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Archive for the ‘filosofia’ Category

Ecco come i “marxisti culturali” stanno cercando di sovvertire l’America (e la civiltà occidentale) dall’interno

20 settembre, 2020 Lascia un commento
Il mio pezzo su Atlantico del 16/09/2020:

Scuola di Francoforte e strategia gramsciana dell’egemonia culturale. Scuole, università, media, arti, chiese, multinazionali: tutte le casematte della cultura occupate per trasformare la coscienza della società e minare le istituzioni democratiche. Gli Stati Uniti possono aver sconfitto l’impero del male di reaganiana memoria, ma non sono ancora riusciti a sconfiggere “l’idea”, tutt’altro, visto che il marxismo è vivo e vegeto, sano e robusto, ed è praticamente ovunque, nei college, in azienda, nello sport, nell’associazionismo… È nell’aria che respiriamo…

Una delle tante parrocchie cattoliche di New York City. Si tiene una sessione di preghiera a sostegno di Black Lives Matter. Il prete invita i parrocchiani a rinunciare al loro white privilege (“privilegio bianco”, espressione di gran moda negli Usa in questo periodo) per aiutare “a trasformare la cultura della chiesa”. In molte chiese in tutta l’America, scrive John Eidson su American Thinker, i “marxisti culturali” utilizzano il pulpito per sostituire un po’ alla volta ai valori cristiani tradizionali quelli della falce e del martello. Si è espresso proprio così, senza mezzi termini. D’altra parte di cosa diavolo stiamo parlando? Black Lives Matter, lo sappiamo tutti (o quasi), è un’organizzazione politica violenta la cui ideologia marxista è profondamente anticristiana e antiamericana. “Usano la nobile causa dell’uguaglianza razziale come una foglia di fico per nascondere la loro vera natura”, che è appunto il marxismo culturale, il quale persegue indefessamente e pervicacemente l’obiettivo dell’abbattimento delle democrazie occidentali. Il tutto, per altro, “sovvertendo i pilastri della loro cultura, le strutture e le istituzioni della famiglia, della religione, dell’istruzione, della politica, della legge, delle arti e dei media poiché forniscono la coesione sociale necessaria per una società funzionante”.

In realtà, è una lunga storia, che affonda le sue radici piuttosto lontano nel tempo… [CONTINUA A LEGGERE]

Un nuovo libro

24 dicembre, 2012 Lascia un commento

bles_canUn altro libro, stavolta in inglese. Una sfida con me stesso, con il buon senso, con le difficoltà insite nell’impresa. Ma come si può vivere senza sfide, senza chiedere “troppo” alle proprie risorse, alla propria resistenza, fisica e mentale? E così andata anche questa. Adesso il problema sarà inventarsi una nuova sfida, regalarsi un’altra avventura degna di questo nome. Vabbè, lo so, il tutto può sembrare un po’ retorico, e di questo, nel caso, mi rammarico, ma il fatto è che “per me” questa non è retorica, semmai è la felicità di aver portato finalmente a termine qualcosa a cui tenevo: lanciare un messaggio al vento—della vita, e, in qualche modo, della storia, se è vero che ciascuno di noi ha una sia pur piccola voce in capitolo nel gran libro della vita e della storia—e sperare che produca, se non gli effetti desiderati, almeno un qualche modesto risultato. Almeno non mi si potrà rinfacciare di non averci provato. Ma alla fine non è questo l’essenziale? Provarci, tentare, osare.
Quel che posso dire ai miei lettori, a quelli che sanno leggere l’inglese, è che dentro a questo libro ci sono anni di posts, scritti per rendere testimonianza a una certa idea della vita e alla fede in in quell’dea. E’ più che ovvio che uno (che non sia un po’ mitomane), quando si imbarca in un’impresa del genere, non pensa a un best-seller, e quindi non si aspetta chissà cosa. Semplicemente, uno fa quel che si sente di fare, e del resto chi se ne importa—non che il “successo” dia fastidio, chiaro, ma l’essenziale è altro.
Tanto dovevo, tanto ho dato. Adesso mi prendo una pausa: onestamente penso di averla meritata. Ora tocca ai lettori, ai quali è richiesta una fatica assai più lieve della mia, per non parlare del piacere della lettura, che se c’è tanto meglio—ma non oso sperare tanto. Dio li benedica e conceda loro un sereno Natale e un 2013 di gran lunga migliore dell’anno che sta finendo.

Blessed Are the Contrarians: Diary of a Journey Through Interesting Times, by S. R. Piccoli, CreateSpace Independent Publishing Platform (December 21, 2012)

John Henry Newman e l’abito mentale filosofico

16 settembre, 2010 2 commenti

John Henry Newman sarebbe di per sé un argomento attualissimo, ma oggi come oggi—primo giorno della visita ufficiale di Benedetto XVI in Inghilterra e Scozia, nel corso della quale il Venerabile J.H. Newman verrà proclamato “beato”—lo è ovviamente ancora di più. Ne ho parlato recentemente nel blog in inglese e oggi lo faccio anche qui per segnalare un libro di Angelo Bottone, John Henry Newman e l’abito mentale filosofico. Retorica e persona negli Scritti Dublinesi (Prefazione di  Bruno Forte) e la recensione di Marco Semarini che si può leggere sul Blog dell’Uomo Vivo. Sempre di Angelo Bottone segnalo un articolo di ieri l’altro su SIR (Servizio Informazione Religiosa): “BENEDETTO XVI E NEWMAN – Il filo della coscienza. Uniti dalla forte passione per la verità.” Buona lettura—possibilmente anche del libro, non solo dell’articolo e della recensione…

Categorie:filosofia, religione

R.W. Emerson, Teologia e natura

30 giugno, 2010 2 commenti

Teologia e naturaDopo tanto, rieccomi sul blog in italiano—troppo a lungo trascurato, sebbene mai dimenticato—per proporre una di quelle letture che mi sono più care: una riedizione di Emerson in italiano, recensita su Avvenire qualche giorno fa da Roberto Mussapi (Teologia e natura, Marietti, 2010, di cui io posseggo la prima edizione, del 1991). Riproduco qui di seguito la recensione e raccomando vivamente, oltre alla lettura della medesima, quella del prezioso volumetto. Una maniera fantastica per celebrare l’estate, le vacanze e, appunto, la natura. Grazie ad Angelo Bottone per avermi segnalato (per email)  l’articolo.

…………

Emerson il poeta salva il «teologo»

Lo scrittore americano dell’Ottocento legge la natura come una manifestazione dell’anima universale E così il punto di vista artistico diventa mistico

di ROBERTO MUSSAPI (Avvenire, 19.06.2010)

«Sono nato poeta. Poeta di terz’ordine, senza dubbio, ma poeta. Questa è la mia natura e la mia vo cazione. Il mio canto, non c’è dubbio, è rauco, e per la maggior parte in prosa. Tuttavia sono poe ta, nel senso che percepisco e amo le armonie che sono nell’anima e le armonie che sono nella materia e specialmente le corrispondenze tra queste e quelle». Nato a Boston nel 1803, morto nel 1882, Ralph Waldo Emerson è uno dei grandi fondatori della letteratura e del pensiero americani. Il suo saggio fondamentale, Natura, esce nel mitico quinquennio in cui esplode in forma piena la nuova letteratura americana: tra il 1850 e il 1855 vedevano la luce Moby-Dick di Melville, i capolavori di Thoreau, Hawthorne, il mitico Foglie d’erba, grande libro di Walt Whitman che fonda la poesia americana, e appunto i saggi di Ralph Waldo Emerson. Che non solo sono fondamentali come alimento della poesia di Whitman, ma mettono in azione e in scena la poesia come forza motrice dell’universo letterario.

Emerson sa di essere, in senso stretto, poeta di terz’ordine, come i suoi peraltro pochi versi dimostrano. Ma sa di essere poeta in toto, in quanto fonda il suo pensiero sulla poesia come forza simbolica al centro dell’essere. Quando pubblicai un’ampia scelta dei suoi saggi nel 1989 in un Oscar Mondadori (un’edizione mirata a un pubblico vasto), speravo che la centralità della sua esperienza si imponesse nell’elaborazione poetica e in genere culturale italiana. Ciò non avvenne, ma la crescente attenzione alla sua opera sembra dimostrare che bisogna avere pazienza.

Una raccolta di saggi appena uscita, Teologia e natura, a cura di Pier Cesare Bori (traduzione di Massimo Lollini), attesta che Emerson sta entrando nel nostro mondo. L’elemento fondamentale dell’opera di Emerson è la continua attenzione alle relazioni, a ciò che lega tutte le parti della realtà. Per ottenere tale visione profonda, Emerson postulò uno «sguardo obliquo», o «in direzione », consistente nel guardare le cose «con l’angolo meno usato dell’occhio… Non apprendiamo niente esattamente finché non apprendiamo il carattere simbolico della vita». L’aggettivo «trascendentale» coniato da Emerson indica la parola capace di cogliere la natura simbolica della cosa, in tal modo riunificandola ulteriormente all’anima di cui la cosa è simbolo.

Splendida la metafora della vita come «un cerchio il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo» che pare desunta dall’osservazione del miracoloso crearsi e svanire della forma quando si lancia un sasso in un’acqua ferma. Circolarità, natura come manifestazione dell’anima universale, le due polarità che reg­gono il mondo, di cui l’interprete eletto è il poeta. Non necessariamente o meglio non esclusivamente il grande poeta, ma l’uomo che osserva la realtà dal punto di vista della poesia. Visione poetica del mondo che è anche visione mistica.

I grandi temi del pensiero, della natura, della storia, del mito, della morale sono rivisitati in un excursus straordinario che – parafrasando l’autore – scorre perennemente davanti alla Sfinge: Platone e Socrate, Buddha e Shakespeare, Coleridge e Swedenborg, i sapienti dell’umanità sfilano davanti alla statua dell’enigma. È un superamento del pensiero filosofico in senso stretto, nel recupero, accanto ai filosofi, del pensiero lontano, orientale e antico, di quell’originario e generante stupore. Ora nello scritto illuminante che accompagna la felice e necessaria scelta di saggi emersoniana, Bori indica addirittura un superamento del pensiero teologico dal quale, come egli dimostra, Emerson in parte sostanziosa discende. Al magistero di quelli che definisce ebrei e greci, intendendo l’Antico e il Nuovo Testamento, Emerson accosta la parola della natura stessa e la lettura di altre grandi religioni.

Non un generoso eclettismo, prosegue Bori, ma uno smarginamento e una discesa verso il fondo del pensiero biblico. Che non è ridimensionato ma come liberato al suo brivido germinale e al suo divenire. Emerson esce dalla teologia grazie all’idea di essere poeta. Un poeta scadente per i suoi versi, un vero poeta perché mette al centro di filosofia e teologia la voce profetica e visionaria che le originarono e ancora le ispirano.

Ralph Waldo Emerson
TEOLOGIA E NATURA
Marietti. Pagine 208. Euro 12 ,00

Fede e ragione: parla Maritain

16 novembre, 2009 Lascia un commento

Jacques Maritain

Jacques Maritain

Un duro attacco al cattolico Dario Antiseri, nonché a cristiani come Vattimo e scettici come Rorty, i quali tutti insieme finiscono col trovarsi d’accordo sull’impossibilità di fondare razionalmente la fede, lasciando inoltre intendere che chi “non si adegua al trend culturale è fuori della storia.” Il tutto, però, è sostenuto con argomenti “deboli,” nel senso di insostenibili. Questo in una recente conferenza di Antonio Livi (titolo: Moderno e antimoderno. Il tomismo di Jacques Maritain), di cui si riferisce nel blog di Angelo Bottone.

Insomma, è Maritain, il grande pensatore cattolico che ha recuperato i contenuti, e soprattutto la metodologia, della speculazione tomista. “La sua riflessione si concentra sul senso dell’essere tramite il quale la ragione umana coglie ‘l’essere degli essenti, inteso come evidenza di significato (intelligibilità) e allo stesso tempo come inesauribilità di senso (problematicità).’ In altre parole, com’è stato rilevato nella lezione, lo scopo è quello di ribadire la razionalità della fede cristiana.”

Interessante, che si sia d’accordo o meno. E il sottoscritto tifa per Antiseri, un po’ meno per Rorty, e molto, molto meno per Vattimo (come filosofo, ben inteso, ché sul politico è meglio tacere).

Categorie:filosofia, religione

Heidegger a colloquio

Heidegger non smentisce se stesso, neanche quando fa il verso a Platone, cioè in forma di dialogo o colloquio. E dunque spiegare qualcosa o cercare risposte gli interessa poco o punto, a vantaggio di un pensare che si mantiene nel libero interrogare. Ed ecco i Colloqui su un sentiero di campagna, scritti tra il ’44 e il ’45, ora tradotti da Adriano Fabris e Antonia Pellegrino e pubblicati da Il Melangolo (pagg. 234, euro 30). Li recensisce con una certa “eleganza” Alessandra Iadicicco sul Giornale di oggi, insinuando il dubbio (fondato) che il filosofo non abbia mai letto Shakespeare, in particolare quella battuta dell’Enrico IV (parte I, atto 2, scena 3) che,

con tono soavemente beffardo, col piglio leggero del bardo che andava cogliendo fior da fiore tra gramigne urticanti, avvertiva: «Ma io vi dico, signor mio idiota, che di tra quel cespo d’ortica, che è il pericolo, noi cogliamo quel fiore che è la salvezza».

Infatti il Nostro preferì citare a più non posso gli Inni di Hölderlin (quegli «orrendi inni superflui», come ebbe a definirli un impietoso Gottfried Benn), in particolare il motto secondo il quale «Là dov’è il pericolo/ cresce ciò che salva», che del resto, detto tra noi, non è niente male. Anche se Shakespeare, ovviamente, è un’altra cosa.
Categorie:filosofia

Ricordo di Richard Rorty

12 giugno, 2007 2 commenti

Gianni Vattimo sul grande filosofo americano Richard Rorty, mancato venerdì scorso nella sua casa di Palo Alto, California, dopo una lunga malattia. Su La Stampa di ieri. Grazie a Azioneparallela.

Rorty pensa […] che il mondo è una faccenda che implica cose e persone, non c’è niente come un astratto rapporto del «soggetto» con l’«oggetto», come lo pensava la filosofia moderna da Locke a Cartesio e poi a Kant e a Husserl. Questo è il tema del grande libro su La filosofia e lo specchio della natura e delle opere che vi hanno fatto seguito, da Conseguenze del pragmatismo (1982) a La filosofia dopo la filosofia (1990) a Verità e progresso (1998).

[…]

Rorty non è affatto scettico; rivendica però, con coerenza, la qualifica di relativista, perché – come Heidegger, come Nietzsche, come lo stesso Hegel – sa che non può guardare al mondo «da nessun luogo», è sempre coinvolto in una situazione storica e in un punto di vista particolare.

Decostruire la decostruzione (dell’uomo)

20 marzo, 2007 3 commenti

Non ci si può distrarre un attimo. Sono pieno di da fare e non chiederei altro che di essere lasciato in pace. E invece no, Il Foglio se ne esce con una lunga e interessante intervista all’antropologo francese, ma americano d’adozione, René Girard. Una fantastica chiacchierata che potrebbe far scoccare in chiunque—persino nel sottoscritto, scampato per miracolo, a suo tempo, ai tentacoli di Claude Lévi-Strauss—la scintilla di una passionaccia per l’antropologia filosofica, come se uno non avesse già abbastanza grattacapi.

Al centro della conversazione, naturalmente, l’uomo, quello di sempre e quello contemporaneo e postmoderno, e inevitabilmente l’uomo e la scienza, il linguaggio, la religione.

Proveniente dal radicalismo francese, ma in seguito convertitosi al cattolicesimo, Girard ricorda senza particolari nostalgie quei suoi esordi:

“Mi sono riempito la testa con le pagliacciate e il semplicismo mediocre e stupido dell’avanguardia. So bene quanto la negazione postmoderna della realtà possa condurre al discredito della domanda morale dell’uomo. L’avanguardia un tempo relegata in ambito artistico oggi si estende a quello scientifico che ragiona sull’origine dell’uomo. In un certo senso, la scienza è diventata una nuova mitologia, l’uomo che crea la vita. Così, ho accolto con grande sollievo la definizione di Joseph Ratzinger di ‘riduzionismo biologico’, la nuova forma di decostruzione, il mito biologista. Mi ritrovo anche nella distinzione dell’ex cardinale fra scienza e scientismo”.

Come dire? Beccatevi questa, signori laici, e passiamo oltre. Scherzo, neh. E poi il bello deve ancora venire … Ce n’è per tutti, da Auguste Comte al famoso biologo dei nostri giorni Richard Dawkins, da Nietzsche a Voltaire e, udite udite, all’islam, cui manca una cosa fondamentale: la croce. Lo sospettavo, ma sentirlo confermare così autorevolmente fa indubbiamente piacere.

Qualche citazione al volo. Il testo integrale, ad ogni buon conto, l’ho sistemato qui.

L’antropologia:

“Può esserci una antropologia realistica che precede la decostruzione? In altre parole: è lecito e ancora possibile affermare una verità universale sul genere umano? L’antropologia contemporanea, strutturalista e postmoderna, nega quest’accesso alla verità. Il pensiero attuale è la castrazione del significato. Sono pericolosi questi tentativi di mettere in discussione l’uomo.”

La religione:

“E’ questa l’essenza dell’esistenza umana, è l’origine della proibizione dei sacrifici e della violenza. Dove si è dissolta la religione, lì è iniziato un processo di decomposizione.”

La religione cristiana:

“La religione cristiana, la più grande rivoluzione nella storia umana, è l’unica a ricordarci l’uso corretto della ragione. E’ una sfida che si gioca sul concetto di colpa. A lungo l’Europa ha deciso che i tedeschi dovevano essere il capro espiatorio. Era impossbile anche solo accostare comunismo e nazismo. Decretata la morte di Dio e la fine illuministica del senso religioso, si doveva tenere in piedi un ‘anti Dio’, una controdivinità, il comunismo. Sono d’accordo con le tesi di Ernst Nolte sull’affinità fra nazismo e comunismo. Ogni regime totalitario è iniziato con la soppressione della libertà religiosa.”

La microeugenetica, Nietzsche e «l’abolizione dell’uomo»:

“La microeugenetica è la nuova forma di sacrificio umano. Non proteggiamo più la vita dalla violenza, schiacciamo invece la vita con la violenza. Per cercare di appropriarci del mistero della vita a nostro beneficio. Ma falliremo. L’eugenetica è il culmine di un pensiero iniziato due secoli fa e che costituisce il più grande pericolo per la specie umana. L’uomo è la specie che può sempre distruggere se stessa. Per questo ha creato la religione.”

“Aveva ragione C. S. Lewis quando parlava di ‘abolizione dell’uomo’. Michel Foucault aggiunse che l’abolizione dell’uomo sta diventando un concetto filosofico. Non si può più parlare oggi dell’uomo. Quando Friedrich Nietzsche annunciò la morte di Dio, in realtà stava annunciando la morte dell’uomo. L’eugenetica è la negazione della razionalità umana. Se si considera l’uomo come mero e grezzo materiale da laboratorio, un oggetto manipolabile e malleabile, si può arrivare a fargli qualsiasi cosa. Si finisce per distruggere la fondamentale razionalità dell’essere umano. L’uomo non può essere riorganizzato”.

Il messaggio cristiano:

“[M]i pare che la superiorità del messaggio cristiano diventi ogni giorno più visibile. Quando è più attaccato, il cristianesimo brilla di maggiore verità. Essendo la negazione della mitologia, il cristianesimo splende nel momento in cui il nostro mondo si riempie di nuove mitologie sacrificali. Lo skandalon della rivelazione cristiana l’ho sempre inteso in maniera radicale. Nel cristianesimo, anziché assumere il punto di vista della folla, si assume quello della vittima innocente. Si tratta di un capovolgimento dello schema arcaico. E di un esaurimento della violenza.”

Il divorzio fra umanità e sintassi, la perdita dell’escatologia cristiana:

“Stiamo perdendo ogni contatto fra il linguaggio e le regioni dell’essere. Oggi crediamo solo al linguaggio. Amiamo le favole più che in qualunque altra epoca. La cristianità è una verità linguistica, logos, Tommaso d’Aquino è stato il grande promulgatore di questo razionalismo linguistico. Il grande successo della cristianità angloamericana e dunque degli Stati Uniti si deve non a caso a straordinarie traduzioni della Bibbia. Nel cattolicesimo oggi c’è fin troppa sociologia. La chiesa è troppo spesso compromessa con le lusinghe del tempo e il modernismo. In un certo senso i problemi sono iniziati con il Concilio Vaticano II, ma risalgono alla precedente perdita dell’escatologia cristiana. La chiesa non ha abbastanza riflettuto su questa trasformazione. Come possiamo giustificare la totale eliminazione dell’escatologia persino nella liturgia?”.

Già, come è stato possibile? Vuoi vedere che il problema è proprio questo?

Heidegger e la Niemandrose (che saremmo noi)

10 marzo, 2007 2 commenti

Venerdì scorso, su Repubblica, c’era un lungo articolo di Adriano Sofri su Heidegger e sui rapporti di quest’ultimo col nazismo, passando per il poeta Paul Celan (ebreo, scampato fortunosamente alla deportazione nei lager nazisti e sopravvissuto ai lavori forzati), incluso un celebre incontro tra i due. Anche al di là della spinosa questione dell’adesione al nazismo—che per altro qualcuno tende ancora a minimizzare, con gran dispetto dell’autore dell’articolo—da parte del grande filosofo di Freiburg, la riflessione di Sofri può essere molto interessante per chi vuole concedersi una “pausa” nel bel mezzo delle angustie regalateci dalle cronache politiche.

Non essendo personalmente mai stato un grande estimatore di Heidegger, anche se m’è toccato di studiarmelo a fondo (in entrambe le versioni, prima e dopo la Kehre), non sono granché interessato neanche alle sue défaillances biografiche, compreso l’ostinato silenzio sull’Olocausto. Però sono un po’ incuriosito da chi tuttora se ne appassiona. Sofri è di quelli che non demordono. Interessante, in ogni caso, la citazione dalla celebre intervista del 1966, in cui M. H. si sottrae all’opportunità in extremis di salvare la faccia:

Al momento di sciogliere l´enigma, nell´intervista del 1966 allo Spiegel, da pubblicare postuma, Heidegger avrebbe detto: «Per me oggi una domanda decisiva è: come può adattarsi un sistema politico – e quale – all´età della tecnica? A questa domanda non so dare risposta. Non sono convinto che sia la democrazia».

Verrebbe quasi da rispondergli—con nonchalance e alla maniera di Winston Churchill—che la democrazia gli potrà anche fare specie, ma vuoi mettere tutti gli altri sistemi? Questo, però, è il meno, in sede filosofica. Il più è la poesia, la grande scoperta di Hölderlin:

Voll Verdienst, doch dichterisch wohnet
Der Mensch auf dieser Erde

(Pieno di merito, e tuttavia poeticamente
abita l’uomo su questa terra)

Basta questo a riscattarlo (almeno un po’)? Basta, come nel caso di Celan, la “parola-che-apre-e-nasconde, luce e segreto?” Per me sì, malgrado la Niemandrose, la “rosa di nessuno,” che saremmo noi:

SALMO

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.

Noi un nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.

Con lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

(Traduzione di G. Bevilacqua)

Perché in Turchia ha vinto il Papa

4 dicembre, 2006 5 commenti

Tra le tante cose che sono state scritte sul viaggio del Papa in Turchia ce ne sono alcune che penso meritino di essere rilette a mente fredda. Del resto, forse sarebbe il caso di istituzionalizzare, almeno in qualche settore “anomalo” della blogosfera, la sana abitudine di non inseguire sempre e soltanto la cronaca, per quanto intrecciata, come in questo caso, con la Storia, ma di mantenere lo sguardo fisso su ciò che va ben oltre, quando ne vale veramente la pena.

A proposito di ciò che possiamo considerare «storico», comunque, Vittorio Messori ha detto la sua egregiamente sul Corriere del primo dicembre. In sostanza, il grande giornalista-scrittore cattolico esorta appunto a non scomodare la storia, e bacchetta implicitamente i tre quarti della carta stampata italiana. Quello che mi piace di più, in Messori, è proprio questa vocazione irrefrenabile a collocarsi qualche miglio lontano dal coro, mantenendo, a volte, un understatement tanto apprezzabile quanto scorbutico …, segno inconfondibile di onestà intellettuale. L’incontro tra Benedetto XVI e Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, insomma, non rappresenta nulla di eccezionale, e Messori spiega molto bene perché, ricorrendo naturalmente a solide argomentazioni storiche. In particolare, a suo avviso,

[n]on si può certo mettere tra le novità la constatazione — ovvia per un cristiano—che l’uccidere in nome di Dio non è un omaggio all’ Onnipotente bensì la peggiore delle bestemmie. È un richiamo, evidentemente, all’estremismo islamista, per il quale omicidio e suicidio sono sì condannati dal Corano, ma sarebbero meritori se compiuti nella lotta per la causa di Allah.

Caso mai, suggerisce Messori, bisognerebbe allargare la prospettiva e dar retta al professor Nicola Bux (docente di ecumenismo e consultore della Congregazione della Fede), secondo il quale destinatari del “messaggio” sarebbero, oltre che i musulmani, le

autorità dei Paesi dove l’ortodossia è maggioranza e dove la religione si mescola con il nazionalismo, riducendo nei fatti a cittadini di serie inferiore coloro che aderiscono ad altre confessioni cristiane, a cominciare dai cattolici.

Analisi altrettanto stimolanti, hanno svolto Gianni Baget Bozzo e Sandro Magister, i quali, mi sembra, concordano sostanzialmente sul senso complessivo del viaggio pontificio: l’accento posto sulla libertà di coscienza. Mentre, però, Gianni Baget Bozzo ha svolto un ragionamento più che altro geo-politico, il vaticanista dell’Espresso si è mantenuto sul terreno filosofico. Il che rende ancor più convincente l’identica conclusione.

Magister ha messo molto bene in evidenza, in particolare, la continuità tra la lectio magistralis di Ratisbona e la visita in Turchia. Una continuità che si è espressa non soltanto con le parole pronunciate dal Papa, ma anche, e forse soprattutto, con i «gesti», lasciando intravedere, tra l’altro, quanto Joseph Ratzinger stia facendo tesoro della grande lezione del suo predecessore.

Nel giorno della festa di sant’Andrea Benedetto XVI è entrato nella Moschea Blu di Istanbul con la croce di Gesù ben in vista sul petto, ha sostato davanti al mihrab rivolto alla Mecca, ha pregato in silenzio a fianco del gran mufti che sussurrava le parole iniziali del Corano: tutto questo ha fatto con la libertà e la chiarezza scolpite dalla sua lezione di Ratisbona. Ma un gesto non meno simbolico è stato, poco prima, l’ingresso del papa in Santa Sofia, oggi museo e in precedenza moschea e prima ancora chiesa cattedrale del patriarcato di Costantinopoli, nella terra in cui è fiorito il primo cristianesimo. In Santa Sofia Benedetto XVI non si è raccolto in preghiera, non ha ripetuto il gesto di Paolo VI qui in visita nel 1967.

Tutta da interpretare—ma non è difficile—questa gestualità: un profondo rispetto, quasi eroico, perfino, per la religione degli altri.

Quanto alla filosofia, assunto che “la vera meta del viaggio” è “Pietro che visita Andrea,” vale a dire: “il successore del primo degli apostoli che abbraccia il successore dell’altro apostolo, missionario tra i greci,” il messaggio che il Pontefice ha voluto trasmettere è trasparente, così come la continuità, appunto, con Ratisbona, cioè con la rivendicazione dell’incontro tra il Vangelo e il Logos:

L’apostolo Andrea – ha ricordato Benedetto XVI – “rappresenta l’incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca”. E cos’è questo se non l’incontro tra il Vangelo e il Logos, che era il cuore della lezione di Ratisbona? Il dialogo “secondo ragione” tra il cristianesimo e le altre religioni, in primo luogo l’islam, è per Benedetto XVI indissolubilmente legato alla ricerca dell’unità tra i cristiani. E il dialogo “secondo ragione” con l’islam esige, appunto, che sia sciolto ogni legame tra fede e violenza. Nelle sue omelie e nei discorsi in Turchia, papa Joseph Ratzinger ha incessantemente reclamato la libertà di religione. Con ripetute menzioni ai martiri – anche di oggi, come don Andrea Santoro – che hanno dato la vita per aver pacificamente testimoniato la loro fede cristiana.

Magister conclude riportando per intero le considerazioni svolte da Benedetto XVI il 30 novembre dopo aver assistito alla Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo celebrata da Bartolomeo I nella chiesa patriarcale di Costantinopoli. Un discorso, osserva il vaticanista, che sintetizza efficacemente il pensiero del Papa. Ovviamente, si tratta di una lettura molto raccomandabile.

Un ultimo punto da considerare sul viaggio del Papa è il contesto geo-politico nel quale si è svolto. Se n’è occupato, come dicevo prima, don Gianni Baget Bozzo, che ha sintetizzato così la situazione:

Il problema turco è grave per l’Europa, perché la Turchia è parte fondamentale dell’equilibrio occidentale europeo e al tempo stesso è profondamente diversa dall’Europa non solo per la sua religione musulmana, ma per la sua forma singolare di secolarità. Il rigetto dell’integrazione della Turchia nell’Unione Europea potrebbe rappresentare una grave crisi nel Paese, mettendo in dubbio la stessa giustificazione della laicità turca che si legittima con la necessità di legare la Turchia all’Europa e all’Occidente. Ciò spingerebbe la Turchia verso l’identità islamica politica, e questo è il rischio della trattativa. D’altro lato, solo l’adesione all’Unione Europea potrebbe rafforzare i diritti del singolo, e quindi la libertà religiosa, all’interno della società turca come la Chiesa chiede.

A questo aggiungiamo il clima di tensione che ha fatto seguito alla lectio di Ratisbona, comprese le minacce dei gruppi estremistici turchi e di Al-Qaeda. Ebbene, ha scritto Baget Bozzo, Benedetto XVI avrebbe potuto non andare, “prendere atto che non esistevano le condizioni politiche del suo viaggio e sollevare così un autorevole dubbio sulla libertà religiosa garantita dallo Stato secolare turco,” e invece ha preso la decisione più coraggiosa che poteva prendere, è andato e non ha negato il suo sostegno alle speranze turche riguardo all’Europa (“un atto di carità verso il popolo turco”) e l’incoraggiamento verso tutti coloro che, come i cristiani cattolici, ortodossi e armeni, si aspettavano dal suo viaggio “un aiuto al loro difficile statuto di cristiani che vivono in Turchia.”

Insomma, non è solo per motivi filosofici o teologici se questo viaggio è stato un successo, e lo è stato sicuramente: il coraggio di Joseph Ratzinger non è stato meno determinante. Chissà, tra l’altro, se il Papa aveva messo nel conto che l’Europa avrebbe anunciato la sospensione della trattativa con la Turchia per l’ingresso di quest’ultima nell’Unione proprio durante il suo viaggio, aggiungendo tensione a tensione, rischi a rischi. La Ue, a ben vedere—e malgré soi, vien fatto di pensare—, ha contribuito non poco a ingigantire il successo di un’impresa che all’inizio sembrava quasi disperata.

Categorie:europa, filosofia, religione