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Archive for the ‘filosofia politica’ Category

Ecco come i “marxisti culturali” stanno cercando di sovvertire l’America (e la civiltà occidentale) dall’interno

20 settembre, 2020 Lascia un commento
Il mio pezzo su Atlantico del 16/09/2020:

Scuola di Francoforte e strategia gramsciana dell’egemonia culturale. Scuole, università, media, arti, chiese, multinazionali: tutte le casematte della cultura occupate per trasformare la coscienza della società e minare le istituzioni democratiche. Gli Stati Uniti possono aver sconfitto l’impero del male di reaganiana memoria, ma non sono ancora riusciti a sconfiggere “l’idea”, tutt’altro, visto che il marxismo è vivo e vegeto, sano e robusto, ed è praticamente ovunque, nei college, in azienda, nello sport, nell’associazionismo… È nell’aria che respiriamo…

Una delle tante parrocchie cattoliche di New York City. Si tiene una sessione di preghiera a sostegno di Black Lives Matter. Il prete invita i parrocchiani a rinunciare al loro white privilege (“privilegio bianco”, espressione di gran moda negli Usa in questo periodo) per aiutare “a trasformare la cultura della chiesa”. In molte chiese in tutta l’America, scrive John Eidson su American Thinker, i “marxisti culturali” utilizzano il pulpito per sostituire un po’ alla volta ai valori cristiani tradizionali quelli della falce e del martello. Si è espresso proprio così, senza mezzi termini. D’altra parte di cosa diavolo stiamo parlando? Black Lives Matter, lo sappiamo tutti (o quasi), è un’organizzazione politica violenta la cui ideologia marxista è profondamente anticristiana e antiamericana. “Usano la nobile causa dell’uguaglianza razziale come una foglia di fico per nascondere la loro vera natura”, che è appunto il marxismo culturale, il quale persegue indefessamente e pervicacemente l’obiettivo dell’abbattimento delle democrazie occidentali. Il tutto, per altro, “sovvertendo i pilastri della loro cultura, le strutture e le istituzioni della famiglia, della religione, dell’istruzione, della politica, della legge, delle arti e dei media poiché forniscono la coesione sociale necessaria per una società funzionante”.

In realtà, è una lunga storia, che affonda le sue radici piuttosto lontano nel tempo… [CONTINUA A LEGGERE]

Non è il “razzismo sistemico” che combattono (e che, dati alla mano, non c’è), è un assalto alla civiltà occidentale

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Il mio pezzo pubblicato su Atlantico sabato 27 giugno. L’articolo ha finora ottenuto oltre 3.800 “like“: un risultato di cui ringrazio sentitamente i lettori che hanno voluto esprimere il loro gradimento. E un grazie va anche a tutti gli altri lettori.

La maggior parte degli osservatori e commentatori ha torto: il “razzismo sistemico” e “il peccato americano” della schiavitù c’entrano fino a un certo punto con il movimento dei decapitatori e distruttori di statue. I dati mostrano che la condizione socio-economica degli afroamericani è molto migliorata negli ultimi decenni. E solo il 17 per cento dei manifestanti erano neri, quattro su cinque si identificano con il Partito democratico. In realtà, si tratta di un assalto alla civiltà occidentale nel suo complesso e alle sue glorie e acquisizioni

Qualcuno forse ricorda quando, già nell’agosto 2017, il presidente Trump predisse (tweet, video) che i distruttori di statue non si sarebbero limitati al monumento del capo dei Confederati, generale Robert E. Lee, che avrebbero esteso la loro smania distruttrice alle statue degli ex presidenti e Founding Fathers George Washington e Thomas Jefferson. Quante severe critiche, nonché ironie e sberleffi a non finire ne seguirono sui media mainstream… Ebbene, meno di tre anni dopo, ecco che la profezia si è avverata: siamo passati dai vandalismi ai monumenti confederati alla deturpazione e distruzione – o alla pressante richiesta di rimozione – delle statue di Cristoforo Colombo, dell’ammiraglio David Farragut, dell’abolizionista Matthias Baldwin, del generale della guerra rivoluzionaria americana Philip Schuyler, di un capitano dei Texas Rangers, Jay Banks, del missionario cattolico San Ginepro Serra, di Ulisses S. Grant, comandante in capo dell’esercito dell’Unione, di Francis Scott Key, Abraham Lincoln, George Washington e Thomas Jefferson. L’ultimo misfatto in ordine di tempo è l’abbattimento della statua del colonnello Hans Christian Heg, nientemeno che un immigrato norvegese che morì combattendo per l’Unione e contro la schiavitù. E mentre scriviamo una statua dell’ex presidente Theodore Roosevelt sta per essere rimossa a New York City… [CONTINUA A LEGGERE]

Le due Americhe si sfidano anche negli stadi: mai così distanti, divise, nemiche

23 novembre, 2019 Lascia un commento

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Il mio pezzo su Atlantico del 12 novembre scorso:

…Sabato 9 novembre, è in corso una partita di football americano al Bryant-Denny Stadium, Alabama, tra la squadra padrona di casa, cioè quella della University of Alabama, e quella della Louisiana State University; alle 12:10, durante un timeout, il Presidente degli Stati Uniti e la First lady, che hanno appena preso posto nel box riservato di un facoltoso imprenditore edile del luogo, vengono inquadrati dalle telecamere dello stadio e mostrati sui maxischermi; accade qualcosa che visibilmente sorprende anche il presidente: dal pubblico (posti a sedere 101.821) si leva un boato assordante e prolungato di applausi, una scena dal sapore epico… Uno sparuto manipolo di disperati azzarda un timido “buu” ma viene immediatamente sommerso dagli altri 100 mila che scandiscono in coro “USA, USA”. Al presidente e alla First lady non resta che sventolare un fazzoletto in segno di gratitudine e unirsi all’applauso… CONTINUA A LEGGERE

 

Cosa c’è di eccezionale nell’eccezionalismo americano e le cause della sua crisi

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Il mio pezzo su Atlantico di oggi:

Agli americani piace pensare di essere un popolo eccezionale, ed in effetti lo sono. Essi parlano di se stessi come di una nazione che irradia la propria luce dalla “porta d’oro” di Ellis Island, donne e uomini che “hanno amato il proprio Paese più di sé stessi, e la misericordia più della vita”, come recita “America the Beautiful”, la bella poesia di Katharine Lee Bates diventata canzone e quasi-inno nazionale degli States. Quello che viene chiamato “l’ecezionalismo americano” è quasi diventato un moderno banco di prova politico… ma che cos’è, e che cosa c’è di eccezionale nell’eccezionalismo americano?

Questo è più o meno l’incipit di un lungo articolo (quasi diecimila parole) che Allen C. Guenzo, Henry R. Luce Professor di Storia della guerra civile presso il prestigioso ed esclusivo Gettysburg College, in Pennsylvania, ha pubblicato qualche giorno fa sull’altrettanto prestigioso City Journal, emanazione del think tank newyorchese Manhattan Institute for Policy Research. Lo scopo dell’articolo è precisamente quello di rispondere alla domanda di cui sopra… [CONTINUA A LEGGERE]

Trump, eroe da mitologia greca

Il mio articolo di sabato scorso su Atlantico (vedi il mio post precedente) è su Italia Oggi! Un sentito ringraziamento al direttore, Pierluigi Magnaschi.

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P.S. Anche nell’edizione online.

“The Case for Trump”: un presidente di cui l’America ha bisogno ma che non sarà mai compreso e apprezzato

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L’archetipo dell’eroe tragico che dalla Grecia antica arriva fino ai più classici film western, l’uomo solo contro il Male, disprezzato da molti (per non dire quasi tutti), anche da quelli che dovrebbero solo ringraziarlo, ma indispensabile, insostituibile, rozzo nei modi, fino alla brutalità, ma nobile nello spirito. Fa il suo lavoro, risolve quello che c’è da risolvere, e poi se ne deve andare, o se ne va spontaneamente, ferito dall’ingratitudine, solo, assieme al sole che tramonta su un mondo ripulito. Tutto questo lo leggete in questo anticipo di recensione di un libro che va letto. Come i classici ai quali si è ispirato Victor Davis Hanson per il suo libro The Case for Trump (“Il caso Trump”), in uscita il 5 marzo.

[Dal mio articolo per Atlantico del 2/03/2019]

Tra i tanti libri pro-Donald Trump che sono stati pubblicati—e che per lo più non sono di eccelso valore, vuoi perché eccessivamente apologetici, vuoi per via dello scarso spessore letterario e politologico degli autori—ne spicca uno che sta per uscire (per i tipi di Basic Books), il cui autore è il meno sospettabile di piaggeria e mediocrità. Si tratta di The Case for Trump, di Victor Davis Hanson, famoso classicista e storico militare, commentatore fisso del National Review e senior fellow del prestigioso think tank della Stanford University noto come Hoover Institution on War, Revolution, and Peace.

Il libro spiega come un uomo d’affari e una celebrità mediatica senza alcuna esperienza politica sia riuscito a trionfare su sedici qualificatissimi rivali repubblicani e contro una candidata democratica con un quarto di miliardo di dollari a disposizione per la campagna elettorale, per non parlare dell’ostilità sorda dell’intero establishment di Washington e della quasi totalità dei media. Una specie di miracolo. Il ritratto di The Donald include una tesi singolare e affascinante: il presidente è una sorta di “eroe tragico” di tipo classico, di cui l’America ha disperatamente bisogno ma che non sarà mai apprezzato come merita nel proprio Paese. CONTINUA A LEGGERE

La Sinistra e il rapporto religione-politica in America

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Il mio pezzo su Atlantico di oggi si occupa di due questioni di grande importanza sotto il profilo politico-filosofico, anche se, in questo caso, volutamente affrontate in maniera non strettamente accademica, e quindi con un taglio essenzialmente giornalistico.

Tra i vari temi che frequentemente ricorrono nel dibattito politico o filosofico-politico americano, ce ne sono alcuni che di solito accendono particolarmente gli animi. Uno di questi è quello del rapporto tra religione e politica. Un altro è ciò che dobbiamo intendere con il termine “sinistra”. Colgo l’occasione di un paio di articoli apparsi in questi giorni per un sintetico e forzatamente limitato resoconto e per qualche considerazione conclusiva – altrettanto frettolosa – su come le due problematiche si compenetrino a vicenda fino a divenire due facce della stessa medaglia.
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Atene e Sparta. Perché studiare i Classici è cruciale per la Civiltà occidentale

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Larry Arnn, dodicesimo presidente dello Hillsdale College

Il mio pezzo su Atlantico di oggi. Si parla anche di un college che è il vanto e l’orgoglio del conservatorismo made in U.S.A.

Qualche giorno fa, con un articolo di una sua giovane reporter, Bre Payton, The Federalist ha tributato un giusto omaggio ad un corso interamente online e del tutto gratuito intitolato “Atene e Sparta”. Organizzato dallo Hillsdale College – un’istituzione culturale che è il vanto e l’orgoglio del conservatorismo americano – e articolato in nove lectures tenute un paio d’anni fa da insigni studiosi del mondo classico, il corso è tuttora disponibile presso il sito del college.
L’articolo si soffermava sulla prima lezione, quella di Larry Arnn, dodicesimo presidente dello Hillsdale, intitolata “Perché studiare i classici?” La risposta che viene data alla domanda è chiara e inequivocabile: perché lo studio e la conoscenza dei classici sono la condicio sine qua non della comprensione della civiltà occidentale…
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Ken Langone: una storia americana

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Il mio articolo su Atlantico di oggi:

Ha pochi eguali Peggy Noonan quando vuol farci amare qualcuno o qualcosa. Columnist del Wall Street Journal e stella degli speechwriters presidenziali negli anni Ottanta (è lei che ha firmato i discorsi più memorabili di Ronald Reagan, tra cui quello per ricordare gli astronauti uccisi nell’esplosione del Challenger), Peggy Noonan sa come toccare le corde più intime dei suoi lettori di riferimento, cioè gli americani che si ostinano a onorare e rispettare profondamente i “valori americani”. Non a caso la sua rubrica – Declarations (Dichiarazioni) – è una delle più apprezzate del WSJ, e i suoi libri – dal primo, What I Saw at the Revolution, al più recente, The Time of Our Lives – si vendono come il pane nonostante lo stile leggermente old-fashioned di chi ha probabilmente dato il meglio di sé nella Reagan Era, o magari proprio per questo.

Stavolta, ha pensato bene di rendere omaggio, lei americana di seconda generazione e di discendenza irlandese, a un altro americano di seconda generazione, ma di discendenza italiana, Ken (all’anagrafe Kenneth Gerald) Langone, che come lei ha saputo farsi onore malgrado le umili origini: lei newyorchese di Brooklyn, figlia di un marinaio mercantile, lui di Long Island, figlio di un idraulico. […]

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A chi la vogliono raccontare?

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Il mio articolo su Atlantico di oggi parla di un’America che veniva data in via di estinzione, e invece è ancora lì, e grazie a Dio non sarà facile per nessuno mandarla in pensione. E’ l’America di Lloyd Marcus, “l’Americano senza trattino”.

Per rendere l’idea, ecco come Lloyd introduce il suo pensiero in un articolo su
The American Thinker:

Vi prego, perdonatemi se uso un detto un po’ rude ma appropriato: ‘Non urinate sulla mia testa dicendomi che sta piovendo’. I “sinistri” urinano menzogne, falsità, perversione, immoralità e peccato sulle nostre teste raccontandoci che queste porcherie sono la quintessenza della bellezza, dell’amore e della compassione. In poche parole, usano il loro potere per trasformare ciò che è abnorme e innaturale in qualcosa di perfettamente normale, e nello stesso tempo mettendosi sotto i piedi i valori e i principi tradizionali, dichiarandoli risibili, intolleranti e detestabili.

Insomma, quel che si dice un personaggio interessante…