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Archive for the ‘economia’ Category

Grazie al cielo, Galli della Loggia e Ricolfi

18 ottobre, 2010 3 commenti

 

Ernesto Galli della Loggia

 

E’ un po’ che qui non si fa il punto della situazione politica italiana. Avevo recentemente scritto qualcosa—che poi, secondo me, era l’essenziale—nel blog in inglese, qui, invece, silenzio. Non è che ciò sia stato per caso, in ogni modo. La noia è tanta, la disaffezione pure. Ma sulla questione di fondo il giudizio non cambia: non c’è alternativa a Berlusconi. Poi si può dire tutto il bene (in dosi omeopatiche) o il male (qui è meglio non quantificare…) che si vuole sul PdL e sul governo, che però sta messo meglio del partito, questo mi sembra lampante. Un po’ sbrigativo il ragionamento? Certo, che sì, anzi, “semplicistico” sarebbe più appropriato, ma capirete, quando se ne hanno le tasche piene non si sta a sottilizzare … Quel che conta, alla fine, è che appunto non ci sono alternative al Berlusca. Piangete, se credete, ma questo è ciò che passa il convento—espressione imbarazzante, lo ammetto, a meno di non ritenere, come Umberto Eco, che dentro i conventi e i monasteri ne succedono di tutti i colori—della politica nazionale.

Per grazia di Dio, comunque, ci sono in giro editorialisti che vanno al sodo e che, quando li leggi, (tu blogger) dici amen e torni a occuparti d’altro con la consapevolezza che ti puoi esimere dall’aggiungere altro e dallo scervellarsi per rendere il concetto a tua volta. Insomma, per fortuna c’è Galli della Loggia e c’è Luca Ricolfi. Entrambi hanno detto la loro, oggi, il primo sul Corriere il secondo su La Stampa (si può leggere anche qui). E mi sembra che abbiano centrato il punto, ciascuno dal proprio angolo visuale: politico Galli della Loggia, politico-economico Ricolfi. Due straordinari contributi alla comprensione di ciò che è in gioco e di chi questa partita la sta giocando.

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Obamacare: pura demagogia statalista

Oscar Giannino

Essendomi sempre fidato di Oscar Giannino, è alla sua lettura della “storica” vittoria obamiana che affidavo il compito di chiarirmi una volta per tutte le idee sull’intera faccenda. E non sono stato deluso: in un post di quelli da ricordare, Giannino spiega perché l’Obamacare è una specie di truffa, un pasticcio statalista di cui gli americani pagheranno il prezzo amaramente. Non sto qui a riassumere, il post va letto con calma e per intero. Ma, solo per dare un’idea, ecco la conclusione:

L’Obamacare è un vero attacco di fondo all’America che ci piace. Per questo la sinistra democratica alla Pelosi è così fanaticamente favorevole. Che orrore.  Fossimo americani, saremmo nelle piazze anche noi.

P.S. Avevo dimenticato di includere il link al post di Giannino (chiedo venia!), ora ho provveduto.

Categorie:economia, esteri

Come nevica sul Pd …

29 novembre, 2008 Lascia un commento

Ma che diavolo hanno da criticare quelli che le misure del governo a favore dei più poveri proprio non le hanno mandate giù? Non lo dico io, anche se potrei benissimo associarmi, ed anzi mi associo senz’altro, non lo dico io, dicevo, ma Lucia Annunziata. Una contestazione da sinistra della contestazione di sinistra di provvedimenti presi dalla destra. Non è un gioco di parole, magari lo fosse, è molto di più, è un altro sintomo che qualcosa si è rotto: diciamo il rapporto, il contatto con la realtà. E quindi, per dirla come la Annunziata, anche “il senso del denaro” se n’è andato in vacanza. Per quelli di sinistra, naturalmente, ché la gente comune il valore e il senso dei soldi li ha molto ben presenti. Su questo non ci piove, anzi, date le condizioni meteo, non ci nevica.

Categorie:economia, interni, partiti

La fine del ‘secolo americano’

10 ottobre, 2008 2 commenti

Con la consueta (e implacabile) lucidità, Angelo Panebianco ha disegnato sul Corriere di oggi uno scenario più che plausibile per i prossimi anni, cioè la nuova era post-crisi del 2008: non la fine del capitalismo, bensì quella del «secolo americano», un mondo multipolare che sarà “più pericoloso ancora di quello che abbiamo conosciuto e nel quale, inoltre, le prospettive della libertà (per milioni di persone) si faranno ancor più precarie di oggi. Infatti

si assisterà ovunque a una perdita di credibilità del «sistema liberale» (capitalismo privato più democrazia liberale) e a una crescita di attrattiva dei sistemi autoritari e semi-autoritari (Cina, Russia). In fondo, non si sta dimostrando che capitalismo e crescita economica possono fare a meno della democrazia liberale?

Nel mondo multipolare, inoltre, l’Europa sarà “un vaso di coccio, pronta a venire a patti con chiunque, forse anche a scoprire le virtù (nascoste) delle potenze illiberali.” Che bella prospettiva, come se quelle virtù (nascoste) non fossero già tenute nella dovuta considerazione presso molti parlamenti e cancellerie del Vecchio Continente!

Insomma, prepariamoci: si apre una nuova era, in cui tutto sarà rimesso in discussione. Saremo all’altezza delle sfide che ci attendono, saremo cioè in grado, oltre che limitare i danni e leccarci le ferite, di scongiurare le derive pericolosissime ipotizzate da Panebianco? Dubitarne sarebbe lecito, ma anche questo è un lusso (uno dei tanti) che non potremo più permetterci. Solo una grande «fede» nell’Occidente, nelle sue radici più profonde ed autentiche, ci potrà salvare. L’era del libertinismo ideologico ed etico, per così dire, è finita.

Da qui la necessità che l’America “scelga bene” chi la dovrà guidare nei prossimi quattro anni e che l’Europa sappia ritrovare se stessa. E’ di nuovo tempo di profeti e di statisti. La mediocrità cui ci siamo abituati è un altro lusso che non potremo più permetterci. Ma proprio qui sta il difficile.

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C’è una rosa che profuma di buon senso …

19 marzo, 2008 3 commenti

Dunque, questa è una campagna elettorale più civile, sostanzialmente caratterizzata da un certo reciproco rispetto tra i due maggiori partiti. E’ un segno dei tempi che si unisce ad altri segnali positivi, che qui abbiamo più di una volta rilevato con soddisfazione. E i meriti—per dirla senza giri di parole—vanno spartiti equamente tra Veltroni e Berlusconi. Bene, insomma. Anzi, molto bene.

Questo, però, è un discorso che non vale tanto per i contenuti della campagna stessa, quanto per tutto ciò che potremmo definire “il contesto,” vale a dire le scelte che hanno determinato le forme e i modi dei “contenitori,” la rinuncia ad alcune ambiguità che erano presenti nelle vecchie coalizioni e che erano diventate sempre più insopportabili. Anche se, d’accordo, l’abbraccio (mortale?) tra Veltroni e Di Pietro da una parte, e l’incorporamento della Mussolini e del Ciarrapico dall’altra, rappresentano dei mezzi passi falsi (al contrario della scelta veltroniana di aprire ai radicali, che è strategica e perfettamente comprensibile, anche se dovrebbe indurre molti cattolici ad emigrare in più spirabil aere, detto ovviamente con il massimo rispetto per i cosiddetti “laici”).

I contenuti, si diceva. Già, ci sono anche quelli, per quanto sappiamo che pure con i suddetti si può giocherellare, in un Paese espertissimo nel famoso gioco delle tre carte. Però, però c’è un limite a tutto. Insomma, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno e, per così dire, togliamoci dalla palude.

C’è una questione, innanzitutto, che meriterebbe un po’ più di onestà intellettuale e di chiarezza, E’ la questione per eccellenza: la riduzione della pressione fiscale. Ci sono diagnosi largamente condivise sia dal Pdl di Berlusconi sia dai Democratici di Veltroni, ma … (e qui è d’obbligo una citazione):

nessuno dei due è convincente e puntuale sulla cura da attuare ed, inoltre, sorvolano sulla caratteristica più deleteria del tessuto economico italiano: il sommerso, ossia quell’ingente quantità di ricchezza che, prodotta in nero, sfugge alle statistiche (reddito nazionale) e, cosa ancora più grave, non partecipa alle entrate dello Stato, né come Irpef e neppure come contributi sociali, essendo strettamente legata a quel lavoro nero,svolto spesso da cittadini extra comunitari irregolari, che qualcuno pretende di espellere perché non in grado di dimostrare di avere un reddito e di un lavoro stabile, quindi il danno e la beffa, sfruttati e perseguitati.

L’addebito, onestamente, mi sembra giustificato. Così come considero convincente il seguito del ragionamento, cioè la pars construens, di cui cito solo una parte:

La quadratura del cerchio l’ha escogitata Bruno Tabacci, leader della Rosa Bianca che, differenziandosi dalla soluzione proposta da Visco e Tremonti, che prevede un incremento dell’organico della Guardia di Finanza, punta su un sistema già sperimentato in diversi paesi occidentali, tra cui gli USA, consistente nell’innestare un conflitto d’interessi tra i contribuenti. Agisce utilizzando, per diminuire la pressione fiscale sugli onesti, le deduzioni fiscali di tutto o di parte delle spese che le famiglie sostengono, e per le quali c’è rivolta la solita subdola domanda: le serve la fattura? se non le serve le faccio risparmiare l’IVA. Non vi elenco i gentiluomini che ci fanno questa proposta, ci siamo passati tutti quanti è sappiamo bene di chi stiamo parlando.

Orbene, se tanto mi dà tanto, e considerata la centralità della questione, mi limito ad osservare che l’ipotesi di un voto disgiunto Camera/Senato mi riesce abbastanza congeniale. E non per la ragione che sembra persuadere di più alcuni ex democristiani nostalgici del “partito cattolico.” Tutt’altro, direi. Qui si cerca semplicemente di dar retta al buon senso. Perché non occorre essere degli economisti per capire che il ragionamento di Tabacci “va al dunque,” al contrario di quello di tanti altri.

Categorie:economia, interni, partiti

Draghi? Meglio di Grillo

26 ottobre, 2007 4 commenti

Che gli stipendi italiani siano «più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea», come ha rilevato il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, dovrebbe indurre qualche seria riflessione (soprattutto da parte di chi capisce di economia, ma non solo, evidentemente). In dettaglio, secondo dati Eurostat relativi a industria e servizi privati, nel 2001-02, «la retribuzione media oraria era, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito».

Il fatto, poi, che le differenze salariali, rispetto agli altri Paesi, «tendano ad annullarsi per i lavoratori più anziani» potrebbe sollevare l’animo di questi ultimi, purché beninteso non si siano preoccupati di mettere al mondo dei figli.

Che, infine, «il differenziale» sia «minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate», potrebbe gettare nel panico chi, all’istruzione dei figli, ha cercato o sta cercando, a costo di qualche sacrificio, di non far mancare niente.

Poi c’è chi si meraviglia che i giovani—preferibilmente precari e acculturati—abbiano trovato in Beppe Grillo il loro Vate. Fortunatamente, questo Paese riesce a produrre non solo comici e bloggers dotati di buon intuito e carisma personale. Ogni tanto viene fuori anche un governatore della Banca d’Italia che ha il coraggio di dire cose anche più sgradevoli (e altrettanto sacrosante).

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Se le tasse siano da considerarsi una cosa bellissima

8 ottobre, 2007 8 commenti

La storia di Tommaso Padoa-Schioppa che dice le-tass-sono-una-cosa-bellissima ecc., ecc., ha suscitato un vespaio paragonabile a quello sui «bamboccioni», ed oggi molti giornali l’hanno giustamente ripresa riportando le immancabili dichiarazioni dei politici dell’uno e dell’altro schieramento. Penso, però, che sia più interessante per tutti il commento di una persona normale che, è vero, guarda alle cose italiane un po’ più da lontano rispetto ai suoi concittadini, ma forse proprio per questo coglie il nocciolo della questione …

Telecom Italia a stelle e strisce

Telecom Italia agli americani? A me l’idea non dispiacerebbe neanche un po’, ma capisco—senza adeguarmi—chi la pensa diversamente e fa più o meno questo ragionamento:

Un’impresa di stampo americano, poco avvezza alle tecniche economiche dei «furbetti del quartierino» nostrani, quindi portatrice di regole, sempre all’interno delle logiche di mercato, naturalmente – non dei benefattori – rischierebbe di introdurre in Italia delle cattive abitudini, come il rispetto dei consumatori, delle regole, della buona amministrazione e via dicendo.

Mica scemi, giustamente. Il resto è qui (attenti, però, al fastidioso—ma abbastanza innocuo—Trojan Horse che in questi giorni “si attacca” a chi visita l’incolpevole blog). Nel frattempo, guarda un po’, rispunta l’ipotesi Deutsche Telekom. Comunque, su 1972 e La Pulce di Voltaire ci si può fare una cultura sui conflitti tra (vere o presunte) “sovranità nazionali” da difendere e interpretazioni (talvolta strumentali ) del liberismo economico.

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Sentieri interrotti (Heidegger? Macché, il governo dell’economia)

21 marzo, 2007 2 commenti

Luca Ricolfi su La Stampa di oggi (estratti):

> “Un anno fa, in piena campagna elettorale, quando i conti erano ancora in profondo rosso, il centro-sinistra aveva promesso … “

> “Poi, ad aprile, l’Unione vince le elezioni e fa mostra di scoprire – improvvisamente – che la situazione dei conti pubblici è drammatica, e quindi tutte le promesse vanno riviste …”

> “Tra febbraio e marzo i nostri governanti cambiano di nuovo idea: forse abbiamo esagerato, forse abbiamo spremuto un po’ troppo gli italiani …”

> “A questo punto della storia la rotta è di nuovo cambiata. Grazie all’ipotesi di abolizione dell’Ici si ricomincia a parlare di riduzione delle tasse, forse già dal 2007 …”

> “Non passano ventiquattro ore da queste caute aperture del ministro dell’Economia e il presidente del Senato non resiste alla tentazione di dire anche lui la sua: le tasse vanno sì ridotte (ma non le avevate appena aumentate?), e tuttavia non basta farlo per le imprese, occorre farlo anche per le famiglie … “

> “Il governo, naturalmente, ha tutto il diritto di decidere su che rotta vuole condurre la barca dell’Italia. Può fare come la Merkel (caute riforme del Welfare più sgravi fiscali alle imprese), può fare come ha fatto fin qui (più tasse e più spese), può fare come aveva promesso (riforme, meno sprechi, meno tasse), può persino inventarsi una politica economica completamente nuova. Però deve dircelo, deve farci capire dove siamo diretti. Non soltanto perché, dopotutto, è ai cittadini che un governo risponde, ma perché l’incertezza, i segnali contraddittori, i falsi annunci, il continuo dire e contraddire, fare e disfare – insomma questo continuo governare a zig-zag – danneggiano l’economia del Paese e deprimono il morale delle persone. “

Non vorrei aver saltato qualche passaggio …

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‘Ma voi non siete credibili’

8 gennaio, 2007 4 commenti

Un editoriale di Nicola Rossi sul Corriere di oggi offre alcune risposte ad altrettante questioni poste in questi giorni da autorevoli “esternatori,” famosi editorialisti, ecc. (ad esempio il Presidente Napolitano, il patriara di Repubblica Scalfari e il Professor Michele Salvati). Ma soprattutto pone un tema di fondo, quello della credibilità della classe politica, per arrivare a una conclusione piuttosto amara …

Allentatosi il vincolo della ideologia, la politica è oggi più di tante altre cose, credibilità. Credibilità della classe politica nel suo insieme e credibilità dei singoli che fanno politica. E una politica credibile è quella che crede in quello che dice ed in quello che fa, o che cerca di fare. E’ tutto qui il dibattito sul riformismo che andiamo facendo da qualche tempo o, meglio, da qualche anno. Non riguarda solo i risultati – che pure sono piuttosto magri – ma la convinzione che dovrebbe animare i protagonisti di quel dibattito. Cosa pensereste di un grande manager che oggi indica nel mercato cinese una opportunità da non mancare e promette, di lì a qualche tempo, di sbarcarci in forze e poi, qualche tempo dopo, vi dice che sì, poi, in fondo, il mercato cinese non è così importante? E cosa pensereste di un leader politico che a novembre annuncia urbi et orbi che per marzo il paese avrà messo un punto fermo sui temi della riforma previdenziale e poi a gennaio conclude che, in fondo, la cosa non è poi così urgente?

Non pensereste quello che pensano molti italiani? E, gentilmente, non si tiri fuori l’argomento francamente un po’ deboluccio relativo alle difficoltà entro le quali quotidianamente si muove la politica. Alla fatica – che c’è, lo sappiamo – della costruzione politica. Alla incertezza degli esiti: sappiamo anche questo, si può vincere e si può perdere. Il punto è un altro: da una classe politica si chiede – avrei voluto scrivere, si pretende – che spenda il proprio tempo a pensare come evitare o superare quelle difficoltà. La politica – mi si perdoni la franchezza – non è pagata per raccontare ai cittadini gli ostacoli che incontra giorno dopo giorno ma per superarli. Se ne è capace. E se non ne è, per lasciare ad altri la possibilità di provarci. Le difficoltà in cui si dibatte, giorno dopo giorno, l’odierna azione di governo sono il frutto malato di cinque anni di opposizione in cui – anche grazie a qualche editoriale domenicale non sempre illuminato – non un solo giorno è stato speso per costruire la cultura e le condizioni che sarebbero servite a governare e non è lecito, oggi, usare quelle difficoltà come un’attenuante. (E l’argomento vale, mutatis mutandis, per il governo della passata legislatura.) Si è seminato male e quindi si raccoglie poco. E si è seminato male perché non si credeva fino in fondo in quel che si diceva di voler fare. Una politica credibile è una politica che rischia e che si assume responsabilità. Che si espone al pericolo di perdere perché solo così si vince.

[…]

Se il Partito democratico fallirà – mi rivolgo ancora a Michele Salvati – non sarà a ragione di subdole ed infide iniziative trasversali (e, sia detto per inciso, è più subdolo ed infido discutere con Bruno Tabacci di pensioni o trattare sulla legge elettorale con Roberto Calderoli?), ma sarà a causa della mancanza di coraggio di chi pensa che il rischio sia pane quotidiano per le famiglie e per le imprese ma non per la politica.

Per completezza riporto una (buona) notizia che si leggeva su La Stampa di ieri (grazie a Nicola per l’informazione), e cioè che a fine mese, il 29 gennaio, a Milano, il tavolo dei “volenterosi” si riunirà

per la prima, vera, grande, e per tutti gli aggettivi del caso, riunione nazionale. Si snocciolano le prestigiose adesioni: Alberto Alesina, Enrico Cisnetto, Giuliano Da Empoli, Franco Debenedetti, Maurizio Ferrera, Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Fiorella Kostoris, Alberto Mingardi, Savino Pezzotta, Antonio Polito, Gustavo Piga. Però non si è ancora capito: per fare che cosa? Illustra Capezzone: «Un partito? No. Una lista? No. Un cantiere aperto? No. A noi interessano i contenuti, non il contenitore. Per usare termini in voga, ci interessa il software, non l’hardware».

Categorie:economia, interni