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Archive for the ‘bioetica’ Category

Un nuovo libro

24 dicembre, 2012 Lascia un commento

bles_canUn altro libro, stavolta in inglese. Una sfida con me stesso, con il buon senso, con le difficoltà insite nell’impresa. Ma come si può vivere senza sfide, senza chiedere “troppo” alle proprie risorse, alla propria resistenza, fisica e mentale? E così andata anche questa. Adesso il problema sarà inventarsi una nuova sfida, regalarsi un’altra avventura degna di questo nome. Vabbè, lo so, il tutto può sembrare un po’ retorico, e di questo, nel caso, mi rammarico, ma il fatto è che “per me” questa non è retorica, semmai è la felicità di aver portato finalmente a termine qualcosa a cui tenevo: lanciare un messaggio al vento—della vita, e, in qualche modo, della storia, se è vero che ciascuno di noi ha una sia pur piccola voce in capitolo nel gran libro della vita e della storia—e sperare che produca, se non gli effetti desiderati, almeno un qualche modesto risultato. Almeno non mi si potrà rinfacciare di non averci provato. Ma alla fine non è questo l’essenziale? Provarci, tentare, osare.
Quel che posso dire ai miei lettori, a quelli che sanno leggere l’inglese, è che dentro a questo libro ci sono anni di posts, scritti per rendere testimonianza a una certa idea della vita e alla fede in in quell’dea. E’ più che ovvio che uno (che non sia un po’ mitomane), quando si imbarca in un’impresa del genere, non pensa a un best-seller, e quindi non si aspetta chissà cosa. Semplicemente, uno fa quel che si sente di fare, e del resto chi se ne importa—non che il “successo” dia fastidio, chiaro, ma l’essenziale è altro.
Tanto dovevo, tanto ho dato. Adesso mi prendo una pausa: onestamente penso di averla meritata. Ora tocca ai lettori, ai quali è richiesta una fatica assai più lieve della mia, per non parlare del piacere della lettura, che se c’è tanto meglio—ma non oso sperare tanto. Dio li benedica e conceda loro un sereno Natale e un 2013 di gran lunga migliore dell’anno che sta finendo.

Blessed Are the Contrarians: Diary of a Journey Through Interesting Times, by S. R. Piccoli, CreateSpace Independent Publishing Platform (December 21, 2012)

Ma sei tu il capitano di te stesso

27 febbraio, 2008 4 commenti


Impagabile. L’appello ai suoi lettori di Giuliano Ferrara. Chiedere lumi, in un’epoca superficiale e presuntuosa—come le folle che questo tempo lo abitano e ci si trovano perfettamente a proprio agio—è di pochi, pochissimi. Sarà sicuramente preso di mira anche per questo. Ma giustamente, e fortunatamente, se ne farà un baffo.

Epperò, mica è facile raccogliere l’appello, dire qualcosa nel merito, addirittura dare consigli. A me sembra, comunque, che la pista giusta sia quella che da solo si è tracciato: “Ho già detto che se anche andasse male non importa, perché è già andata bene.” Infatti. E sarebbe già andata bene anche se non ci dovesse più essere alcuna lista di cui discettare. Missione compiuta, capitano, mio capitano. Poi fa’ un po’ come ti pare: i gradi serviranno pure a qualcosa.

Categorie:bioetica, interni

Magris, Bobbio e Ferrara

19 febbraio, 2008 8 commenti

Torno sull’argomento “aborto” e questioni politico-culturali annesse e connesse affrontato in un post di qualche giorno fa, per segnalare l’intervento di Claudio Magris sul Corriere di oggi. L’8 maggio del 1981, alla vigilia del referendum, quel “maestro laico di diritto e libertà” che è stato Norberto Bobbio rilasciò a Giulio Nascimbeni una celeberrima intervista per il Corriere della Sera. Pro-life, senza riserve. Magris giustamente celebra il maestro, dopodiché si domanda (e autorisponde):

Perché in un momento in cui si cerca non di toccare la legge 194 — cosa che dovrebbe tranquillizzare tutti, perché è essa che consente di abortire, dichiarando peraltro esplicitamente che l’interruzione della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite— bensì di creare una cultura consapevole della realtà dell’aborto, così pochi (tra i quali il Foglio) ricordano Norberto Bobbio e queste sue parole di assoluta chiarezza, molto più difficili da dire allora che non oggi? Forse perché dette in tono pacato, problematico, con l’animo di chi aborre le eccitazioni collettive e le scalmane di piazza, mentre oggi prevale chi le ama e se ne inebria, anche quando si rivolgono contro di lui, ed è felice solo nella ressa dello scontro, nel fumo della battaglia (peraltro poco pericolosa), che invece poco si addice alla ritrosia subalpina di gente come Bobbio o Einaudi?

La domanda è molto più interessante della risposta. Così la pensa anche Giuliano Ferrara, che sul Foglio prende bensì atto di quello che gli è sembrato “un giudizio aspro e indiretto su un Giuliano Ferrara che non esiste, uno scalmanato adoratore delle piazze e della rissa,” ma minimizza pensando alla pars construens del ragionamento, cui riserva una calorosa accoglienza. In effetti fa benissimo. Che poi Magris abbia davvero voluto attaccare il direttore del Foglio è un punto sul quale credo che si potrebbe discutere. Una cosa, a mio modestissimo avviso, è certa: se l’intenzione era quella è riuscito a camuffarla molto bene, tanto che uno può tranquillamente ignorare questo aspetto è concentrarsi sull’altro …

Non possumus

13 febbraio, 2008 5 commenti

Fa bene o fa male Giuliano Ferrara a voler presentare una lista pro-life e quindi a candidarsi al Senato? Ha fatto bene o ha fatto male Silvio Berlusconi a consigliare al suo consigliere (ieri, a Porta a porta) di lasciar perdere? Sono due domande solo apparentemente ordinarie, giacché sotto le mentite spoglie della cronaca politica quotidiana, sottendono problematiche maledettamente serie, come spero di riuscire a dimostrare prima della conclusione del post. Sono domande, cioè, alle quali si può tentare di rispondere seriamente solo dopo una riflessione sufficientemente approfondita e di ampio respiro. Quindi, per esempio, niente dietrologie: ce ne sono già che metà bastano in circolazione.

Una buona base di partenza per una discussione appropriata potrebbe essere il ragionamento svolto da Pierluigi Battista sul Corriere di oggi. Ferrara e Pannella, sostiene Battista, andrebbero aiutati dai due partiti maggiori a raccogliere le firme necessarie a per poter presentare le rispettive liste. Il Pdl, cioè, dovrebbe dare una mano al direttore del Foglio, mentre il Pd dovrebbe fare la stessa cosa con Pannella. Perché? Perché quei due, che “si battono sui valori e sui principi” e sono i campioni di due opposte sensibilità sulle questioni che chiamano in causa le scienze biomediche e l’etica pubblica, terrebbero acceso “il libero conflitto delle idee” e “renderebbero la prossima contesa più ricca, più colta, meno asfittica.” Di questo, appunto, ci sarebbe bisogno, nel momento in cui i grandi partiti “finalmente si aggregano sui programmi secondo un ferreo schema bipolare.”

E si badi bene, argomenta giustamente il vicedirettore del Corriere, che

le liste di Pannella e Ferrara sono una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita di posizione che diventa fatalmente cruciale nell’instabilità frammentata in cui è appena affondata una legislatura.

Il ragionamento è indubbiamente interessante. Opportuna la distinzione tra partitini e formazioni “piccole per dimensioni e struttura,” ma che “conservano il talento di promuovere grandi idee e battaglie civili.” E giusta la preoccupazione di tenere alto il livello della campagna elettorale sulle questioni che investono la vita, la morte, le bioscienze, la bioetica. Battista, però, basa il proprio discorso su un presupposto che potrebbe benissimo essere respinto: che le due liste siano effettivamente in grado di elevare il dibattito, nel senso che non ci sia il rischio, piuttosto, di indirizzarlo su un binario sbagliato: quello, ovviamente, della strumentalizzazione a fini elettorali di questioni che vanno ben oltre la dimensione politico-partitica. E’ vero che si rischierebbe di incorrere nello stesso gravissimo errore anche senza le liste di Pannella e Ferrara. Ma è altrettanto vero che le liste non riducono il rischio, semmai lo accrescono, dal momento che i promotori sono tutt’altro che super partes dal punto di vista della propria collocazione politica.

E allora? Come si può venir fuori da questo impasse? Semplicemente, credo, non se ne viene fuori. E questo per una ragione altrettanto semplice: perché i partiti e la stessa cultura politica italiana non sono affatto attrezzati per affrontare simili questioni con la dovuta serietà e sobrietà. Non mi metto a spiegare io come e perché, poiché l’ha già fatto egregiamente Ernesto Galli della Loggia in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera di ieri. Per dare un’idea, ecco cosa pensa Galli della Loggia dell’atteggiamento che sulle questioni di cui sopra ha la classe politica italiana, e questo, appunto, in forza della sua stessa cultura politica (o, come sarebbe meglio dire, “incultura”):

Riportare sempre tutto, anche fenomeni palesemente e radicalmente nuovi (che dimostrano di essere tali, tra l’altro, proprio tendendo a ridisegnare secondo linee inedite gli schieramenti del passato), riportare sempre tutto, dicevo, come ama fare la maggior parte della cultura italiana, nell’ambito tradizionale delle dicotomie Stato-Chiesa, laico-clericale, conservatore-progressista, mostra solo quanto quella cultura sembri interessata più che alla realtà, più che a comprendere la novità dei tempi, a mantenere ad ogni costo saldo e credibile l’antico universo dei suoi valori e dei suoi riferimenti.
[…]
Com’è possibile, mi chiedo, non accorgersi che l’intera impalcatura ideologica otto-novecentesca — di cui le dicotomie italiane di cui sopra sono parte — sta oggi diventando un reperto archeologico? Non accorgersi che sotto l’incalzare di due grandi rivoluzioni — e cioè dell’effettivo allargamento per la prima volta dell’economia industriale- capitalistica a tutto il mondo, e dell’estensione della tecnoscienza alla sfera più intima del bios — tutta la nostra vita sociale, a cominciare dalla politica, con le sue confortevoli certezze culturali e i suoi valori, deve essere ripensata e ridefinita?

Pigrizia intellettuale, conformismo, incultura. Come si può sperare che la questione dell’aborto venga trattata senza scadere nei toni della propaganda politica e dell’intolleranza?

Galli della Loggia, tuttavia, non fa di tutta l’erba un fascio. Qualcuno, in Italia, ha capito qual è la posta in gioco, e ha attivato tutte le proprie energie intellettuali e morali in questa sfida epocale: la Chiesa. Ed ecco spiegata la suggestiva immagine dell’ «ondata neoguelfa», adoperata da Aldo Schiavone in un articolo di qualche giorno fa su la Repubblica. Secondo quest’ultimo,

nell’Italia di oggi, a causa del degrado della vita politica e dell’etica pubblica, starebbe andando ancora una volta in scena «un’antica tentazione» della nostra storia politica e intellettuale, vale a dire «la rinuncia allo Stato», percepito come qualcosa di fragile che «non ce la può fare», e la sua sostituzione con una sorta di «protettorato super partes» attribuito al Papa: fino al punto di fare del magistero della Chiesa «il custode più alto della stessa unità morale della nazione».

Galli della Loggia, evidentemente, non la pensa così, perché la denuncia di Schiavone guarda al presente con gli occhi del passato, ma non se la prende più di tanto. In fondo Schivane, pur dando una spiegazione inesatta del fenomeno, e attribuendogli una connotazione negativa, che se ne renda conto o meno ha registrato un dato di fatto: la Chiesa è diventata l’unica “agenzia” che, almeno in Italia, si sforza di rappresentare il bisogno di dare risposte adeguate alle sfide del nostro tempo. Questo spiega Giuliano Ferrara, Marcello Pera e gli altri “atei devoti.” E questo spiega altresì come tanti cattolici che avevano fatto della propria “laicità” culturale e politica una questione di principio, oggi si sentano traditi da quella cultura laica che avevano imparato non solo a rispettare profondamente, ma ad amare e a sentire “propria.”

Morale: lista o non lista, che Ferrara vada solo o sia dentro o collaterale a qualcosa, importa relativamente poco. Quel che conta è che ha capito ciò che altri non sospettano neppure. Quasi altrettanto si può dire per quanto concerne le appartenenze politiche dei credenti: se uno deve assolutamente scegliere tra le “pretese” di Dio e quelle, così spesso contrapposte, della propria (ex)parte politica (che non è lo stesso che dire “lo Stato”), finisce per prendere l’unica decisione sensata … E poi lasciamo pure che lo chiamino neoguelfismo o come pare a loro. La cosa interessa ancor meno del dilemma liste o non liste.

Figlio di tre genitori

6 febbraio, 2008 1 commento

Dunque, siamo arrivati anche a questo: un figlio procreato da tre genitori. Ora, penso proprio che, di fronte ad annunci come quello di alcuni ricercatori dell’università di Newcatsle, in Inghilterra, non vi sia altra scelta che disporsi ad una riflessione pacata e aliena da pre-giudizi e idiosincrasie (personali e “ideologiche”) di qualsiasi segno.

Da questo punto di vista credo che l’intervento di Angelo Vescovi—scienziato con un curriculum vitae di tutto riguardo, attualmente con-direttore dell’ “Istituto di ricerca sulle cellule staminali”, Dibit, H.S. Raffaele, Milano—sul Giornale di oggi sia esemplare.

La disamina della questione, ancorché molto schematica, mi sembra particolarmente convincente sia nelle premesse, sia nelle argomentazioni. E nelle conclusioni: l’ossessione di avere un figlio a tutti i costi è il “vero tema fondamentale su cui andrebbe aperto un dibattito.”

Categorie:bioetica

A Sua Eccellenza Dr Ban Ki-Moon

15 gennaio, 2008 Lascia un commento

Sottoponiamo alla Sua e alla Vostra attenzione una richiesta di moratoria delle politiche pubbliche che incentivano ogni forma di ingiustificato e selettivo asservimento dell’essere umano durante il suo sviluppo nel grembo materno mediante l’esercizio di un arbitrario potere di annichilimento, in violazione del diritto di nascere e del diritto alla maternità.

Moratoria sull’aborto: ecco la bozza della lettera al Segretario generale dell’Onu che sarà proposta a una dozzina di personalità del mondo della scienza, della cultura e del diritto al di quà e al di là dell’oceano. Al documento, nella sua stesura definitiva, potranno dare la loro adesione quei cittadini europei e americani che lo desidereranno.

Categorie:bioetica

Ferrara, la Fallaci e Sarkozy

11 gennaio, 2008 1 commento

Batto le mani a Giuliano Ferrara per la proposta di modifica della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo al fine di introdurvi l’affermazione che il diritto alla vita va inteso “dal concepimento fino alla morte naturale”. […]

E’ bene che [la madre] sappia – prima di decidere – che ha dentro un essere umano che ha il diritto a vivere. Ogni donna lo sa con il corpo ma è bene che lo sappia anche in parole. La stessa affermazione era stata proposta laicamente da tanti in passato e ultimamente da Oriana Fallaci e anche a lei avevo battuto le mani […].

Sul filo dell’attualità aggiungo un applauso a Nicolas Sarkozy per aver rotto il tabù della laicità che per essere tale deve misconoscere la religione. Un passaggio che fu forse necessario per uscire dal dominio religioso che misconosceva la laicità, ma che non ha più giustificazione nell’Europa secolare del terzo millennio.

Lo scrive sul suo blog Luigi Accattoli, che così conclude il post:

Ferrara, la Fallaci e Sarkozy sono o paiono di destra mentre io sembro di sinistra? Niente di male: è dalla contaminazione che viene la vita.

Giustamente il vaticanista del Corriere scrive “sono o paiono” e “sembro.” Forse d’ora in avanti un numero sempre crescente di persone in qualche modo e a qualsiasi titolo impegnate in politica dovrebbe definire in maniera analoga la propria “collocazione.” Grazie a Luigi Accattoli per avercelo, con discrezione, suggerito.

Categorie:bioetica, religione

Dialogo aperto sull’aborto

10 gennaio, 2008 2 commenti

Per essere soltanto il direttore di un piccolo—ancorché vivacissimo—quotidiano, con la sua proposta di una “moratoria sull’aborto,” Giuliano Ferrara ha conseguito un risultato a dir poco straordinario: ha riportato all’ordine del giorno il dibattito sulla spinosissima questione, ottenendo persino il plauso incondizionato della Chiesa. Infatti, come si sa, dopo Camillo Ruini, il Papa in persona ha avallato (indirettamente) l’iniziativa, facendo proprio l’aggancio suggerito da Ferrara con la recente risoluzione Onu in materia di pena di morte:

«Mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli Stati ad istituire una moratoria sull’applicazione della pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana».

Anche sul versante laico, in qualche caso, la proposta è stata accolta bene, o quanto meno con rispetto e attenzione. Basti pensare all’intervento di Adriano Sofri (di cui si è già riferito) sul Foglio del 20 dicembre scorso, a quello di Giuliano Amato sul Sole-24 Ore del 6 gennaio e alla lettera di Walter Veltroni al Foglio di ieri (tutto copiato e incollato qui, assieme alla risposta di Ferrara ad Amato). Il che dimostra che discutere civilmente sull’aborto, pur in presenza di punti di vista assai distanti, è possibile. Una lezione per tutti i fautori dello scontro frontale sulle questioni di bioetica.

Insomma, la lettura degli interventi citati è vivamente raccomandata. Personalmente, pur condividendo l’impostazione del direttore del Foglio, che del resto è tutt’altro che “guerrafondaia,” come si evince da un esame non superficiale e non prevenuto della medesima, ho apprezzato moltissimo sia la riflessione di Sofri sia quella di Amato, entrambe contrassegnate da una profonda onestà intellettuale e impreziosite non solo dalla ben nota intelligenza critica di due intellettuali laici, bensì anche dalla loro capacità di tenere costantemente in tensione tra loro istanze contrapposte, in modo da far emergere (e apprezzare), oltre alle proprie, le ragioni degli «altri», con tutta la loro forza e ricchezza.

Se il dibattito—auspicato dal direttore del Foglio e da Walter Veltroni—saprà mantenersi su questi livelli, ci saranno sicuramente esiti interessanti. Non solo sotto il profilo politico e legislativo, che per altro, azzardo, non è neppure quello più essenziale: è culturale e filosofico il nodo principale. Il che non dovrebbe rendere il dialogo più facile, ma un po’ più imprevedibile magari sì.

Categorie:bioetica

A proposito di moratoria

21 dicembre, 2007 Lascia un commento

Trasferita dal piano morale a quello legislativo, la denuncia angosciata e scandalizzata della “morte legale” procurata dall’aborto non può approdare a una irrealizzabile, metafora a parte, “moratoria dell’aborto”, bensì solo alla conservazione o al ripristino della “morte illegale”, cioè della clandestinità dell’aborto e della persecuzione penale delle donne in carne e ossa. Che non è, finora, l’orizzonte dichiarato del redattore dell’appello, e mi auguro che non lo diventi mai.

Questa la conclusione della “Piccola posta” di Adriano Sofri sul Foglio di ieri (e ripubblicata oggi in seconda pagina). La risposta di Giuliano Ferrara è uno degli editoriali di oggi. Sono due piccoli capolavori, e soprattutto sono la dimostrazione di come può e, forse, dovrebbe essere il dialogo su una materia come l’aborto tra persone che la pensano in maniera diversa. Cito solo la conclusione del direttore del Foglio, con la quale concordo e nella quale mi riconosco in maniera sostanziale.

Quanto al ripristino della morte illegale e della persecuzione legale verso le donne incinte, sai bene e lo scrivi che non ci penso nemmeno. Ma una drastica rottura nell’accondiscendenza vile, sottolineata dall’ipocrita e soddisfatta campagna sui diritti umani universali in tema di pena di morte, obliosa dell’essenziale, ci vuole. Io la chiamo moratoria. Tu chiamala come vuoi, nell’amicizia di sempre.

Martini, Sofri e gli accordi sull’aldiquà

23 gennaio, 2007 3 commenti

Il post arriva un po’ in ritardo, ma che non mi sia riuscito di provvedere prima non è una buona ragione per rinunciare a segnalare due cose (in una) a cui tengo molto, vale a dire il commento di Adriano Sofri (la Repubblica di ieri) all’intervento di Carlo Maria Martini sul caso Welby (Il Sole-24 Ore di domenica scorsa). Personalmente mi ritrovo abbastanza sia nella riflessione del cardinale sia nella “lettura” che ne propone il commentatore. Interessante anche il riferimento alla recente legge francese, che secondo Martini avrebbe trovato “un equilibrio se non perfetto, almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista.” Eccone un passaggio cruciale, cioè l’articolo 6:

Quando una persona, in fase avanzata o terminale di una patologia grave e incurabile, decide di limitare o di sospendere qualsiasi trattamento, il medico ne rispetta la volontà dopo averla informata delle conseguenze della sua scelta… Il medico tutela la dignità del moribondo e assicura la qualità della sua fine di vita somministrando le cure … [stabilite in altri articoli]

Ottima la chiusa di Adriano Sofri: prima esprime vivo apprezzamento per l’approccio del cardinale a questa delicatissima materia (“edificante lettura […] bello poter usare per una volta sul serio l’aggettivo edificante”), poi dice di non sapere

che cosa pensi il cardinale, che qui non ne parla, dell’argomento per cui la vita non è nostra, ma di Dio. Spero che pensi che Dio, anche questo Dio proprietario, preferisca rendere le sue creature responsabili della propria vita, piuttosto che affidarle allo Stato, o alla Chiesa, o a qualche altra concessionaria.

Poi conclude così:

Il resoconto del bell’articolo di Martini sarebbe mutilo se non citassi il periodo che lo chiude, e che nel suo caso non è un orpello retorico. “E soltanto guardando più in alto e più oltre che e possibile valutare l’insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna”. Si può dunque essere d’accordo sull’aldiquà anche se non si guardi allo stesso modo più oltre.

Sì, credo anch’io che si possa concordare sull’aldiquà … a prescindere da tutto il resto. Qualche giorno fa mi capitava per l’appunto di fare la stessa considerazione su tutta un’altra storia, ma sempre con lo stesso “interlocutore.”

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