Archive

Archive for the ‘fondamentalismo’ Category

Quello che i fatti di Colonia ci insegnano (anche su di noi)

13 gennaio, 2016 2 commenti

capodanno-a-colonia-752573

Ieri mattina ho letto il post veramente interessante che Giulia Blasi ha scritto per commentare i fatti di Colonia. Quella che segue è la riflessione che quel post mi ha ispirato, una risposta meditata all’intelligente provocazione intellettuale dell’autrice. Dopo aver fotografato una realtà imbarazzante per tutti noi, giudici severi e spesso inflessibili della barbarie altrui ma dimentichi delle nostre pecche, l’autrice conclude in una maniera che non si può condividere… Per nulla togliere all’integrità delle considerazioni sviluppate dalla Blasi, e quindi per non correre il rischio di fuorviare in alcun modo il lettore con la mia interpretazione dello scritto, chiedo a chi si accinge a leggere questa nota di prendere “prima” visione e di meditare adeguatamente su quanto si espone e si argomenta nel post di Giulia Blasi  (“La violenza di Colonia è tutta intorno a noi”). Buona lettura di entrambe le riflessioni.

Un post interessante che dovrebbe essere letto e commentato nelle scuole, anche se forse non tutti sono in condizione di coglierne appieno il senso e, soprattutto, il valore “pedagogico”. Le donne certamente, sebbene non tutte probabilmente, i padri di figlie femmine, con rarissime eccezioni (perché il mondo è strano), sono tra quelli che possono apprezzare. Di certo una riflessione sulla propria carne viva che colpisce ma non stupisce, dal momento che prende il la da una realtà che solo chi non vuol vedere non vede. Tutto vero, tutto giusto, anche se difficile da digerire, come tutte le verità che fanno male. Però, però, se tutte le premesse del discorso, così come la realtà a cui si fa riferimento, sono assolutamente giuste, condivisibili e inattaccabili, non così le conclusioni e il messaggio che viene lanciato:

Smettiamo di sentirci superiori. Non abbiamo niente da insegnare a chi arriva qui: Tra il nostro mondo e il loro mondo c’è solo la fragile barriera di una legge che in un attimo può essere cancellata, perché in fondo si pensa che la libertà delle donne sia già troppa.

Perché la superiorità – termine antipatico che si potrebbe sostituire con qualche altro, tipo “maggiore adeguatezza ai tempi” senza alterare minimamente il senso del ragionamento – c’è eccome. Essa consiste, per non abbandonare il terreno scelto dall’autrice, “anche” (ma non solo) nella “fragile barriera” di quella legge “che in un attimo può essere cancellata”. Il fatto che da noi quella legge c’è, e che non sia seriamente messa in discussione da alcuno, fa appunto la differenza, che non è affatto piccola: è enorme, profondissima e non minimizzabile da alcuno che sia in pieno possesso delle proprie facoltà mentali e/o in buona fede. Dietro a quella legge c’è un percorso iniziato con la filosofia greca e che si è dipanato nel tempo incrociando il diritto romano, il Cristianesimo, l’Umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione Americana, la Rivoluzione Francese e giù per li rami fino al femminismo di qualche anno fa, ai movimenti per i diritti civili, ecc.

E’ questo cammino che ha fatto sì che la legge o le leggi in questione non siano soltanto delle leggi ma anche e soprattutto pietre miliari di una civiltà, cioè la civiltà Occidentale. E’ ciò che fa sì che queste leggi non saranno mai abrogate, al contrario di quanto accaduto in Afghanistan e in Iran, e di quanto sta succedendo in Turchia, dove l’eredità e il sogno modernizzatore di Atatürk vengono sommersi e spazzati via da un’ondata di islamismo che si sarebbe infranta in un attimo se solo avesse trovato un background un po’ più solido di quello offerto da una nazione musulmana fino al midollo. La diga non tiene se non è stata progettata come si deve e se il cemento non è buono. Da noi, anche se a fatica, anche se lentamente, abbiamo saputo costruire una solida diga contro la barbarie e, quel che più conta, pur con tutti i nostri limiti, le nostre incoerenze e debolezze, abbiamo stabilito che indietro non si torna per nessuna ragione al mondo. E nessuno tra noi che non sia un perfetto imbecille, un troglodita e un corpo estraneo all’interno della nostra società, ritiene che “in fondo la libertà delle donne sia già troppa”.

Ignorare questa “piccola” differenza è ciò che mi vieta di accettare le conclusioni della riflessione, pur apprezzabile sotto molti profili, di Giulia Blasi, ed anzi mi impone di contestarle nella maniera più ferma e decisa.

Ma non solo, contesto quel tipo di argomentazione per una ragione ancora più seria: mettere in qualche modo sullo stesso piano “noi” e “loro” ha esattamente il valore di una resa al nemico, cioè a chi vorrebbe farci tornare indietro. Se non c’è alcuna differenza sostanziale, infatti, perché dovremmo resistere all’onda islamistica? Se noi non siamo diversi dai barbari di Colonia tanto vale cedere su tutto il fronte. E invece, se vogliamo che a noi non succeda la stessa cosa che è accaduta in Iran e in Afghanistan, e che sta accadendo in Turchia, dobbiamo essere disposti a difendere fino in fondo, senza timidezze, con coraggio e determinazione ciò che siamo, ciò che la nostra storia ha fatto in modo che diventassimo.

Benazir Bhutto assassinata

27 dicembre, 2007 Lascia un commento

Benazir Bhutto, ex primo ministro pakistano e presidente del Pakistan People Party (PPP), è stata assassinata da un kamikaze a Rawalpindi. L’attentato è stato rivendicato da Al Qaeda. Disordini in tutto il Paese.

Categorie:esteri, fondamentalismo

Ayman al-Zawahiri: che gli ha preso?

18 dicembre, 2007 5 commenti

Ayman al-Zawahiri, l’ideologo di al-Qaeda e il vice di Osama bin Laden, è infuriato con il mondo intero (o quasi). Infatti, in una lunga intervista messa su Internet lunedì da al-Sahah, il dipartimento informazioni di al-Qaeda, ha innanzitutto attaccato il re saudita Abdullah e Benedetto XVI, il primo per es­sere andato in udienza dal secondo, il quale è pur sempre «il Papa che ha offeso l’islam», e dunque dovrebbe essere considerato infrequentabile da tutti i buoni musulmani.

Ma un momento prima, nel medesimo video, al-Zawahiri ave­va malmenato gli ule­ma che oggi vietano ai musulmani di com­piere contro gli americani quel jihad che avevano considerato un do­vere, in altri tempi, quando avevano a che fare coi russi.

Nel video, inoltre, ce n’è anche per l’Iran, che sarebbe in combutta con gli Stati Uniti per spartirsi l’Iraq. Per al-Zawahiri, praticamente, le minacce rivolte da Ahmadinejad ad Israele sarebbero «pura propa­ganda». La ciliegina sulla torta, infine, è un attacco ad al-Jazeera, sia pure senza nominare esplicitamente la famosa emittente araba.

Che cosa gli ha preso? Per capire, la cosa migliore è leggere attentamente un paio di articoli pubblicati su Avvenire e sul Messaggero di oggi. Il primo riporta l’opinione di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della San­ta Sede e di monsignor Gian­franco Ravasi, presidente del Pontifi­cio Consiglio per la Cultura. Il secondo l’ha scritto di suo pugno il generale Carlo Jean.

Ecco cosa dice padre Lombardi:

«I contatti di dialogo portati avanti da autorevoli esponenti musulmani co­me il re d’Arabia e i 138 teologi e in­tellettuali islamici sono un fatto significativo per tutto il mondo musulmano. Si trat­ta di voci che vogliono esplicitamen­te impegnarsi per la pace. […] Queste vo­ci hanno una importan­za crescente e questo evidentemente preoccupa chi questo dialogo non vuole».

Ed ecco l’opinione di monsignor Ravasi:

«Che ci siano quelli che vogliono sicu­ramente il duello e lo scontro, noi lo sappiamo ed è una costante: questo at­teggiamento è la via più semplice che vuole evitare qualsiasi incontro, qual­siasi comprensione, qualsiasi forma di umanità. […] D’altra parte bisogna dire che queste persone non rappresentano as­solutamente l’orizzonte intero di mol­ti credenti, anche dell’islam».

Sul Messaggero, invece, Carlo Jean spiega molto bene come si sono messe le cose per “la vera perdente,” vale a dire al-Qaeda, che “non è riuscita a trasformare l’Iraq in un Vietnam, per indurre gli americani al ritiro, lasciando mani libere ai radicali ed aprendo la strada alla loro presa di potere anche in Arabia Saudita.” Non solo, il bilancio in Iraq, dove evidentemente il surge e il nuovo approccio politico del generale Petraeus e dall’ambasciatore Crocker stanno dando ottimi risultati, è semplicemente disastroso (per al-Qaeda, of course):

forte diminuzione del numero delle vittime; deflusso dei jihadisti stranieri; ritorno di rifugiati e sfollati; accordi fra i capi tribù sunniti e gli Usa per la costituzione di reparti per un totale di 65.000 soldati, a cui vanno aggiunti altri 12.000 dei battaglioni tribali di protezione; nuova legge sulla de-baathizzazione, che consentirà il recupero di funzionari preparati; frammentazione del fronte sciita a danno degli elementi filo-iraniani; tentativo di accordo con i sunniti del pittoresco Moqtada al-Sadr, ed altri ancora.

Ma segnali altrettanto negativi per al-Qaeda provengono anche dall’esterno dell’Iraq:

la conferenza di Annapolis, a cui ha partecipato anche la Siria, isolando Iran, Hezbollah e Hamas; migliori rapporti fra gli Usa e l’Iran, consolidati dalla pubblicazione del rapporto Nie, che sdrammatizza la minaccia del nucleare iraniano, aprendo la strada ad accordi fra i due Paesi; invito ad Ahmedinajad da parte del re saudita Abdullah di partecipare alla Hajj, il pellegrinaggio annuale che, dal 18 al 20 dicembre, riunirà oltre due milioni di pellegrini nei Luoghi Santi dell’Islam.

Insomma, non c’è da meravigliarsi che lorsignori siano imbestialiti. E che siano disperatamente alla ricerca di qualche via d’uscita.

Yalla Italia

30 maggio, 2007 Lascia un commento

Ci sono musulmani, italiani di seconda generazione, che scherzano e ridono di se stessi, dei costumi e consuetudini della loro gente, religione inclusa. Questo grazie a un’interessante iniziativa editoriale del settimanale Vita: un inserto mensile completamente autogestito da un gruppo di giovani musulmani milanesi, per lo più studenti universitari, figli di immigrati arabi. Il Giornale ne dà notizia oggi, qualche giorno dopo la conferenza stampa di presentazione. L’inserto si chiama «Yalla Italia» (Vai Italia). Sul sito di Vita si legge che i giovani autori

fanno capo all’esperienza di integrazione avviata negli scorsi anni nelle scuole di Milano dall’equipe del professor Paolo Branca, docente di letteratura araba all’Università Cattolica di Milano. Il primo numero sarà dedicato allo humour e alle vignette nel mondo musulmano.

Il gruppo originario è costituito da circa 200 persone, tra le quali è stata scelta una “squadra” di otto ragazzi con buona predisposizione alla scrittura e alla creatività. A sorpresa c’è una preminenza femminile.
[…]
Coordinatore editoriale del progetto è Martino Pillitteri. Tutti i ragazzi, perfettamente bilingui o trilungui avevano espresso il desiderio di avere uno strumneto sul quale espriemere il loro punto di vista sull’intergrazione. Yalla Italia è quindi il luogo dove loro si raccontano, lanciano un dialogo ai loro coetanei e all’intera società in cui si trovanao a vivere.

Non mi sono ancora procurato il primo numero di Yalla Italia, in edicola da sabato scorso, ma mi ripropometto di rimediare al più presto. Luca Doninelli, sul Giornale, assicura che, a parte l’indubbia validità dell’idea in sé e per sé, la qualità del prodotto è eccellente.

Ecco a voi il ‘perdente radicale’

24 gennaio, 2007 Lascia un commento

Chi è il «perdente radicale»? Diciamo che mentre un perdente qualunque è uno che può accettare il proprio destino e abbandonare il campo, il perdente radicale è uno che si isola, diventa invisibile, tiene a freno la propria delusione, risparmia le forze e aspetta pazientemente che arrivi la sua ora. Giunto il momento, però, egli non si accontenta di chiedere risarcimenti o di prendersi una rivincita, perché il suo vero obiettivo “non è la vittoria ma lo sterminio.” Ricorda qualcuno? Sì, secondo Hans Magnus Enzensberger: Adolf Hitler e, più recentemente, Osama bin Laden e, giù per li rami, un Mohammed Atta qualsiasi.

Enzensberger, per chi vuole documentarsi, ci ha scritto un libro, anzi, un articolo—apparso su Der Spiegel il 7 novembre 2005—che poi è diventato un libro. A dire il vero, al tempo dell’uscita della traduzione in inglese di quell’articolo avevo già scritto qualcosa su WRH. Dunque, l’occasione (o la scusa) per tornare sull’argomento mi è fornita dalla pubblicazione in lingua italiana (segnalata da un generoso editoriale del Foglio di ieri), per i tipi di Einaudi, di un libricino di 100 pagine che molto opportunamente, a mio avviso, ricicla quell’articolo. L’idea di farne un libro, però, è giustamente venuta prima ai compatrioti del noto studioso, ed ecco Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer, Suhrkamp, 2006 (Uomini del terrore. Saggio sul perdente radicale). Proprio l’uscita di Schreckens Männer, tra l’altro, aveva suggerito all’Indipendente di ripubblicare in traduzione italiana un’intervista concessa dall’autore a Die Zeit nell’ottobre 2006. Lettura interessante.

Per tornare al contenuto del libro, va detto che Enzensberger non si è occupato soltanto del perdente radicale come singola persona, al contrario egli è partito da questa figura per approdare all’individuazione di un’intera cultura che si rifà al modello, quella di coloro i quali hanno fatto propria l’“ideologia dell’islamismo,” che è tanto potente quanto pervasiva, e “rappresenta un mezzo ideale per la mobilitazione dei perdenti radicali nella misura in cui riesce ad amalgamare istanze religiose, politiche e sociali.” Non a caso il terrorista islamico, tra tutti i suoi omologhi sparsi per il mondo, è l’unico che agisce su scala globale.

Ad ogni buo conto, il progetto del perdente radicale, come ben si vede in Iraq e in Afghanistan, è piuttosto ambizioso: organizzare il suicidio di un’intera civiltà e promuovere una diffusione illimitata, tra le masse islamiche, di quel “culto della morte” che purtroppo abbiamo tutti imparato a conoscere. Anche se, va detto, secondo Enzemberger le probabilità di riuscire in questo intento sono “trascurabili:” gli attacchi dei terroristi islamici stanno diventando una quotidianità, come gli incidenti stradali, vale a dire qualcosa cui si finisce per fare l’abitudine e con cui bisogna imparare comunque a convivere, anziché eventi in grado di operare, appunto su vastissima scala, una profonda trasformazione delle coscienze.

Il Nostro, ad ogni modo, mette in guardia l’Occidente, soprattutto quella parte di esso (leggi la sinistra massimalista e pacifista) che è più restia a cogliere, in tutta la sua drammaticità, la minaccia rappresentata dal perdente radicale. E lo fa, come giustamente rileva l’editorialista del Foglio, “con un evidente disinteresse per i distinguo politicamente corretti.” Ai primi di dicembre dello scorso anno, Enzensberger si era espresso in questi termini su la Repubblica:

È scomodo pensare che esistano nel mondo conflitti così gravi: c’è la banalità dei benpensanti che non vogliono vedere i conflitti reali e sono convinti che con il dialogo e un po’ di tolleranza si può risolvere tutto. Si gioca troppo con la tolleranza. Chi tollera tutto, sbaglia.

***Tre stelle nel cuore -3

22 dicembre, 2006 Lascia un commento

Prosegue sul Foglio di oggi la meritoria campagna d’informazione e sensibilizzazione sulla sorte degli studenti di Teheran che l’11 dicembre (non il 12, come erroneamente riportato) avevano osato contestare duramente il presidente ultra-conservatore Mahmoud Ahmadinejad. L’articolo—che accenna anche alla manifestazione di protesta di ieri, davanti all’ambasciata della Repubblica Islamica—fa un quadro non proprio incoraggiante per quanto riguarda la repressione che sarebbe in atto nel paese. Di positivo c’è, naturalmente, che stiamo parlando di una situazione in movimento: la rivolta ormai è scoppiata. Tra le notizie sulle iniziative internazionali a favore degli studenti, una curiosità: lo scherzetto da prete—un’autentica nemesi!—che dei giovani danesi hanno fatto ad Ahmadinejad, facendo pubblicare sul Teheran Times un certo messaggio apparentemente elogiativo …

Credo di fare cosa utile alla buona causa di cui si parla riproducendo per intero l’articolo qui di seguito. Sulla stampa internazionale, inoltre, segnalo gli articoli di The Telegraph (già citato qui nei giorni scorsi), The Guardian, The New York Times e della BBC.

In Iran è iniziata la caccia allo studente, dopo le manifestazioni e gli scontri all’Università Amir Kabir di Teheran durante la visita del 12 dicembre di Mahmoud Ahmadinejad. Le milizie del regime dei mullah hanno cominciato a setacciare i dormitori universitari per scovare e arrestare chi ha bruciato ritratti del presidente, chi ha lanciato una scarpa contro di lui e chi ha gridato “morte al tiranno”. Il ventunenne che mostrava un cartello contro il “presidente fascista” è fuggito nella clandestinità dopo essersi scontrato con due vigilantes di quartiere che lo hanno minacciato di “tirare fuori il padre dalla tomba. E’ in grave pericolo”, come ha detto al Guardian uno studente. Alcuni suoi compagni sono scomparsi e si teme siano finiti nella camera della tortura della prigione di Evin. Con le ronde delle milizie bassiji nei campus, altri studenti si preparano alla clandestinità, perché le autorità “reagiranno molto più duramente di prima – ha spiegato uno dei leader, Armin Salmasi – Il movimento studentesco sta per tornare sotterraneo, come prima della rivoluzione”. Ieri sera a Roma, davanti all’ambasciata iraniana, si è tenuta la manifestazione organizzata da molte associazioni giovanili italiane: “Dove sono finiti?”, era lo slogan. Lunedì, trecento esponenti della comunità ebraica britannica e di altre organizzazioni di ragazzi hanno partecipato a una veglia davanti alla sede diplomatica di Teheran a Londra. La comunità ebraica canadese si è riunita ieri a Toronto per “la verità, la luce e la libertà”. Alcuni studenti d’arte danesi burloni hanno comprato una pagina pubblicitaria del Teheran Times, pubblicando – sotto il ritratto di Ahmadinejad – una lista di slogan apparentemente favorevoli al presidente, come “sostenete la sua lotta contro Bush” e “l’Iran ha diritto di produrre energia nucleare”. Scorrendo in verticale le prime lettere di ciascuna frase, gli iraniani hanno potuto leggere: “M-a-i-a-l-e”. “Abbiamo preso in giro Ahmadinejad perché non pensiamo sia molto liberale e sensibile”, ha spiegato Jan Egesborg del gruppo artistico Surrend. I mullah hanno dato inizio all’opera di demonizzazione degli studenti. Il vicepresidente del Parlamento, Mohammad Reza Bahonar, ha accusato i manifestanti di essere “promotori di sesso e alcol”. Le intimidazioni – ha risposto Ali Azizi, vicesegretario dell’assemblea degli studenti della Amir Kabir – non riusciranno “a smorzare la protesta contro il governo e i suoi sostenitori”. Dopo la purga delle università – più di cento professori liberali costretti al pensionamento, 70 studenti sospesi, due arrestati e 181 ammoniti per attività politiche, decine di pubblicazioni e associazioni chiuse – il movimento si è risvegliato dal lungo sonno. Quando il nuovo rettore della Amir Kabir, l’ayatollah Amid Zanjani, ha compiuto la prima visita in facoltà, gli universitari gli hanno strappato il turbante. Il 6 dicembre migliaia di studenti gli hanno ribadito che “questo non è un seminario religioso, ma un’università”. Secondo l’ex leader Alireza Siassirad, “gli studenti sono definitivamente tornati attivi e il segnale è molto pericoloso” per il regime. Le manifestazioni sono pianificate, coordinate e non si limitano alla capitale: lo stesso 12 dicembre, all’Università di Shiraz, gli studenti hanno fischiato e interrotto il ministro dell’Interno, Mostafa Pour Mohammadi, che elogiava la convocazione di cinquanta dei loro da parte dei consigli di disciplina delle milizie. Gli studenti potrebbero catalizzare lo scontento sociale per il regime dei mullah, ma lamentano la poca attenzione della comunità internazionale impegnata – senza risultati – nella questione nucleare. Nel frattempo, i cristiani iraniani subiscono la loro repressione natalizia. Secondo il Comitato di sostegno ai diritti umani in Iran, gli agenti della Vevak – il ministero delle Informazioni e della Sicurezza dei mullah – hanno arrestato numerosi cristiani di Teheran, Karadj e Racht, confiscato libri religiosi e immagini pie e vietato le cerimonie per la natività. L’obiettivo è ottenere l’abiura della fede.

Categorie:esteri, fondamentalismo

***Tre stelle nel cuore – 2

21 dicembre, 2006 2 commenti

manifestazione  a sostegno degli studenti di Teheran

Ancora sull’Iran, ancora sul Foglio, ancora sulla manifestazione pro-studenti di stasera, davanti all’ambasciata iraniana (via Nomentana, angolo via Santa Costanza, Roma, ore 20). Giustamente si fa osservare questa semplice e triste verità:

L’Iran fa paura, ma la paura degli iraniani non fa notizia. Il sismografo dell’indignazione internazionale resta fermo quando si tratta delle tragedie pubbliche e private degli iraniani. In sessanta minuti d’intervista ad Ahmadinejad, Mike Wallace non ha ritenuto opportuno incalzare il presidente sulla repressione nei confronti dei concittadini, lo scorso agosto. Eppure più di 2,5 milioni di iraniani dal ’79 a oggi sono finiti in prigione per reati politici. Molti non ne sono usciti. Sono monarchici, liberali e comunisti, intellettuali, studenti, professori, operai, teologi e mistici sufi. Da giugno nelle università ci sono stati 136 sit-in di protesta contro le epurazioni del regime. Il 12 dicembre un gruppo di studenti del politecnico Amir Kabir ha sfidato il presidente Ahmadinejad.

Un’altra semplice verità: in Iran non protestano solo gli studenti. Infatti:

Poco più di un anno fa uno sciopero dei conducenti d’autobus di Teheran ha paralizzato la capitale: inneggiavano contro l’oppressione. A marzo e a giugno si sono riuniti nei parchi di Teheran gruppi di donne a invocare “azadi”, libertà, inseguite e percosse da vigilantes in borghese che hanno colpito nel mucchio senza fermarsi, neanche dinnanzi all’età avanzata della poetessa Simin Behbehani. Il primo maggio un gruppo di lavoratori iraniani ha ridicolizzato la manifestazione ufficiale. Le voci dei paramilitari bassiji sono state sopraffatte da grida più forti. “Scioperare è un nostro diritto inalienabile”, hanno urlato facendo il verso ai cartelli sull’inalienabile diritto al nucleare. Ad agosto sono insorti gli agricoltori di Amol, a settembre ii minatori e gli
operai dell’industria tessile di Kashan. Sui loro manifesti c’era scritto: “Vergogna! Protestate per i diritti negati dei palestinesi e poi uccidete gli iraniani”.

Certamente, se parecchi laggiù dovrebbero vergognarsi, dalle nostre parti si suppone che debbano fischiare le orecchie a più d’uno. In genere, siamo tanto disamorati del privilegio di vivere in Paesi liberi che il coraggio e l’abnegazione di chi si batte per essere come noi—pur con tutte le nostre imperfezioni—non ci “commuove” minimamente, anzi, ci lascia perfettamente indifferenti, oppure scettici, o annoiati. “In genere,” però, perché qualcuno che nel quadretto non si riconosce, che non ci sta, è rimasto. E presumibilmente sarà sotto l’ambasciata dell’Iran stasera. In persona o in spirito. Le stelle si vedono quando è buio.

Categorie:esteri, fondamentalismo