale, nell’ambito di un dibattito sui temi bioetici ben vivo nelle gerarchie (“non serviranno tanto i divieti e i no, soprattutto se prematuri, anche se bisognerà qualche volta saperli dire”). Ma questi sono in fondo gli aspetti che meno interessano.
Certo gli argomenti sono complessi, ma ciò che colpisce nelle riflessioni del cardinale è l’assenza pressoché totale di una visione d’insieme. Davanti ai problemi posti dalla post-modernità tecnologica, prima ancora che dalla sua deriva nichilista, Martini oppone al più una blanda sapienza scritturale, non prende mai l’iniziativa di un giudizio non si dirà teologico ma nemmeno filosofico, accetta costantemente il terreno del distinguo scientista-morale. Ma evitare di distinguere, per eccesso di distinzione, persino tra il bene dell’embrione da far vivere e la dittatura del desiderio di maternità della single, ha l’aria di una resa culturale. Problema di linguaggio, prima che di morale; problema di pensiero, più che di millesimi di tessuto biologico da concedere o da rivendicare su una mappa genetica in cui la parola Dio non compare mai.
E’ significativo che Benedetto XVI abbia aperto l’enciclica sull’amore con una premessa dedicata a “un problema di linguaggio”. E se Papa Ratzinger è sempre limpidamente assertivo, non teme di nominare e di giudicare, la cifra di Martini è invece sempre dubitativa, costantemente attestata sulla linea difensiva della doppia negazione. Non significa che sbagli sempre, e del resto su temi come la contraccezione e l’Aids è noto che la discussione esista. Ma l’impressione è che Martini faccia del tatticismo laddove servirebbe una visione strategica. Si muova, insomma, nella vera “zona grigia”: il tentativo di mantenere nei binari (morti) di scientismo e dottrina un tema come quello della vita, che invece è destinato a esplodere con tutta la sua potenza culturale e filosofica e come tale va affrontato. Come ha mirabilmente fatto Papa Benedetto.
(Il Foglio, 22 aprile 2006)

'Il nuovo comandamento laico'

30 marzo, 2006 3 commenti

Anche oggi sul Foglio si è ragionato di eutanasia (infantile e non). Con due interventi molto interessanti, entrambi di parte cattolica. Il primo è di Carlo Cardia, professore di Diritto ecclesiastico e Filosofia del diritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre. L’articolo, un po’ come quello di cui al post precedente, ripercorre le tappe che hanno segnato l’affermazione dell’eutanasia per confutarne i tentativi di giustificazione e mettere in guardia contro le implicazioni e le possibili conseguenze di quella stessa affermazione nelle società occidentali. Cardia mette in discussione, in particolare, “il nuovo comandamento laico:”
 
Se qualcuno osasse dire che la vita è un valore da difendere e tutelare comunque, anche in un’ottica laica, gli si risponderebbe che in questo modo si viola un preciso e nuovissimo comandamento laico che suona pressappoco così: ciascuno parli per sé, e non dica agli altri come devono comportarsi. Il nuovo comandamento laico, infatti, prescrive che, purché la legge non imponga nulla a nessuno, può consentire a chi lo voglia di praticare l’eutanasia nei confronti dei propri minori. Nessun altro può impedirglielo dal momento che è diventato suo diritto evitare agli altri inutili sofferenze.
 
La conclusione è pacata nei toni ma molto severa nella sostanza:
 
Di fronte alle tendenze eutanasiche, un tempo si sarebbe parlato di “cultura della morte”. Non credo sia giusto. E’ più appropriato parlare di una cultura della forza che privilegia i potenti e declassa i deboli. E di una cultura che assopisce quanto di altruistico possiamo coltivare per andare incontro a chi non è forte, non è perfetto, non è autonomo, a chi chiede aiuto. Aiuteremo meno gli altri, ma in fondo in fondo diventeremo anche noi più poveri e più soli.
 
Il secondo intervento è di Mario Palmaro, docente di Bioetica presso l’Università pontificia Regina Apostolorum. Si illustrano nove ragioni per respingere l’eutanasia:
 
Vi sono molte ragioni per cui l’eutanasia non deve essere legalizzata da uno Stato laico. Lasciamo ovviamente da parte gli argomenti che sono legati alle convinzioni religiose o all’insegnamento di una chiesa; argomenti tutt’altro che disprezzabili, ma che potrebbero essere ritenuti insignificanti in un’ottica laica e secolarizzata. Parliamo invece dei motivi che sono validi da un punto di vista giuridico.
 
Il nono argomento ci riporta alle polemiche di questi giorni circa il “il precedente nazista:”
 
Hitler è stato il primo e il più convinto sostenitore dell’eutanasia per motivi pietosi. Le camere a gas naziste sono state inaugurate da tedeschi di pura razza ariana, nient’affatto ostili al regime, ma considerati portatori di “vite senza valore”. Ci sono lettere riservate del Führer al suo medico personale, in cui Hitler spiega le ragioni filantropiche per cui è meglio eliminare handicappati, scemi, storpi, reduci della Prima guerra mondiale. Non ne parla con odio o disprezzo, ma con sincera pietà. Proprio come accade oggi ai fautori dell’eutanasia liberale e democratica.
Per rivivere certi orrori non è affatto necessario far rivivere le camicie brune e le svastiche. Basta lasciare spazio alla cultura che fu alla base di quell’orrore. Chissà se la modernità avrà il coraggio di ammettere che i mostri che si agitano nelle parti più segrete del nostro cuore non sono morti con il nazismo, ma sono sempre pronti a riemergere, dietro la faccia pulita e rispettabile della pietà interessata.

Torniamo al Protocollo

29 marzo, 2006 3 commenti

Oggi è d’obbligo tornare sul Protocollo di Groningen, dal momento che Il Foglio ha pubblicato una cosa che contribuisce parecchio a chiarire le cose sulla questione—nonché sulle polemiche suscitate dal j’accuse del ministro Giovanardi. Si tratta di un articolo—apparso sul Weekly Standard e fatto tradurre in italiano per l’occasione—di Wesley J. Smith, che, come fa notare Camillo, non è un seguace del cardinale Ruini, ma piuttosto un amico di Ralph Nader, collaboratore e coautore con lui di ben quattro libri. L’ho riprodotto per intero nella dépendance di questo sito, mentre qui mi limito a presentarlo brevemente.
 
Dunque, l’esordio è un’eloquente premonizione del contenuto:
 
Finalmente un alto funzionario di governo in Europa ha avuto il coraggio di biasimare il governo olandese in merito ai preparativi per la legalizzazione dell’eutanasia infantile.
[…]
Non sorprende che gli olandesi, sempre suscettibili di fronte alle critiche internazionali sulla loro particolare istituzione, abbiano avuto una reazione indignata.
[…]
Come accade spesso nella nuova Europa, le parole sono più importanti dei fatti. Così, il primo ministro dei Paesi Bassi ritiene che non sia tanto uno scandalo uccidere un bambino nato con una patologia terminale o seriamente disabilitante, quanto osare far presente che i dottori tedeschi agivano allo stesso modo durante la Seconda guerra mondiale.
 
La vignetta che accompagna l'articolo del FoglioCome accade spesso nella nuova Europa, le parole sono più importanti dei fatti. Parole che non sono pietre, sono una frana. E, se posso metterci del mio, spero che ogni pietruzza e ogni masso di questa frana sia “recepito” da chi di dovere, che nulla vada disperso. Intendiamoci, non è che Smith intenda avallare il parallelismo con il nazismo prospettato da Giovanardi, ma non intende neppure respingerlo in toto. Smith accoglie la protesta dei fautori del Protocollo, secondo i quali c’è una grande differenza tra i medici olandesi e quelli tedeschi: i primi sono spinti da compassione, mentre i secondi erano mossi dal fanatismo per l’igiene razziale. Nessun problema a riconoscere l’abissale distanza tra le motivazioni degli uni e degli altri, ma, fa notare Smith, è l’atto in sé di uccidere bambini disabili e in fin di vita che è sbagliato, a prescindere dalla motivazione, che può anche essere la più nobile di questo mondo (si fa per dire).
 
In ogni caso, neppure la questione delle motivazioni sfugge alle grinfie di Smith. Ecco, infatti, che, indagando sulla genealogia della “scuola tedesca” (nazista), viene confermato il vecchio adagio secondo il quale la via che porta all’inferno è lastricata di buone intenzioni, nobili sentimenti, ecc. E si finisce al caso del “piccolo Knauer,” un bambino nato cieco e senza una gamba e parte di un braccio, il cui padre scrisse al suo beneamato Führer per impetrare che il figlio venisse gentilmente “addormentato.” Hitler si interessò al caso e …
 
Una lettura illuminante e istruttiva. Dedicata a tutti coloro i quali non sono affatto convinti che le parole siano più importanti dei fatti.

Eutanasia olandese. Aggiornamenti


Un aggiornamento interessante, credo, rispetto ai discorsi che si sono fatti, è la lettera di Filippo Facci al direttore del Foglio. La riproduco qui sotto perché sarebbe un peccato che si perdesse. Non perché la condivida, tutt’altro: mi sembra pervasa da una rassegnazione che, a mio modesto parere, non ha motivo di essere. E’ interessante come testimonianza degli spiriti del tempo. A Facci vorrei solo dire che la guerra non è né vinta né persa in partenza da nessuno. E questo non grazie alle élites—ché se fosse per loro il discorso sarebbe probabilmente già chiuso da quel dì—ma ai popoli, soprattutto quelli meno irreggimentati.

Qualche post fa, in maniera un po’ naif, scrivevo ad esempio che noi, in Italia, con tutti i nostri difettacci, una legislazione come quella stigmatizzata dal ministro Giovanardi non ce l’avremo mai. Mai, capito?” Beh, confermo e ri-sottoscrivo, anche nella forma. E al diavolo le buone maniere. 
Al direttore – Anch’io La guardavo mentre giustamente vi accaloravate sull’eutanasia infantile, e però pensavo che forse ci ritroveremo tutti quanti a cena, una sera, e ci chiederemo ancora una volta se le questioni bioetiche non siano in realtà che dei meri disaccordi sulle scadenze, se l’unica variabile che ci separa da un certo futuro non sia che il presto o il tardi, se questo futuro non sia ineluttabile e se non saranno ovunque, presto o tardi, i pacs, i matrimoni omosessuali, le adozioni da parte di chicchessia, il progetto genetico dei figli come ordinare gli optional di un’automobile, e ogni religione secolarizzata, ammaestrata. Forse ci racconteremo che non ci sono opposte visioni del mondo, ma solo opposte resistenze circa i tempi dell’incombente techno-biologico, che la direzione resta quella, e che lo si scorge nelle arti, nelle scienze, nell’attendibile delirio dei futurologi, nondimeno nella serena rassegnazione dei più alti prelati: forse andrà così, forse l’impegno di ciascuno è solamente proteso al restare più tempo possibile nella dimensione che più gli aggrada, proteso a cercare di rallentare o accelerare per egoismo o per filosofia, nell’ovvia e comune coscienza, teologica come scientista, che polvere eravamo e ritorneremo. Se siamo in ascesa o in discesa: è il solo dibattito. Coloro che vogliono resistere il più possibile coi piedi piantati nello scorso millennio contro tutti gli altri: è la sola guerra. Questo pensavo. Dopodichè, beninteso, giustamente accaloriamoci. Filippo Facci
 
Risposta del Direttore La sua malinconia è anche la mia. Però gli inviti per la lunga ultima cena devono essere selezionati: bastardi no.

La linea radicale sull'eutanasia olandese …

25 marzo, 2006 12 commenti


Siccome le bugie hanno le gambe corte; siccome uno può aver maturato un senso di appartenenza a una visione della vita e del mondo, della bioetica, dell’eutanasia, della fecondazione assistita, e tutto il resto, ma poi si tratta sempre di distinguere come e qualmente quelle convinzioni vengano di volta in volta declinate, sostenute e argomentate, e a quali casi e circostanze vengano applicate, e come, rispettando quali limiti suggeriti dall’intelligenza, dal buon senso e da un senso di elementare “umanità”; siccome persino una fede—religiosa o laica e razionale che sia, ché sempre di fede si tratta—a volte deve poter essere messa in questione, se non si vuole trasformarla in un’ostinata e insopportabile tirannia del pre-giudizio e della pre-varicazione (intellettuale e non solo); siccome tutto questo è qualcosa di innegabile e sacrosanto e siccome c’è un limite a tutto e quando è troppo è troppo, ecco che può capitare che uno che si definisce e si compiace di essere un liberale (di sinistra), un laico e un radicale dichiari pubblicamente che la linea radicale sull’eutanasia olandese è cialtrona. E con questo s’è detto tutto.

La via olandese all'eutanasia


Non è senza un certo imbarazzo, lo confesso, che riporto per intero l’editoriale del Foglio di oggi, che si occupa della via olandese all’eutanasia. Quell’espressione un po’ forte calata un paio di volte come una mannaia—ancorché con un intento più che altro provocatorio e ironico—non fa un bel vedere e non aiuta granché a dipanare la matassa piuttosto intricata delle ragioni e dei torti nel confronto dialettico tra opposte posizioni in materia di bioetica. E tuttavia, a mio modestissimo parere, l’editoriale offre una rappresentazione abbastanza veritiera e plausibile del modo in cui talvolta i liberals affrontano—o per meglio dire, aggirano—il dibattito su temi quali, appunto, l’eutanasia nella versione proposta dal dottor Edward Verhagen, autore del “Protocollo di Groningen” sulla legalizzazione dell’eutanasia pediatrica.

Giuliano Ferrara—è alla sua penna, infatti, che con ogni probabilità va ascritto l’editoriale—prende lo spunto dal dibattito svoltosi a Otto e mezzo mercoledì scorso, ospiti il ministro Carlo Giovanardi, il segretario del Partito radicale Daniele Capezzone e l’europarlamentare olandese (gruppo liberale) Sophie Intveld. Avendo seguito la trasmissione con molto interesse, posso dire che, nella sostanza, sono d’accordo con l’editoriale, anche se non posso fare a meno di rilevare come Giuliano Ferrara, quella sera, si sia lasciato prendere eccessivamente dalla foga della contesa verbale. Il che, onestamente, non mi sembra imputabile esclusivamente all’atteggiamento di Capezzone e della Intveld, per quanto irritante ed elusivo possa essere risultato.
 
Segue l’editoriale. Qui, invece, si possono leggere un paio di articoli e un documento pubblicati anch’essi sul Foglio di oggi. Ovviamente, una lettura oltremodo interessante e raccomandabile.
 
Ann Coulter è quella figura pubblica della cultura e della politica americana che ha scritto tra l’altro un pamphlet con le regole per parlare con un liberal, se proprio è necessario farlo. Regole durissime, commisurate alla tendenza naturale alla manipolazione che si sono affermate in quegli ambienti. Viva Ann Coulter. Infatti, se tutti fossero come Luca Ricolfi o Michele Salvati o Ilvo Diamanti o Edmondo Berselli o Giulio Giorello o Angiolo Bandinelli o Luigi Manconi, sarebbe cosa fatta: si discute, e basta. Si impara e si insegna, si verifica e si falsifica sulla scala degli argomenti possibili, anche con la massima durezza. Ma non è così: su temi direttamente politici o su questioni etiche lo spirito terrazzaro si manifesta nella forma cialtrona dell’interdizione al pensiero altrui, nel rifiuto delle domande vere, nella miserabile preconfezione di risposte false, svianti. Se dici quello che tutti sanno, che in Olanda è aperto un caso in materia di norme eugeniche, che il rischio del Protocollo di Groningen è la subordinazione del diritto alla vita al giudizio sulla qualità della vita e sull’idoneità alla vita, se citi le fonti e spieghi il problema nella sua interezza, aperto a saggiare l’altra faccia della questione, subito questi replicanti del luogocomunismo ti rispondono che non hai compassione, che hai una visione maniacale e oscurantista del dolore, che non ti curi della sofferenza umana, che il nazismo non c’entra e menzionare l’ideologia eugenica nazionalsocialista è un insulto storico e morale alle vittime olandesi di Hitler. Questi bastardi.
Se gli dici che non devono fare i santarellini, che la prospettiva eugenica, qualunque cosa se ne pensi, è inscritta nella filosofia della scienza e della tecnoscienza abbracciata dagli intellettuali loro pari e sodali, se gli citi la fonte di un libro di Corbellini e di uno spettacolo di Luca Ronconi, costruiti sull’ipotesi che scartare quelli che non vanno e migliorare quelli che vanno così e così è un modo per “migliorare il mondo”; se gli leggi i dati e i criteri sull’eliminazione dei bambini indesiderati e sul sistema di norme che fa assomigliare l’Olanda al terrificante paese di Philip K. Dick, non ti rispondono nel merito, svillaneggiano con comportamenti teppistici il tema sollevato, fanno propaganda della loro fede con mentalità prigioniera, spirito ripugnante di setta, volontà di chiudere anziché aprire ogni vera discussione. Bisogna imparare a disprezzare un poco i progressisti bolsi, i cultori del presente e i banditori asini e inconsapevoli del nichilismo da salotto. Questi bastardi.

Quella volta che Genty disse …

23 marzo, 2006 2 commenti

[Attenzione, quello che segue non è il solito WRH, è un wrh in vena di sproloqui. Se il vostro stato d’animo non è ispirato ad un improbabile idem sentire è meglio che passiate oltre. Io vi ho avvertiti …]
 
Si può essere tentati di dare ragione ancora una volta all’ottimo Magdi Allam, che sul Corriere di oggi spiega come la Danimarca ci abbia dato una lezione:
 
Schiena dritta, paga. Schiena ricurva, non paga. La Danimarca non si scusa per le vignette su Maometto, richiama gli ambasciatori dai Paesi islamici, protesta per le violenze subite, non si lascia intimidire dal boicottaggio economico, reagisce alle minacce di morte. E alla fine ottiene le scuse e il risarcimento da Siria e Libano per le aggressioni alle sue ambasciate. L’Italia invece si fa in quattro per scusarsi per le «provocazioni » che giustificherebbero l’assalto al consolato a Bengasi, caccia un ministro, minimizza, si dice disponibile a indennizzare la Libia. E alla fine incassa nuove minacce di attentati terroristici e una pretesa di denaro 50 volte superiore la cifra pattuita.
 
Sì, la tentazione c’è, ma stavolta bisogna fare uno sforzo per vincere il pre-giudizio positivo su Magdi, il quale, a me sembra, non ha capito una cosa fondamentale degli italiani, e cioè che noi siamo, sì, europei, ma mediterranei, cioè tutta un’altra cosa rispetto ai nordici. Nel bene e nel male, naturalmente. E, se per una volta mi si consente di spezzare una lancia per l’italianità, più nel bene che nel male.
 
Quando Fini e Frattini minimizzano le sparate del leader libico, a mio avviso, colgono un aspetto del fenomeno-Gheddafi che non si può trascurare: che per lui spararle grosse è normale, esattamente come per Calderoli—ed anche per il Bossi di qualche anno fa: ricordate la secessione e tutte le balle che loro avrebbero fatto questo e quest’altro, e poi non hanno fatto niente? In effetti, io ho sempre pensato che la Lega fosse il partito più «italiano» di tutti, altro che i Celti, il dio Po, e tutto il resto. Un fenomeno di italianità un po’ caricaturale, sanguigno, “plebeo,” anche se portatore di istanze che, almeno in parte, erano e sono rispettabili e tutt’altro che campate in aria. Per i leghisti, infatti, un conto sono le parole, un altro i fatti.
 
Un ricordo personale su questo e che include il (pro)sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini. Ai tempi in cui la parola d’ordine della Lega era «secessione», il Corriere della Sera intervistò lo “sceriffo” (non ricordo più che cosa aveva combinato quella volta per meritare le luci della ribalta nazionale …), e a un certo punto venne la domanda sulla secessione. Ecco, più o meno (cito a memoria) cosa rispose Gentilini: Secessione? Ma mi faccia il piacere, quale secessione! Senta, io sono un alpino, e quando ancora non ero sindaco ho organizzato l’Adunata nazionale degli alpini che si tenne proprio qui a Treviso un paio d’anni fa: ebbene, io ho fatto distribuire trentamila bandiere tricolori, ho fatto tappezzare tutta la città, che in quei giorni era un tripudio di tricolori … [interruzione dell’intervistatore: sì, ma, scusi, i “suoi” dicono di volersene andare dall’Italia … ] Macché andarsene dall’Italia, senta, creda a me, io conosco bene i miei polli [beh, non sono proprio sicuro che Genty si espresse esattamente così …], un conto sono le parole un altro i fatti, tra il dire e il fare, caro mio, c’è di mezzo il mare! Nessuno vuole la secessione, qui vogliamo bene all’Italia e in ogni caso dovrebbero passare sopra il mio cadavere … ci mancherebbe altro … ma quale secessione!
 
Beh, devo dire che quella è stata l’unica volta in cui ho voluto bene a Gentilini, perché nessuno è perfetto, si sa, ed io sono uno di quei sempliciotti che quando ascoltano l’Inno di Mameli e vedono garrire al vento il tricolore hanno attimi di smarrimento, di sonno della ragione, e dimentico tutti i difettacci italici—fortunatamente mi riprendo quasi subito, sia chiaro, e mi metto a fare qualcosa che distragga chi mi è vicino dalla visione di un pirla con gli occhi lucidi e la voce rotta … Ma, al di là di questo, capito che cos’è l’italianità? Tra il dire e il fare, cari miei, c’è di mezzo il mare …!
 
D’accordo, questo non è propriamente un pregio. Però, faccio sommessamente presente che c’è un risvolto positivo anche in certe manifestazioni “folcloristiche” e, se vogliamo, un po’ cialtronesche. C’è una percezione della realtà, un disincanto, un senso del relativo che hanno profonde radici in una civiltà antica, consustanziale all’italianità. Una civiltà di fondo che ci tiene al riparo dalle esagerazioni vere—non quelle a parole, non quelle che non lasciano traccia sulla vita vera ma solo in quella parlata—in cui cadono talvolta i popoli più seriosi e meno inclini ad abbandonarsi al piacere della parola. Così come ci fu una certa differenza, quanto a nefandezze, tra il fascismo e il nazismo, oggi le nostre chiacchiere ci preservano dal passare a vie di fatto in questioni molto serie e preoccupanti. Un esempio? Ok, mi farò qualche nemico, ma insomma lo voglio dire, e passo a un argomento terribile: l’eutanasia. Eh sì, cari lettori di wrh, noi, con tutti i nostri difettacci, una legislazione come quella stigmatizzata dal ministro Giovanardi non ce l’avremo mai. Mai, capito? Ieri, a Otto e mezzo, tra un Ferrara sull’impaziente (e pure un po’ sul cafonesco) ma in grado di portare avanti un ragionamento, e la signora onorevole olandese che mai una volta è riuscita a entrare in tema e a rispondere alle obiezioni, limitandosi a ripetere come un disco rotto che l’Olanda è un Paese civile e che loro non uccidono i bambini e via di seguito, beh, si capiva benissimo quella cosa che dicevo prima: a quella roba, da noi, non ci arriveremo mai. Mai, capito?

Quella legge dell'Oregon

18 gennaio, 2006 Lascia un commento

La Corte suprema degli Stati Uniti proclama la costituzionalità di una legge dell’Oregon che legalizza l’eutanasia. Il Foglio commenta:
 
Ora una legge trasforma il medico in boia, e la morte di un uomo, che dovrebbe essere circondata dalla pietà e salvaguardata dallo sfruttamento, diventa una decisione pubblica in cui il medico diventa un eroe delle libertà civili. Ma un medico non è l’avvocato della società o della scienza o della famiglia del paziente o dei suoi compagni di sventura o di coloro che in futuro soffriranno della sua stessa malattia. La vita non è negoziabile in nessun momento del suo accadere.
 
Sottoscrivo.