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Antonin Scalia e quello che manca alle destre

16 febbraio, 2016 Lascia un commento

220px-antonin_scalia_scotus_photo_portraitLa morte di Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, è uno di quegli eventi che giustamente varcano gli oceani e riempiono le pagine dei giornali di tutto il mondo. Tra le tante cose che sono state scritte in lingua italiana su questo figlio dell’Italia che l’America ha onorato come “un gigante giuridico,” un intellettuale illuminato o, se si preferisce, semplicemente come un grande uomo, l’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi merita una menzione particolare. Mi permetto di riportarne qui—in maniera un po’ “smodata,” se vogliamo essere legulei—alcuni stralci tra i più significativi, e finanche il titolo, quasi alla lettera. Ma se chi legge decide di precipitarsi in edicola per leggere l’articolo integralmente, si sappia che fa una cosa buona e giusta. E ogni tanto non guasta.

Era un cattolico senza complessi, deve aver riso anche della battuta di Francesco sui fedeli che fanno figli come conigli, lui che ne aveva 9 e diceva di esserseli giocati con sua moglie, la prolifer Maureen McCarthy, alla “roulette vaticana”. Era un originalista costituzionale, credeva non già che si dovessero interpretare le intenzioni dei Padri fondatori che hanno prodotto la Costituzione liberal-democratica più antica del mondo, ma più semplicemente il testo scritto e tramandato secondo tradizione legale. Amava la Costituzione morta, come diceva, non le truffe ricavabili da quella viva e in cambiamento perenne. Era uno che amava vincere, determinare le maggioranze che fanno le sentenze (gli è accaduto e non raramente), influenzare la cultura e la visione politico-costituzionale del suo paese (lo ha sempre fatto, infallibilmente), ma accettava di perdere: famose le sue opinioni in dissenso, tra le altre quelle a suo tempo da noi pubblicate sulle nozze omosessuali o le prescrizioni dell’Obamacare in materia di polizze assicurative (“è come se il governo ti ordinasse di comprare al supermercato i broccoli”).
Era un gigante, ora dicono, del pensiero giuridico conservatore. Era un uomo di mondo, che sollecitava al confronto e al compagnonnage quanti erano diversi da lui come la sodale liberal Ruth Bader Ginsburg, quanti erano diversi nelle policies, nelle scelte o visioni evolutive che si radicano nel tempo e nella modernità; ma il suo wit, il suo spirito, la sua disponibilità avevano il limite testuale, legale, della carta fondamentale delle libertà americane e dell’autogoverno. Se ne intuiva la violazione per ragioni politiche, di attivismo politico, se intravedeva la pretesa di assoggettare il credo universalista dei fondatori dell’America non a un testo tramandato e letto con attenzione ma all’opinione di un gruppo di giudici, allora diventava spietato, ricorreva all’insulto elegante, non le mandava a dire. Era universalmente rispettato, con l’eccezione di qualche giornalista babbeo, sia per la severità del rigore giuridico sia per la leggerezza brillante, il tono ironico e sarcastico delle cose che scriveva con una prosa non ottusa dal professionalismo, aperta, capace di comunicare a tutti quanto è e deve essere di tutti.
[…]
E’ stato osservato che la radicalizzazione indotta dai Tea Party, ultimo stadio di una rivolta popolare contro l’establishment che celebra oggi clamorosi e ambigui fasti nelle elezioni presidenziali, è dipesa anche dall’originalismo costituzionale di cui Scalia fu maestro e banditore. Può essere, ma un maestro come Scalia va misurato su una scala diversa da quella della lotta politica, è l’archetipo di un modo colto, intelligente, spiritoso e insieme severo di essere conservatori. E’ stato quello che manca a tante destre a tante latitudini, Europa compresa. Fu honnête homme, il tipo di uomo di cuore e uomo di mondo che si affermò nel Seicento in Francia, ma il legame con la Costituzione americana gli impedì di essere troppo conforme al suo tempo, che intendeva semmai conformare lui ai criteri di vita e di governo tramandati. Che tipo.

Quello che i fatti di Colonia ci insegnano (anche su di noi)

13 gennaio, 2016 2 commenti

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Ieri mattina ho letto il post veramente interessante che Giulia Blasi ha scritto per commentare i fatti di Colonia. Quella che segue è la riflessione che quel post mi ha ispirato, una risposta meditata all’intelligente provocazione intellettuale dell’autrice. Dopo aver fotografato una realtà imbarazzante per tutti noi, giudici severi e spesso inflessibili della barbarie altrui ma dimentichi delle nostre pecche, l’autrice conclude in una maniera che non si può condividere… Per nulla togliere all’integrità delle considerazioni sviluppate dalla Blasi, e quindi per non correre il rischio di fuorviare in alcun modo il lettore con la mia interpretazione dello scritto, chiedo a chi si accinge a leggere questa nota di prendere “prima” visione e di meditare adeguatamente su quanto si espone e si argomenta nel post di Giulia Blasi  (“La violenza di Colonia è tutta intorno a noi”). Buona lettura di entrambe le riflessioni.

Un post interessante che dovrebbe essere letto e commentato nelle scuole, anche se forse non tutti sono in condizione di coglierne appieno il senso e, soprattutto, il valore “pedagogico”. Le donne certamente, sebbene non tutte probabilmente, i padri di figlie femmine, con rarissime eccezioni (perché il mondo è strano), sono tra quelli che possono apprezzare. Di certo una riflessione sulla propria carne viva che colpisce ma non stupisce, dal momento che prende il la da una realtà che solo chi non vuol vedere non vede. Tutto vero, tutto giusto, anche se difficile da digerire, come tutte le verità che fanno male. Però, però, se tutte le premesse del discorso, così come la realtà a cui si fa riferimento, sono assolutamente giuste, condivisibili e inattaccabili, non così le conclusioni e il messaggio che viene lanciato:

Smettiamo di sentirci superiori. Non abbiamo niente da insegnare a chi arriva qui: Tra il nostro mondo e il loro mondo c’è solo la fragile barriera di una legge che in un attimo può essere cancellata, perché in fondo si pensa che la libertà delle donne sia già troppa.

Perché la superiorità – termine antipatico che si potrebbe sostituire con qualche altro, tipo “maggiore adeguatezza ai tempi” senza alterare minimamente il senso del ragionamento – c’è eccome. Essa consiste, per non abbandonare il terreno scelto dall’autrice, “anche” (ma non solo) nella “fragile barriera” di quella legge “che in un attimo può essere cancellata”. Il fatto che da noi quella legge c’è, e che non sia seriamente messa in discussione da alcuno, fa appunto la differenza, che non è affatto piccola: è enorme, profondissima e non minimizzabile da alcuno che sia in pieno possesso delle proprie facoltà mentali e/o in buona fede. Dietro a quella legge c’è un percorso iniziato con la filosofia greca e che si è dipanato nel tempo incrociando il diritto romano, il Cristianesimo, l’Umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione Americana, la Rivoluzione Francese e giù per li rami fino al femminismo di qualche anno fa, ai movimenti per i diritti civili, ecc.

E’ questo cammino che ha fatto sì che la legge o le leggi in questione non siano soltanto delle leggi ma anche e soprattutto pietre miliari di una civiltà, cioè la civiltà Occidentale. E’ ciò che fa sì che queste leggi non saranno mai abrogate, al contrario di quanto accaduto in Afghanistan e in Iran, e di quanto sta succedendo in Turchia, dove l’eredità e il sogno modernizzatore di Atatürk vengono sommersi e spazzati via da un’ondata di islamismo che si sarebbe infranta in un attimo se solo avesse trovato un background un po’ più solido di quello offerto da una nazione musulmana fino al midollo. La diga non tiene se non è stata progettata come si deve e se il cemento non è buono. Da noi, anche se a fatica, anche se lentamente, abbiamo saputo costruire una solida diga contro la barbarie e, quel che più conta, pur con tutti i nostri limiti, le nostre incoerenze e debolezze, abbiamo stabilito che indietro non si torna per nessuna ragione al mondo. E nessuno tra noi che non sia un perfetto imbecille, un troglodita e un corpo estraneo all’interno della nostra società, ritiene che “in fondo la libertà delle donne sia già troppa”.

Ignorare questa “piccola” differenza è ciò che mi vieta di accettare le conclusioni della riflessione, pur apprezzabile sotto molti profili, di Giulia Blasi, ed anzi mi impone di contestarle nella maniera più ferma e decisa.

Ma non solo, contesto quel tipo di argomentazione per una ragione ancora più seria: mettere in qualche modo sullo stesso piano “noi” e “loro” ha esattamente il valore di una resa al nemico, cioè a chi vorrebbe farci tornare indietro. Se non c’è alcuna differenza sostanziale, infatti, perché dovremmo resistere all’onda islamistica? Se noi non siamo diversi dai barbari di Colonia tanto vale cedere su tutto il fronte. E invece, se vogliamo che a noi non succeda la stessa cosa che è accaduta in Iran e in Afghanistan, e che sta accadendo in Turchia, dobbiamo essere disposti a difendere fino in fondo, senza timidezze, con coraggio e determinazione ciò che siamo, ciò che la nostra storia ha fatto in modo che diventassimo.

Enzo Reale: 1972

2 dicembre, 2013 Lascia un commento

1972Dalla blogosfera alla carta stampata: può essere un bel viaggio, un’avventura di quelle memorabili, forse un salto di qualità di cui andare orgogliosi. Il fatto è, naturalmente, che i due territori sono sì contigui, ma anche diversissimi, e ciò che più hanno in comune, le parole, sono quanto di più inadatto ad esercizi di comparazione tra mondi diversi, universi paralleli e cose del genere. Ma le storie che raccontano, quelle parole, possono essere straordinariamente attuali (e dunque piene di suggestioni), anche a distanza di anni, se portano dentro di sé il senso della storia e la fatica di una ricerca infinita, quale quella, per dire, della libertà. Allora non esiste più blogosfera e carta stampata, e tutto quel che segue, esiste solo la parola, il senso, le idee, il coraggio e la forza di queste ultime.

Ecco, se dovessi condensare in poche parole il libro di Enzo Reale—o meglio ciò che esso rappresenta per uno che, come me, ha letto pressocché quotidianamente quel blog, 1972, per anni, e che ora vede il tutto trasportato in un ricco, voluminosissimo libro che riunisce i post di anni sicuramente interessanti, controversi, complicati—ecco, dicevo, come me la caverei. Ma chiaramente non è così che si riuscirebbe a rendere l’idea. Un conto è, appunto, cavarsela in qualche modo, un altro è fare le cose come si deve. Va bene, ma… sono quasi 800 (ottocento) pagine! Vero, sono tante. Epperò, vogliamo mettere? Avere la possibilità di ritrovare su carta, in un unico luogo, tanto fervore di storia e idee, di passione e fede in quelle idee, è un piacere e una gioia che difficilmente si possono spiegare. Si può solo parteciparne, ed io ne partecipo volentieri e ne rendo qui testimonianza con gratitudine. Insomma, questa trasmigrazione dalla blogosfera alla carta stampata andava fatta. E’ cosa buona e giusta. Così mi sembra detto meglio.

Enzo scrive: “Ho raccolto in questo libro alcuni dei post più argomentati scritti in dieci anni di blog (2003-2012). I testi sono quelli originali. Le uniche modifiche riguardano correzioni grammaticali o stilistiche e qualche citazione, che è stata accorciata per rendere traduzione e lettura più agevoli. I contenuti sono rimasti intatti e devo dire che non sembrano accusare il trascorrere del tempo. Ciò non si deve tanto all’intuizione del sottoscritto, quanto alla prevedibilità e persistenza del pensiero unico e politicamente corretto che ha invaso la mentalità occidentale dopo l’11 settembre 2001 (ma forse anche prima), per farsi elemento costitutivo della sua involuzione.” Naturalmente, sottoscrivo parola per parola.

“Per me—prosegue Enzo—quella di 1972 è stata una tappa di crescita e di confronto probabilmente irripetibile, oltre che la migliore iniziativa che mi sia mai venuta in mente da un punto di vista professionale (considero la redazione di un blog alla stregua di un lavoro, anche se in genere molto più piacevole del normale). Se ho scritto durante tutto questo tempo è stato soprattutto per ordinare le idee e provare ad elaborare un pensiero coerente. Credo di avercela fatta.”

Certo che ce l’ha fatta, e alla grande, direi. E sono sicuro che di questo successo sapranno e vorranno partecipare coloro i quali leggeranno (o ri-leggeranno) questo libro. Ben pensato e argomentato, ben scritto. E, di conseguenza, ben letto (e riletto).

Enzo Reale, 1972 (I posti della ragione erano tutti occupati), CreateSpace, 2013, 790 pp. Disponibile anche in edizione digitale (Piattaforma Amazon).

Categorie:america, esteri

I Tea Parties e l’establishment Repubblicano

23 settembre, 2010 Lascia un commento

Carlo Stagnaro spiega e riassume sul Foglio quello che sta accadendo negli Stati Uniti. Qualcuno ha parlato di una rivoluzione in atto, e molto probabilmente ha ragione.

Categorie:esteri

Obamacare: pura demagogia statalista

Oscar Giannino

Essendomi sempre fidato di Oscar Giannino, è alla sua lettura della “storica” vittoria obamiana che affidavo il compito di chiarirmi una volta per tutte le idee sull’intera faccenda. E non sono stato deluso: in un post di quelli da ricordare, Giannino spiega perché l’Obamacare è una specie di truffa, un pasticcio statalista di cui gli americani pagheranno il prezzo amaramente. Non sto qui a riassumere, il post va letto con calma e per intero. Ma, solo per dare un’idea, ecco la conclusione:

L’Obamacare è un vero attacco di fondo all’America che ci piace. Per questo la sinistra democratica alla Pelosi è così fanaticamente favorevole. Che orrore.  Fossimo americani, saremmo nelle piazze anche noi.

P.S. Avevo dimenticato di includere il link al post di Giannino (chiedo venia!), ora ho provveduto.

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Indovina chi è

7 ottobre, 2009 Lascia un commento

il miglior community organizer della Destra …

Andrea Mancia segnala questo articolo del direttore di National Review, Rich Lowry, e fornisce anche latraduzione italiana di un passaggio molto significativo. Questo:

Al Saturday Night Live hanno preso in giro il presidente Barack Obama per non essere ancora riuscito a concludere nulla. Si tratta di una critica ingiusta, perché in realtà Obama ha fatto moltissimo. In nove mesi ha resuscitato il partito repubblicano, eccitato i pro-lifers, distrutto la reputazione della regulation, rafforzato i valori tradizionali, aumentato la voglia di maggiori restrizioni all’immigrazione e spinto gli elettori indipendenti verso destra (…) Forse non era proprio quello che aveva in mente, quando lasciava intendere che avrebbe voluto essere un nuovo Reagan. Ma, per ora, e proprio lui il miglior community organizer della Destra.

Ne ho tratto un post in inglese, ma approfittare della traduzione mi sembra doveroso. Niente male, davvero, quel Lowry.

Categorie:america, esteri

Questi potenti …

27 settembre, 2009 Lascia un commento

“Nella sua vita d’amatore, El Comandante avrebbe sedotto decine di donne e oggi avrebbe almeno 10 figli.” Beh, verrebbe  da dire, questi potenti non sono poi tutti uguali, qualcuno è più uguale degli altri

Categorie:esteri, uomini d'onore