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Archive for the ‘burma’ Category

Birmania, la lotta continua

16 gennaio, 2008 Lascia un commento

«Il Buddha diceva: “Si deve morire, un gior­no.” Ecco il senso dell’insegnamento del Santo, tradotto nella nostra realtà: siamo pronti a ritornare nelle strade in ogni momento. Siamo pronti al sacrifi­cio per la nostra gente. Non abbiamo paura».

In altre parole, i «soldati delle pagode», cioè i monaci guerrieri birmani, non mollano.

«Noi ab­biamo una missione: regalare ai nostri fratel­li laici quello che abbiamo appreso at­traverso lo studio della vita del Bud­dha. Concetti come amore per il prossi­mo, giustizia, compassione. Del tutto ignorati dalle autorità di questo nostro sfortunato Paese. Per questo crediamo che sia giusto sollevarsi: pacificamen­te».

Questo e molto altro in un articolo di Paolo Salom pubblicato oggi sul Corriere della Sera.

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Categorie:burma, esteri, religione

Birmania, Tibet

27 ottobre, 2007 Lascia un commento

Mentre, grazie ad Asia News, arrivano in Occidente le foto dell’orrore, che qui non ci sentiamo di riprodurre, un valido tributo alla causa birmana viene oggi dal Foglio, con un bellissimo articolo a firma di Carlo Buldrini, pubblicista e scrittore molto addentro ai problemi di quella parte del mondo. Dal 1971 al 2000, infatti, Buldrini ha vissuto in India, dove tra l’altro è stato addetto reggente dell’Istituto Italiano di Cultura (New Delhi). E’ inoltre l’autore di In India e dintorni e Lontano dal Tibet, quest’ultimo pubblicato dapprima in India—e subito divenutovi un best seller—con il titolo A Long Way from Tibet.

Sebbene nell’articolo si parli soprattutto del Tibet, emerge ciònondimeno in maniera charissima che le due storie non sono altro che le due facce della stessa medaglia. Buona lettura.

Lhasa. Il monastero di Drepung dista otto chilometri dal centro di Lhasa. Per raggiungerlo bisogna percorrere Beijing Xilu, il tratto occidentale della strada che attraversa l’intera capitale del Tibet. Il monastero è composto da sette grandi edifici: la sala delle assemblee, quattro collegi dei monaci e, un po’ separato dalle altre costruzioni, il Palazzo di Ganden. Il palazzo venne costruito dal secondo Dalai Lama e fu la residenza anche dei suoi due successori. Quando il quinto Dalai Lama costruì il Potala, il Palazzo di Ganden divenne la sede del governo tibetano.

Drepung era il più grande monastero del Tibet. Vi risiedevano più di diecimila monaci. Durante la Rivoluzione culturale gli edifici del monastero vennero usati come stalle e magazzini. Molti monaci vennero imprigionati. Altri furono costretti a lasciare l’ordine religioso dei Geluk e finirono a lavorare nelle Comuni popolari. Ancora oggi molti edifici minori del monastero, quelli addossati alla montagna, giacciono in rovina.

Nei primi anni Ottanta, dopo la “liberalizzazione” di Deng Xiaoping, il monastero ha iniziato a ripopolarsi. Oggi vi risiedono più di mille monaci. Le autorità cinesi li guardano con sospetto. Sanno che è in questo monastero che nascono le rivolte. Era già successo nel 1987.

Lunedì 21 settembre 1987 a Washington D.C., negli Stati Uniti, il Dalai Lama aveva parlato di fronte alla Commissione per i diritti dell’uomo del Congresso americano. Per la prima volta aveva esposto il suo piano di pace in cinque punti per il Tibet: trasformazione dell’intero Tibet in una zona di pace; abbandono da parte cinese della politica di trasferimento della popolazione; rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà democratiche per il popolo tibetano; ripristino e tutela dell’ambiente naturale; inizio di seri negoziati sul futuro del Tibet.

La sera del 25 settembre, a Lhasa, il telegiornale aveva mandato in onda 60 secondi di immagini della visita del Dalai Lama negli Stati Uniti. Il commento che le accompagnava fu durissimo. Il Dalai Lama venne accusato di essere un “criminale che vuole dividere la madrepatria”. Ma la propaganda cinese ebbe l’effetto contrario. Molti abitanti di Lhasa si recarono nel monastero di Drepung per fare offerte in denaro ai monaci e chiedere di pregare per il Dalai Lama. Fu a quel punto che alcuni giovani monaci del monastero decisero che le preghiere non bastavano più. Il 27 settembre, ventuno di loro, percorsero il Barkhor di Lhasa con una bandiera tibetana in mano e al grido di “Bod rangzen, Tibet indipendente”. La repressione della People’s Armed Police (Pap) fu violenta.

Il 1° ottobre 1987 e il 5 marzo dell’anno successivo le proteste riesplosero. Il segretario del Partito comunista della Regione autonoma del Tibet proclamò allora la legge marziale. Il segretario del partito era quell’Hu Jintao che ricopre oggi la carica di presidente della Repubblica popolare cinese.

1987-2007: vent’anni dopo. Il copione sembra ripetersi. Il 17 ottobre di quest’anno, a Washington D.C., il Dalai Lama riceve dalle mani del presidente, George W. Bush, la Medaglia d’oro del Congresso americano, la più alta onorificenza civile concessa dagli Stati Uniti. A Lhasa, in Tibet, i monaci di Drepung sono in festa. Dipingono con la calce bianca la facciata del Palazzo di Ganden, la residenza dei primi Dalai Lama. Sulla piccola strada asfaltata che conduce all’edificio disegnano gli otto simboli del buon auspicio: il prezioso parasole, l’insegna della vittoria, la conchiglia bianca, i due pesci d’oro, il vaso del grande tesoro, il nodo dell’eternità, la ruota con gli otto raggi e il fiore del loto. Simbolicamente preparano il ritorno del Dalai Lama nel suo antico palazzo.

Molti laici si uniscono ai festeggiamenti. Recitano preghiere ed eseguono il rituale del “Sangsol” che consiste nel bruciare incenso e gettare in aria manciate di “tsampa”, la farina d’orzo tostato. E’ allora che tremila uomini del Public Security Bureau (Psb) e della Pap circondano il monastero. Molti monaci vengono picchiati. Corre voce che uno di loro sia morto.

Ma i festeggiamenti per la consegna della medaglia d’oro al Dalai Lama non si limitano alla sola Lhasa. Anche i tibetani delle lontane province del Qinghai (la regione tibetana di Amdo) e del Gansu eseguono il rituale del Sangsol e fanno esplodere mortaretti in segno di giubilo. Anche su di loro si abbatte la repressione cinese, secondo lo stesso copione di quella birmana: ieri la polizia a Rangoon è tornata a circondare i templi buddisti, centri della protesta del mese scorso.

In Tibet, come in Birmania, è nei monasteri – secondo Human Rights Watch ieri erano ancora assediati – che prendono forma le rivolte. Nelle buie stanze degli edifici religiosi è più facile riunirsi e organizzarsi. Quando poi i monaci vengono allo scoperto, si limitano a gesti simbolici. In Birmania, pochi giorni prima della rivolta dell’8 agosto 1988, colorarono di rosso gli occhi delle statue del Buddha. Durante la rivolta che ne seguì morirono più di 3.000 persone, di cui 600 monaci. Quest’anno, i “bhikku” hanno sfilato per le strade di Rangoon con le ciotole ricoperte di lacca nera e lucida, capovolte. Mostravano così di voler rifiutare l’“elemosina macchiata” dei generali e delle loro famiglie.

In Tibet, nel monastero di Drepung, è bastato ridipingere di bianco la facciata di un edificio per scatenare la repressione degli uomini in divisa cinesi. Ma il fuoco continua a covare sotto la cenere. Ha detto il Dalai Lama: “La nostra potrà essere una strada lunga e difficile, ma io credo che alla fine la verità dovrà trionfare”.

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Birmania: sanzioni, ma non solo

3 ottobre, 2007 4 commenti

Ma le sanzioni servono a qualcosa? E’ un interrogativo ricorrente. Se ne discute ogni qualvolta nel mondo accade quello che non dovrebbe mai accadere e in tutti quei casi in cui il dialogo, anche ai massimi livelli internazionali, si è rivelato sterile, quando il lavorio diplomatico, le proteste ufficiali o addirittura le minacce hanno fallito miseramente. Ovvio che il tema sia di strettissima attualità nel caso Birmania. Ma di sanzioni da parte dell’Onu, nella fattispecie, non se ne parla nemmeno, visto il veto di Pechino, l’altolà di Mosca nei confronti di chi pretenderebbe “interferire negli affari interni” di quel Paese, e le orecchie da mercante di New Delhi, che per il gas birmano, neanche in questo momento, rinuncia a fare affari con i massacratori di monaci. Una pagina vergognosa, se posso dirlo, pur con tutto l’affetto per un Paese e un popolo fantastici, o quanto meno assai poco gandhiana, come si legge su DNA – Daily News & Analysis, un quotidiano che si stampa da quelle parti:

On a day when the United Nations along with India is celebrating Mahatma’s Gandhi’s life and his ideologies of truth and non-violence, the government’s refusal to condemn the use of force against demonstrations by peaceful Buddhist monks in neighbouring Burma is ironic.
If Gandhi were alive would he not have spoken out? But the Congress-led coalition in New Delhi, has so far continued to walk a tight rope on the suppression of democracy in its neighbourhood. New Delhi is fighting shy of using its clout with the generals to broker a deal between the generals and the national league for democracy led by Aung San Suu Kyi.
[Leggi il resto]

Restano, è vero, gli Stati Uniti e l’Unione europea, che del resto qualche misura l’hanno già presa in passato: da dieci anni—come ricorda Andrea Lavazza nell’editoriale che si legge su Avvenire di oggi—la Ue ha vietato il commercio di ar­mi, sospesi gli aiuti e revocato lo status di partner com­merciale privilegiato (Lavazza dice anche che sono stati congelati i beni di quei galantuomini dei generali, ma su questo ho qualche dubbio), mentre Washington, dal canto suo, ha bloccato nuovi investimenti e, in parte, le im­portazioni dalla Birmania. A cosa è servito? Evidentemente a nulla.

E allora? Beh, innanzitutto, come sostiene Bernard Henry-Lévy sul Corriere di oggi, sullo strumento “sanzioni” bisogna fare qualche doverosa distinzione e magari smetterla con il ritornello delle «sanzioni-che-non-servono- a-niente-e-che-in-realtà-danneggiano-soltanto- coloro-che-vogliamo-aiutare». Diciamolo: ha qualche ragione Henry-Lévy quando fa notare che è troppo facile, e pure un po’ da “paraculi,” cavarsela in questo modo (“si intuisce troppo bene la scaltrezza di chi, comunque, non vuole fare niente, soprattutto non vuole tentare niente e ancor meno vuole complicarsi la vita”). Ma, a parte questo, l’argomento che a rimetterci, dalle sanzioni, non sono i capi, bensì il popolo, almeno nel caso birmano, è “particolarmente fuori luogo,” e questo per alcuni dati di fatto difficilmente contestabili:

il 75 per cento della popolazione birmana vive di sola agricoltura in un regime quasi autarchico; buona parte di questo 75 per cento vive nascosta nelle foreste per sfuggire a una repressione di cui abbiamo appena intravisto la costante e assoluta brutalità; i monaci stessi, letteralmente bhikku, mendicanti, vivono in una condizione di frugalità che è l’essenza del loro essere; il resto dell’economia, quella di un certo peso, è stata accaparrata da una cricca di ufficiali assassini che la controllano direttamente; insomma, siamo di fronte a un caso esemplare in cui, al contrario, se le sanzioni fossero applicate, andrebbero dritte al bersaglio, senza rischio di sbagliarlo, e indebolirebbero immancabilmente la gang del generale Than Shwe.

A me sembra che il ragionamento non faccia una grinza. Anche perché è bilanciato da considerazioni altrettanto realistiche e persuasive, ma di segno opposto: non ci si può nascondere un’altra elementare verità, e cioè che le sanzioni sono inefficaci quando una parte del mondo le applica e l’altra ne approfitta sfacciatamente, e questo è precisamente ciò che sta succedendo in Birmania, mentre il successo è assicurato quando, come nel caso del Sud Africa, si crea un fronte unito contro l’infamia. E dunque? Condannati nonostante tutto al pessimismo? No, dall’impasse si può uscire, ma a patto di assumersi, contestualmente alle sanzioni, qualche rischio supplementare, tipo intraprendere “un braccio di ferro diplomatico con gli amici indiani,” o fare inequivocabilmente capire ai cinesi

quanto sia difficile concepire che le Olimpiadi abbiano luogo nella capitale di un Paese che incoraggia un regime il cui sport nazionale sembra sia diventato quello di prendere al lazo, picchiare, deportare, torturare e, alla fine, assassinare uomini che hanno, come unica arma, una ciotola di lacca nera rovesciata.

Fin qui si spinge Henry-Lévy, che non arriva, tuttavia, a teorizzare l’opportunità di un boicottaggio delle Olimpiadi del 2008. Probabilmente, al pari dell’editorialista di Avvenire, pensa a qualcosa di “intermedio,” come

minacciare un black out informativo totale sull’evento da parte dei mass media occidentali, un oscu­ramento (finanziato dai governi, visti i diritti già pagati) che vanifichi il ritorno di imma­gine sperato da Pechino e funga anche da contrappasso alle censure cui è oggi sotto­posta la crisi birmana.

Ma non poniamo limiti alla fantasia di antiche e consolidate diplomazie. L’importante è crederci, fermamente, il resto verrà da sé (e comunque non mi sembra niente male l’ideuzza del quotidiano della Cei …).

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Free Burma

28 settembre, 2007 Lascia un commento
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Monaci guerrieri per la libertà

28 settembre, 2007 5 commenti

Perbacco, uno non fa in tempo a compiacersi perché a Otto e mezzo ha ascoltato una persona giovane, intelligente e preparata, nonché dall’eloquio brillante e al contempo pacato, ed ecco che sul Foglio il tizio in questione viene interpellato sulla rivoluzione dei monaci in Birmania e ti butta giù un articoletto che, se non lo avesse scritto, oggi saremmo un po’ più ignoranti e molto più confusi di fronte alla singolarità—con tutti i suoi risvolti drammatici—dell’evento di cui il mondo, o meglio ancora l’Occidente, è l’interdetto testimone.

Ci domandiamo, dall’alto della nostra gloriosa secolarizzazione,

come sia possibile che i seguaci del Pacifico Buddha scommettano sulla liberazione di un popolo anziché perdersi nella rarefazione del Nirvana, nella ricchezza di un vuoto assoluto così distante dall’umano.

E per lo più non ci aspettiamo che la vecchia storia del «male minore» valga anche per i monaci buddisti, o che “la morale primaria del «non uccidere una vita»” possa autorizzare, anzi, possa consigliare di battersi contro gli assassini “con tenacia guerriera” e, nel contempo, “impersonalità sacerdotale.” Ed ecco che Alessandro Giuli ci ricorda che il Buddha stesso discendeva da una casta guerriera, quella dei kshatrya. E che “fu proprio lui, in un’incarnazione precedente, a uccidere un uomo per impedirgli di massacrarne cinquecento.”

E poi ci sono storie antiche e bellissime, come quella dell’ aspirante discepolo che una notte

andò a bussare con gentilezza alla casa di un altro maestro e per una due tre volte venne respinto con la porta schiacciata sul viso; finché alla quarta, senza dire una parola, decise di centrare con un pugno il muso del maestro e fu così ricevuto. L’ardore marziale nell’agire senza agire.

Storie di un altro mondo, senza dubbio, ma un mondo che un tempo fu anche il nostro, perché—come avrebbe potuto ricordarci il nostro opinionista nonché lettore di Evola (e Guénon, suppongo), se solo avesse avuto più spazio—la Tradizione è una, sia pure con le sue molteplici incarnazioni e le sue infinite sfaccettature. Storie di un Oriente che ha prodotto, sul côté induistico, la Bhagavad-gita (Canto del Beato), il capitolo più famoso e amato del Mahābhārata e l’essenza stessa della conoscenza vedica. Dove ad Arjuna, l’eroe, è Krishna a rammentare i suoi doveri di kshatrya—e la sua via verso l’immortalità—nel momento che precede l’inizio di una guerra orribile. L’eroe si è lasciato prendere dallo sconforto, non se la sente di combattere. E Krishna gli spiega come superare la terribile impasse, cioè come liberarsi, pur agendo, “dai legami dell’azione,” vale a dire il “metodo dell’azione compiuta senza attaccamento al risultato” …

Combatti per dovere, senza considerare gioia o dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta — così facendo non incorrerai mai nel peccato. [2, 38]

Ecco, forse anche di questo ci avrebbe fatto omaggio Alessandro Giuli se il Direttore gli avesse concesso un’intera pagina. Sarà per un’altra volta? Per il momento accontentiamoci di questa conclusione, che svela definitivamente l’arcano e impartisce una lezione memorabile a tutti i Christopher Hitchens di questo mondo:

Il perfetto buddista è il risultato di un ardore marziale nella propria misura e attivo nella propria immobilità. Perciò può scegliere di marciare incolonnato ai fratelli in abito purpureo, sotto la pioggia calda di Rangoon e sotto i manganelli dei salariati in divisa militare. Il suo semplice esserci è un atto rivoluzionario, il suo resistere (anche proteggendo con il corpo gli altri manifestanti) è un agire-senza-agire che diserta il moto accessorio per concentrarsi sull’essenziale. La libertà è l’essenziale. Anche in Birmania.

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Un mantra per la Birmania (updated)

25 settembre, 2007 3 commenti

UPDATESep 26, 2007 – 10:30 am

1. YANGON (Reuters) – Circa 5.000 monaci e civili stanno marciando verso il centro della capitale dell’ex Birmania, Yangon, sfidando i soldati e la polizia dispiegati nella città in assetto anti-sommossa.
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2. YANGON (Corriere della Sera) Scatta la repressione della giunta – Continua a crescere la tensione in Birmania e secondo le ultime notizie l’attesa repressione di soldati e polizia ha fatto la prima vittima: un monaco è stato ucciso dagli spari dei militari dell’esercito birmano, che ha tentato di disperdere la protesta pacifica nelle strade birmane. Lo hanno riferito la stampa e testimoni locali.
[Leggi il resto]

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Pregate per la Birmania, sintetizza oggi Enzo Reale sul suo blog “generalista,” mentre su quello specialistico, di quel lontano e sfortunato Paese si è occupato nei giorni scorsi con una serie formidabile di post che tutti coloro i quali vogliono capire qualcosa di quello che sta succedendo e del come e perché si sia arrivati a questo punto dovrebbero leggere. Non ci sarebbe altro da aggiungere (all’appello di Enzo e ai suoi post), sennonché, per dare ai giornali quel che è dei giornali, suggerisco di leggere un ricchissimo e toccante articolo di Bernardo Valli su la Repubblica e l’intervista di Giordano Stabile, su La Stampa, al primo mini­stro del governo democratico in esi­lio della Birmania, Sein Win.

Quest’ultimo, nominato dopo la straripante vittoria della lista gui­data dal premio Nobel per la pace (1991) Aung San Suu Kyi (nella foto sopra) nelle elezioni tenutesi nel lontano 1990—le uniche concesse dalla giunta militare che aveva preso il po­tere ventotto anni prima—sfuggì per miracolo alle epurazioni messe in atto dai generali, e riparò negli Stati Uniti, da dove oggi guida l’opposizione in esilio. E’ ottimista, Sein Win: «E’ la volta buona», dice, «ma la comunità internazio­nale deve portare al massimo livello le pressioni sulla giunta». Alla domanda sul perché la leadership del movimento sia stata assunta dai reli­giosi, risponde così:

«In Birmania il ruo­lo della religione buddhista è molto importante. I mo­naci vengono dal popolo e ascoltano il popolo, quotidia­namente. Hanno capito che il popolo chiedeva loro di fa­re qualcosa e l’han­no fatto. Questo di­mostra anche che i tentativi della giun­ta di manipolare la religione buddhi­sta per i suoi scopi non hanno avuto molta presa».

Su questo blog, da sempre sensibile alla causa del Tibet, le parole di Sein Win non suonano nuove. Sì, pregare per la Birmania assieme ai suoi monaci e a tutto il suo popolo è cosa buona e giusta. Ma pretendere che l’Occidente faccia la sua parte anche per altre vie non lo è meno. George W. Bush e Gordon Brown—ancora e sempre Stati Uniti e Gran Bretagna!—sembra che ne siano perfettamente consapevoli. Enzo, però, che qualche momento fa ha aggiornato il post già linkato sopra, alla luce delle ultimissime notizie, è molto, molto preoccupato (e ne ha ben donde). Speriamo bene.

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