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Archive for the ‘imperfezionisti’ Category

Cattivi maestri

6 ottobre, 2009 2 commenti
Eugenio Scalfari, uno dei cattivi maestri

Eugenio Scalfari, uno dei cattivi maestri

Che Il Riformista sia uno dei migliori fogli in circolazione—oltre al Foglio per antonomasia, ça va sans direlo so, lo sappiamo da tempo. Che Giampaolo Pansa, a sua volta, sia una delle migliori penne che ci sia dato di leggere oggigiorno è un altro dato di fatto. Ma ciò non toglie che, in quel determinato panorama editoriale (che solo superficialmente qualcuno potrebbe definire “minore”), caratterizzato ovviamente da alti e bassi, ci sia sempre un alto più alto, e che quindi sia d’obbligo citare e incorniciare. La blogosfera serve anche, se non soprattutto, a questo.

E allora ecco l’ultima perla di Giampaolo Pansa, che stavolta si è occupato di “cattivi maestri,” e lo ha fatto da par suo chiamando cose e persone col loro nome e cognome. Sottoscrivo tutto, parola per parola, ma con un’eccezione: quando il Nostro si mostra preoccupato che le cose, da noi, possano finir male, veramente male. Io non ci credo neanche un po’. Perché in questo Paese nessuno crede più a nessuno, quindi né ai (tanti) cattivi maestri né a quelli buoni (pochissimi), e alla fine si bada soltanto ai fatti, nudi e crudi. Potrebbe sembrare un segno di decadenza, e forse lo è, ma di certo è ciò che ci ha salvato quasi sempre, e che penso continuerà a salvarci.

Il Berlusca e il mentecatto


Dove eravamo rimasti? Con i post in italiano, intendo dire…, dall’ultimo essendo passata tanta di quell’acqua sotto i ponti che quasi non riesco a capacitarmi di come abbia potuto lasciar passare tutto questo tempo. Il fatto è che è più difficile di quel che pensassi tenere in piedi un blog bilingue: questione di atteggiamento mentale, di frequentazione e reperimento delle fonti online, di personali idiosincrasie e di chissà quanti altri fattori, circostanze, pulsioni, interessi, ecc.

Ma oggi è la festa della Repubblica. Il momento adatto per una blogosferica rimpatriata, ancorché tardiva, ancorché poco entusiasmante, data la particolarissima congiuntura “politica” (con le virgolette più o meno obbligatorie). Perché è chiaro che qui non si può parlare che del “caso” di cui tutti scrivono—se ne parlano pure non saprei dire, ma ho la sensazione che no, alla gente non gliene possa fregare di meno, con licenza parlando.

E allora, vediamo un po’ come la possiamo mettere. Dunque, ad uno lo stile di vita del Berlusca può piacere o non piacere, e a me personalmente non piace, e questo non da un punto di vista moralistico (come hanno giustamente detto i vescovi: ognuno se la deve vedere con la propria coscienza, punto e basta), bensì da quello del buon gusto, del senso di ciò che opportuno e di ciò che non lo è, ed anche, se posso dirlo, dell’intelligenza. Però la politica è un’altra cosa. Così uno può non essere un “berlusconiano” e ciononostante essere un elettore più o meno senza tante incertezze dell’attuale capo del governo. Si vota innanzitutto una politica, se poi la persona che la incarna ci convince, tanto meglio. Non viceversa. Ma si può star certi che, quanto a persone, se uno stravede per Franceschini o per Di Pietro, beh, allora qualche problema c’è. Quelli come Franceschini possono andare a genio a chi, non avendo mai fatto politica attiva e non sapendo nulla di come funziona, non immagina neppure lontanamente come un politico di professione abbia potuto far carriera: avete idea di quanta “eleganza e nobiltà d’animo” debba essere capace, o più prosaicamente di quanto “pelo sullo stomaco” debba avere solo per diventare assessore di un comune medio-piccolo? E allora, per favore, lasciamo perdere quel piglio di “superiorità morale” … D’altra parte, se uno non è un po’ sospettoso di un capo partito con la passione per il palcoscenico di un Di Pietro, che si vede lontano un miglio che la politica (o quella che a lui sembra tale) era il suo sogno anche quando faceva il pm, Ok, non ci siamo. Non ho nulla da dire a chi tifa per quei due: se li merita, se li goda.

Detto questo, non voglio sfuggire all’aspetto più spinoso della questione: credo che Berlusconi sia innocente, che non sia, cioè, l’uomo descritto dalla moglie (sulla cui buona fede non mi permetto di avanzare dubbi, ma non sono neppure disposto a prender tutto per oro colato). Il ragionamento di Berlusconi, in sostanza, mi sembra convincente oltre ogni ragionevole dubbio: se avessi avuto qualcosa da nascondere non sarei stato così stupido da farmi scoprire. E detto da uno degli uomini più ricchi del mondo, e che per giunta è partito da zero, c’è da credergli.

Certo la Repubblica ha tutto il diritto di fare la sua campagna, più copie vendute non sono bruscolini e il resto sono chiacchiere. Quel che non è accettabile è questa sinistra mentecatta che cerca di cavar fuori qualche vantaggio elettorale dallo scoop di Repubblica. Forse se si preoccupassero di meno della propria presunta (e contestabile, contestabilissima) “superiorità morale” e di più dei più bassi salari d’Europa percepiti dai loro ex elettori operai perderebbero con dignità e con onore le prossime elezioni e quelle successive, e invece perderanno e basta. E meritatamente, sul piano politico—se anche su quello morale, è una questione che, come si è detto, riguarda le coscienze individuali.

Il partito degli ex-onesti sulla via di Canossa

28 dicembre, 2008 Lascia un commento

Ancora una volta Angelo Panebianco ci risparmia la fatica di trovare un senso a ciò che sta succedendo all’interno del Pd, e nella fattispecie in relazione alle note vicende giudiziarie. Infatti basta leggere l’editoriale di oggi sul Corriere per chiarirsi le idee. Una radiografia precisa e impietosa da cui emergono i travagli e le contraddizioni in materia di «giustizialismo» di quella che fu la sinistra non più comunista e che ora, dopo aver inglobato quella che fu la sinistra catto-comunista della Dc (poi scioltasi nella Margherita), si chiama Partito democratico.

Panebianco spiega anche perché, malgrado le “svolte” violantesche e veltroniane, non ci saranno cambiamenti significativi nell’atteggiamento di fondo di quel partito nei confronti della questione giustizia. Alla base, dice il professore, ci sono “tre dogmi” pressoché insuperabili …

A quanto così efficacemente sintetizzato e spiegato non occorre aggiungere nulla. A margine, tuttavia, si potrebbero dire un mucchio di cose, la maggior parte delle quali, però, sarebbero ovvietà e banalità. Ad esempio questa: qualcuno si era illuso, o aveva fatto finta di credere, a aveva fatto di tutto per convincersi e convincere l’opinione pubblica che ci fosse, oppure che fosse concepibile o plausibile un “partito degli onesti,” alleato di ferro di pubblici ministeri sempre e comunque al di sopra di ogni sospetto, paladini del Bene contro il Male. Panebianco attribuisce questa illusione non solo alla dirigenza, ma anche a buona parte dei militanti e degli elettori del Pd, e credo che abbia ragione. Ebbene, la nemesi è qui, sotto gli occhi di tutti: il teorema è saltato, la favola degli “onesti” è finita, così come quella dei pm senza macchia, giacché ora anche gli “ex-onesti”—se mi si passa la licenza poetica—se la prendono con loro, al pari dei “mascalzoni”—altra licenza poetica—di sempre, le cui sfuriate anti-magistratura-politicizzata erano considerate per definizione troppo “interessate” per essere prese sul serio.

E, attenzione, la favola degli onesti non vale più neppure per il partito di Di Pietro, che sembrava il grande beneficiario dello scempio del Pd. Ora, anche lui deve beccarsi la sua parte di insinuazioni e/o insulti (ci ha pensato quel linguacciuto di Gasparri). Con questo non voglio dire che anche l’ex pm è coinvolto nel malaffare, ci mancherebbe, si è garantisti per qualcosa! No, mi limito ad applicare lo schema dipietrino (implicito o esplicito): se sei sospettato, anche solo di striscio, certamente la tua credibilità è intaccata, ergo devi farti da parte, e comunque non costituisci più “l’alternativa” a un sistema di corruzione e malaffare. Questo devono aspettarsi i seguaci di Antonio Di Pietro e i suoi paladini nel mondo dell’informazione-spettacolo, sempre che facessero sul serio e non per finta. Viceversa, anche loro stanno nel mazzo, “come tutti gli altri” (altro schema dipietrino, travagliesco, ecc.).

Tutto questo Panebianco non l’ha detto, e ha fatto bene, perché appunto sono ovvietà, se non banalità, e lui non ci tiene a fare di queste sparate. Mentre qui, su un blog, certe cose si possono anche dire, magari premettendo che, appunto, sono osservazioni scontate, e dunque in qualche misura banali. Il punto, però, è se siamo tutti convinti che questi discorsi siano scontati, che certe cose, al punto a cui siamo arrivati, sono talmente ovvie che non occorra neanche dirle (ma trarne le consuguenze, questo sì, almeno si spera). Qui avrei qualche dubbio: andare a Canossa è uno sport faticoso! Di qui questo post “quasi” banale, di cui chiedo scusa ai lettori più sofisticati ed esigenti.

TocqueVille, per favore …

10 dicembre, 2008 Lascia un commento

Qualche giorno fa c’è stata una discussione interessante (si può far riferimento a questo post) tra bloggers di TocqueVille circa i rapporti tra blogosfera e “casta” (politica e giornalistica, espressamente del centrodestra). Personalmente condivido la pars destruens di entrambi gli interventi.

Ieri Enzo è tornato a parlare di TocqueVille, e non posso che dargli ragione. Il caso in discussione è quello di Rod Blagojevich, governatore democratico dell’Illinois, e quindi in rapporti con Obama, che è stato arrestato in questi giorni. Enzo non ha gradito un certo “giustizialismo” che traspare dalle reazioni in esame. A discarico si potrebbe obiettare che il clima avvelenato che si respira qui da noi rende in qualche modo comprensibile una certa frettolosità, cioè la tendenza ad applicare agli Stati Uniti schemi nostrani (travaglisti e dipietristi, per intendersi).

Quel che conta in questi casi, a mio avviso, è mantenere ferma la barra del timone, e cioè, se si è garantisti, si resti garantisti, a prescindere. Anche se talvolta, almeno nelle faccende “domestiche,” può risultare un esercizio alquanto arduo, direi quasi ascetico. Ma è su queste cose che si rendono palesi le differenze tra riformisti ed estremisti, tra giusti e giustizialisti, in altre parole tra persone per bene e … ci siamo capiti.

Veltroni? Niente da aggiungere

19 novembre, 2008 Lascia un commento

Ne farei volentieri a meno, sono sincero, ma avere un blog politico comporta anche il dovere di occuparsi di questioni e situazioni politicamente sgradevoli, persino tediose, e dei personaggi che ne sono protagonisti (ai quali, pur con tutta la buona volontà, non ci si può riferire in termini più benevoli di quelli impiegati un momento fa). E dunque parliamo delle recenti vicende del Pd e del suo capo. O meglio dell’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di ieri e della risposta di Walter Veltroni su quello di oggi.

Ciò che ha scritto Galli della Loggia a proposito dell’allontanamento del Pd da posizioni riformiste, e del conseguente ri-orientamento su coordinate “agitatorie e radicali tradizionalmente proprie delle forze alla sua sinistra, dai Verdi a Rifondazione” mi sembra talmente giusto, ben detto e meglio argomentato che persino commentare sarebbe superfluo. Si può solo allargare le braccia, mestamente, come si prende atto di un male contro il quale non si intravedono rimedi, e concludere che effettivamente solo “la cultura del riformismo socialista, rifiutando una visione manichea della storia, ha avuto storicamente la possibilità di combattere vere battaglie su due fronti, contro la destra e contro la sinistra radicale (perlopiù comunista), chiamando quest’ultima con il suo nome e accettando la sfida a sinistra.”

Per quanto riguarda la risposta di Veltroni, prendiamo atto mestamente, anche stavolta, della rivendicazione che loro, cioè quelli del Pd, hanno dato vita, al Circo Massimo, “alla più grande manifestazione riformista della storia d’Italia.” Analogamente, leggiamo senza batter batter ciglio che il contrasto col centrodestra “non è solo programmatico, ma anche culturale e ideale.” E magari anche antropologoco, mi permetterei di aggiungere. Cioè: noi, praticamente a prescindere, siamo i migliori. E perché, di grazia? Ma è ovvio: perché scommettiamo “sulle risorse morali, prima ancora che materiali, della società aperta,” di cui sempre noi (loro), naturalmente, siamo gli interpreti unici e autorizzati. Noi, cioè loro, siamo i soli che sanno cosa sia “un mercato regolato,” una “democrazia liberale,” e dunque la “divisione dei poteri e del potere.” Noi, cioè loro, il Pd, infatti, “guardiamo da tempo alla esperienza dei democratici americani e alla straordinaria novità rappresentata da Barack Obama.” Da tempo, sì, praticamente dai tempi di Togliatti, Cossutta, Pajetta, Ingrao …

C’è altro da aggiungere? Beh, ecco, insomma, mica tanto. Facciamo niente, Ok?

A ciascuno il suo (Travaglio quotidiano)

7 novembre, 2008 Lascia un commento

Certo, Christian si difende da sé—dal Travaglio (Marco) Quotidiano—e restituisce con gli interessi, come si conviene. Ma se Luca gli dà una mano, in punta di penna e col bello stile che gli fa onore, la cosa non guasta, benché il parlar sia indarno (a determinate latitudini etico-deontologiche, ove il desso alberga e donde lancia malamente i suoi strali avvelenati). E qui, per certo, si approva e sottoscrive in toto. Amen.

E tre!

13 maggio, 2008 1 commento

Oggi Filippo Facci ha fatto tris su Travaglio Marco. Direi che il quadro, adesso, è piuttosto completo (ma se serve siamo sempre qua, non occorre neanche dirlo). Tra l’altro si riparla di Montanelli, che a quanto pare è diventato un termine di paragone ricorrente—et pour cause!—nelle disamine di Facci. Ovviamente, da non perdere.