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Archive for the ‘informazione’ Category

La Los Angeles liberal come la Roma dei 5 Stelle: ideologia green, incendi, inefficienze e topi

5 novembre, 2019 Lascia un commento

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Oggi su Atlantico (mio pezzo):

Come tutti sanno, la California sta vivendo giorni terribili, con le fiamme che lambiscono sia la Città degli Angeli—la megalopoli grande un po’ meno del Friuli Venezia Giulia e un po’ più della Liguria, ma con una popolazione pari a quella della Lombardia e del Veneto messi insieme—sia San Francisco, la bella e romantica città del Golden Gate Bridge e delle mille colline. Decine di migliaia di persone evacuate, tra cui Arnold Schwarzenegger e la star della Nba, LeBron James, centinaia di migliaia di ettari di terreni agricoli e vigneti distrutti… Un’apocalisse, a meno di un anno da un disastro analogo dal quale il Golden State non si era ancora ripreso. E, come se non bastasse, anche a fronte di previsioni ancor più nefaste, sono arrivati i blackout “intenzionali” (cioè preventivi) di 48 ore per oltre due milioni di californiani in 36 contee (un milione solo nella Bay Area).

Mentre scrivo, un amico di Facebook posta la notizia, diffusa da Usa Today, che The Ronald Reagan Presidential Library, collocata a Simi Valley, nel sud dello stato, si è salvata per un pelo dall’andare in fumo, e questo non grazie all’intervento o alla preveggenza dell’uomo, bensì in ragione di un repentino cambio di direzione del vento, nonché del provvidenziale contributo di un gregge di capre che aveva provveduto ad alleggerire il terreno circostante dall’abbondante vegetazione, creando in tal modo una barriera al fuoco… Insomma, un campionario di notizie allarmanti, sconcertanti, talvolta inimmaginabili, come se non più di quelle che nei mesi scorsi ci raccontavano di una Los Angeles sanctuary city nonché conclamata capitale degli homeless people d’America (che di recente hanno raggiunto il numero record di 59 mila persone), in cui le montagne di rifiuti crescono a vista d’occhio, e con esse il numero dei topi e quel che ne consegue sotto il profilo igienico-sanitario (tifo, peste bubbonica, ecc.)… CONTINUA A LEGGERE

E continuiamo a rimpiangerla…

15 settembre, 2019 Lascia un commento

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“La rimpiangeremo”, questo era il titolo e il succo di un post che scrissi il 15 settembre 2006, giorno della scomparsa di Oriana Fallaci. Tredici anni dopo lo ripubblico cambiando soltanto il titolo.

Quando La rabbia e l’orgoglio uscì sul Corriere, Oriana Fallaci, per me, e ovviamente per un sacco di altra gente, era già una vecchia conoscenza libresca. Non che avessi letto tutto, ma penso che Un uomo e Intervista con la storia possano bastare per farsi un’idea e per apprezzare il giusto. A me bastarono, per cause di forza maggiore (non si può leggere tutto ciò che ci piacerebbe leggere), pur essendomi rimasta dentro la nostalgia delle cose non lette. Ma l’approccio alla vita di Oriana era piuttosto lontano dal mio, tante cose mi dividevano da lei, e dunque quella grande donna (e immensa giornalista, nonché brillante scrittrice) non poteva entrare nel pantheon dei miei eroi intellettuali.

Oggi che molti la piangono (non tutti, non gli estremisti islamici e i “pacifisti” di ogni contrada dell’universo, ad esempio), ovviamente la piango anch’io. O meglio ancora, visto che oltretutto—almeno così mi pare—non si possono versare fiumi di lacrime per la dipartita di persone che non si sono conosciute personalmente, la rimpiango. Penso che soprattutto mancherà a molti, a me certamente, la “scompostezza” del suo grido d’allarme contro ciò che minaccia più seriamente la nostra civiltà un po’ infiacchita, la forza e la passione con cui ha preso in mano il vessillo delle nostre libertà e lo ha sventolato rabbiosamente sotto il naso del nemico (interno ed esterno).

Credo che sarà dura fare a meno di un’atea incallita che, ai primi lugubri squilli di tromba che annunciavano l’imminente Armagheddon—così almeno la vedeva lei—, ha saputo persino rivalutare, con genuina commozione, i cari vecchi rintocchi delle campane, il simbolo acustico di una tradizione cristiana a lei profondamente estranea, e ha cominciato lei stessa a suonarle, quelle campane, come nessuno da qualche secolo in qua, probabilmente, aveva mai osato fare, con la foga non certo di un sagrestano o di un frate buontempone, ma semmai con quella di un monello di strada, o di una partigiana infuriata. In guerra, del resto, tutto fa brodo: se le campane possono svegliare il villaggio dormiente, allora suoniamole, come sappiamo, anche senza grazia, col cuore gonfio di rabbia e di orgoglio. E di amore per il proprio Paese, nonché per un mondo che all’Italia deve qualcosa.

A quello scampanio forsennato molti si sono destati, altri si sono rinfrancati, altri ancora hanno perlomeno cominciato a domandarsi se per caso qualcosa di grave stesse succedendo. Mica è poco. Non fosse altro che per questo Oriana meriterebbe un posto nella Storia. Ma ovviamente c’è molto di più. Ci sono i libri e gli articoli scritti prima dell’11 settembre. Insomma, la rimpiangeremo, chi per una ragione chi per un’altra. E chi per tutte quelle ragioni messe insieme.

Quando il fact-checking è esso stesso fake-news: chi controlla i “controllori”?

23 gennaio, 2019 Lascia un commento

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Il mio pezzo su Atlantico di oggi…

I media americani hanno abbandonato il loro compito primario, che è quello di dare le notizie. Sono passati i tempi in cui si offrivano al lettore le famose 5 W: Who? (Chi?), What? (Che cosa?), When? (Quando?), Where? (Dove?), Why? (Perché?). Oggi bisogna dire alla gente cosa deve pensare, e questo dopo aver accuratamente filtrato le notizie attraverso diversi strati di pregiudizio e di faziosità. L’ultimo espediente che hanno escogitato è il cosiddetto “fact-checking” (letteralmente: controllo/verifica dei fatti), da applicare rigorosamente—e in tempo reale—soltanto al presidente Trump. Quando mai, infatti, si sono visti sui mainstream media dei fact-checking sulle parole di Barack Obama? CONTINUA A LEGGERE

Categorie:america, esteri, informazione, tv

Quando i sondaggi sono invisibili

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Il mio articolo su Atlantico di oggi:

Miti che crollano. Quello di Donald Trump presidente impopolare, impresentabile, detestato come nessuno, è ufficialmente entrato in crisi il 2 aprile scorso, quando Rasmussen ci ha informato che l’indice giornaliero di approvazione del suo operato alla Casa Bianca aveva raggiunto il 50 per cento, per arrivare due giorni dopo al 51 (contro il 48 percento di disapprovazione). Per farsi un’idea, il 4 aprile 2010, al suo secondo anno di mandato, Obama si era fermato al 46 per cento. Senza voler assolutizzare niente – questi indici si alzano e si abbassano, anche sensibilmente, da un giorno all’altro su base costante, tanto che soltanto un paio di giorni dopo l’indice era nuovamente in calo di quattro punti – la soglia simbolica del 50 per cento è importantissima, per non dir nulla dell’impietoso raffronto dal quale un presidente considerato tra i più amati esce fuori malamente.

Gallup, per parte sua, informava negli stessi giorni che sei americani su dieci si dicono convinti che i giovani d’oggi avranno una vita migliore di quella dei loro genitori (nel 2011 erano solo il 44 per cento, un risultato molto distante dal 66 per cento misurato nel febbraio 2008, cioè una manciata di settimane prima della Great Recession)…

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Categorie:america, informazione

Santoro, ovvero l’insostenibile leggerezza dei ‘fatti’

18 dicembre, 2009 4 commenti

Oggi ho letto una cosa importante, un’altra l’ho sentita. La prima la si deve alla penna di Antonio Polito, il direttore del Riformista che si è rifiutato di andare ad Anno Zero per via della “presenza in quel programma di Marco Travaglio.” Approvo cordialmente e lascio alla lettura diretta: niente da aggiungere. La seconda la si deve alla lingua di Michele Santoro, che ha tenuto per il suo pubblico una piccola lezione (al contrario) di giornalismo.  Ha detto, tra l’altro, una cosa piccola piccola, ma storica: noi giornalisti dobbiamo render conto, col nostro lavoro, dei “fatti.” Ma, attenzione, un fatto, secondo lui, è anche quel che ha detto il pentito Spatuzza su Berlusconi. Non so se nel corso della trasmissione qualcuno abbia fatto notare a Santoro una “lieve” imprecisione (dopo meno di mezz’ora ho spento la tv, ma finché ho ascoltato nessuno ha rilevato nulla), e dunque nel dubbio me ne incarico io. Quel che dice Spatuzza non è un fatto, è solo quel che dice lui (quello che secondo lui sarebbe tale, cioè un fatto, cioè la verità), semmai un fatto è che Spatuzza dica quel che dice (il che non implica che quel che dice sia un fatto, ma appunto solo che ci troviamo di frontre al fatto che Spatuzza dica quel che dice). Insomma, è più difficile da spiegare che da capire, ma la differenza tra un fatto e quel che qualcuno afferma essere tale è la differenza tra un serio professionista dell’informazione e uno la cui professione, nella migliore delle ipotesi, è quella del gioco delle tre carte. Una lezione memorabile, persino “sublime” nella sua perfezione stilistica ed essenzialità.

Categorie:informazione, interni

Se ognuno di noi facesse come Walter Tobagi

3 novembre, 2009 Lascia un commento

Walter TobagiAncora un editoriale da incorniciare del Corriere della Sera, di quel Ferruccio De Bortoli che da un po’ di tempo sta facendo ciò che i direttori di importanti giornali (ma anche i capi-partito e in generale coloro che svolgono ruoli di grande rilievo in una nazione civile) dovrebbero fare d’abitudine e quasi come un riflesso condizionato: dare l’esempio di cosa significa essere “classe dirigente,” essere testimoni di quell’alto senso di responsabilità senza del quale nulla di buono, chi guida e ispira l’azione di altri uomini e donne, è in grado di lasciare ai posteri. Diciamo la verità: ce n’eravamo dimenticati, ci stavamo rassegnando alla mediocrità elevata a necessità e virtù, allo spirito di fazione spinto oltre ogni limite di decenza e buon senso, al disgusto per la “cosa pubblica” come normalità e sistema di vita, ed ora ci si sorprende nel riascoltare parole, accenti, toni cui ci eravamo completamente disabituati (che tristezza!).  

A rendere ancor più toccante l’editoriale di De Bortoli c’è il riferimento al libro appena uscito della figlia di Walter Tobagi, Benedetta.

S’intitola: «Come mi batte forte il tuo cuore» (Mondadori). Lo anticipiamo oggi su queste colonne. Quando Tobagi fu ucciso, per il coraggio dei suoi scritti a difesa della legalità e dei valori per i quali viviamo, Benedetta aveva appena tre anni. Non l’ha di fatto conosciuto, il padre. Ma lo ha incontrato di nuovo scrivendone la storia. Ha scoperto tutta la sua profondità umana e professionale, la forza del suo pensiero libero, il significato dell’esempio, l’attaccamento alla famiglia, l’etica personale che dovrebbe guidare ogni nostro gesto quotidiano. Se ognuno di noi svolgesse fino in fondo, come hanno fatto Walter e tanti altri come lui, il proprio dovere, questa società sarebbe più giusta, meno egoista, avrebbe più rispetto di sé e dei propri figli.

Già, “se ognuno di noi svolgesse fino in fondo il proprio dovere” … Sarà la rabbia che ogni volta che ripenso a Walter—ricordi personali di qualche piccolo contributo a mantenere vivo il suo ricordo e la sua eredità morale e civile—e a quanto questo Paese (e spesso anche lo stesso Corriere, in cui lui lavorava) non sia stato capace di capire e di onorare come meritava quel grande e generoso italiano, sarà questo, ma De Bortoli mi ha commosso, non mi vergogno di dirlo, e gli sono  grato.

Abbiamo bisogno anche e soprattutto di questo, oggi: di parlare al cuore di chi  ancora  ne ha uno, sepolto sotto tonnellate di chiacchiere, gossip e insulti. Con o senza il permesso di una classe dirigente che tale non è e mai lo sarà, se non nella tragicomica finzione scenica che viene rappresentata ogni giorno che Dio manda in terra.

Categorie:informazione, interni

Conosci Antonio Di Pietro?

18 ottobre, 2009 Lascia un commento

Filippo Facci: Di Pietro. La storia vera

Filippo Facci: Di Pietro. La storia vera

Che uno possa avere o non avere stima per Antonio Di Pietro—come politico, come persona o come vi pare—ha un’importanza piuttosto relativa, come l’eventualità che, nel genere, si possa preferire Beppe Grillo, pur non avendo in grandissima considerazione neppure quest’ultimo. Ma che ci sia offerta la possibilità di conoscere meglio la storia e la personalità dell’ex pm nonché leader politico, attraverso la pubblicazione di un libro di 528 pagine, scritto da un giornalista dalla penna tagliente e dallo stile accattivante, quale sicuramente è Filippo Facci, recentemente cacciato (per incompatibilità di carattere) dal Giornale feltriano e felicemente approdato a Libero, è in sé e per sé un evento non da poco e, forse, un’occasione da non perdere. Tuttavia, non amando il genere letterario in questione, non parlo per me, bensì per coloro i quali sono più portati per quel tipo di passatempo che consiste nell’occuparsi degli affari altrui rovistando un po’ dappertutto con insaziabile curiosità e pazienza certosina, se così posso esprimermi (e se i Certosini non si offendono, beninteso).

Comunque, ad accrescere la curiosità ed invogliare il potenziale utente finale, c’è una sintetica recensione del Foglio, di cui riporto una significativa porzione:

Tanto è stato scritto sull’ex pm simbolo di Mani pulite, l’autore ha il pregio, meritevole o no, di conoscerlo da parecchio tempo e di averne seguito le trasformazioni costanti. Le biografie ufficiali, tutte rinnegate, non competono per chiarezza e precisione: quella di Facci ha il tono della stesura definitiva.

Ma un appuntamento davvero impedibile—per tutti e (quasi) senza eccezione—è quello offerto da tre pubblicazioni di immediata e gratuita consultazione, vale a dire tre ponderosi estratti di quel ponderosissimo libro. Il protagonista non ne esce neppure troppo male, almeno se si dà retta a un giudizio come questo (forse a doppio taglio, o forse no, giudicate voi):

Non gli importa di porsi come una parte giuridica contrapposta a un’altra, ma come il sacerdote della verità: questo in tutti i mestieri che ha fatto in vita sua. Suo obiettivo non è tendersi come un nobile soccorritore di amici o dignitoso limitatore di danni, ma come paladino vincente del giusto contro lo sbagliato.

Categorie:informazione, interni

Grande De Bortoli

10 ottobre, 2009 Lascia un commento
Ferruccio De Bortoli

Ferruccio De Bortoli

Ehi, accidenti se Camillo ha ragione quando dice che è “bellissimo e condivisibilissimo” l’articolo del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. “Apparentemente è un editoriale contro Berlusconi, ma il vero obiettivo–riga dopo riga–è il direttore di Repubblica e le panzane sulla libertà di stampa.”

Ho appena finito di leggerlo è sono ancora qui a stropicciarmi gli occhi. Camillo non lo linka perché non lo trova “sull’intricato sito del Corriere,” e in effetti non c’è, o almeno non nell’edizione free,  ma per fortuna c’è la rassegna stampa della Camera dei Deputati. Non perdetelo.

Categorie:informazione, interni

Cattivi maestri

6 ottobre, 2009 2 commenti
Eugenio Scalfari, uno dei cattivi maestri

Eugenio Scalfari, uno dei cattivi maestri

Che Il Riformista sia uno dei migliori fogli in circolazione—oltre al Foglio per antonomasia, ça va sans direlo so, lo sappiamo da tempo. Che Giampaolo Pansa, a sua volta, sia una delle migliori penne che ci sia dato di leggere oggigiorno è un altro dato di fatto. Ma ciò non toglie che, in quel determinato panorama editoriale (che solo superficialmente qualcuno potrebbe definire “minore”), caratterizzato ovviamente da alti e bassi, ci sia sempre un alto più alto, e che quindi sia d’obbligo citare e incorniciare. La blogosfera serve anche, se non soprattutto, a questo.

E allora ecco l’ultima perla di Giampaolo Pansa, che stavolta si è occupato di “cattivi maestri,” e lo ha fatto da par suo chiamando cose e persone col loro nome e cognome. Sottoscrivo tutto, parola per parola, ma con un’eccezione: quando il Nostro si mostra preoccupato che le cose, da noi, possano finir male, veramente male. Io non ci credo neanche un po’. Perché in questo Paese nessuno crede più a nessuno, quindi né ai (tanti) cattivi maestri né a quelli buoni (pochissimi), e alla fine si bada soltanto ai fatti, nudi e crudi. Potrebbe sembrare un segno di decadenza, e forse lo è, ma di certo è ciò che ci ha salvato quasi sempre, e che penso continuerà a salvarci.

La fuga di Giuliano Ferrara

28 settembre, 2009 Lascia un commento

Da quel che si evince dagli ultimi editoriali la domanda sorge spontanea: Giuliano Ferrara è insoddisfatto della politica nazionale? A chiederglielo direttamente e senza tanti giri di parole è Massimo Bordin nel corso del colloquio con Marco Pannella svoltosi non molte ore fa a Radio Radicale. Il video della lunga chiacchierata—interessantissima, a mio modesto avviso—è consultabile  qui.

Dunque, insoddisfatto? Macché, la sua è proprio una fuga, perché, dice, “io non sono così combattente come Pannella. Non sono così forte, robusto. Io provo noia, noia profonda. Tra l’altro la noia è una categoria anche della teologia di Ratzinger.” E Pannella: “E’ una categoria camusiana, anche.”

E poi ancora: “Non ce l’ho con Berlusconi per la sua vita licenziosa, anzi gli auguro di potere ancora per tanti e tanti anni divertirsi, e gli auguro anche di fare quelle cose non così brutte. Quello che non capisco è perché noi dobbiamo stare qui inchiodati a questa miseria: battaglie sulla libertà di stampa che partono da storie senza senso. Vorrei veramente che si discutesse di cose non serie – perché io non sono serioso – anche di cose futili, curiose, eccentriche, perché noi siamo un paese anomalo finché c’è Berlusconi”; “non ho fregole moralistiche o politicistiche, però vorrei ci fosse la ciccia”. E Pannella: “Non c’è trippa per i gatti, se sono gatti interessati a vivere decentemente.”

Subito dopo Ferrara aggiunge: “Perché dobbiamo avere questa routine? Perché dobbiamo sempre assistere a film già visti? […] Adesso Berlusconi torna dall’America. Benissimo, si rimetta a lavorare. Che facciamo, continuiamo con gli ozi di Capua? Faccia una cosa seria che riguarda la destinazione delle risorse, il bilancio dello Stato, risvegli il Parlamento. […] Berlusconi ha vinto tutto quello che si poteva vincere, dai quattrini al consenso politico; ha conosciuto il dolore come pochi, perché è stato buttato all’opposizione. Ha vinto, ha vinto, ha vinto e ha stravinto. Allora è naturale che a 73 anni l’unica cosa che gli resta da fare è convincere, essere persona che lascia un senso riformatore in questo Paese”. E Pannella: “Io sono convinto che lui non è all’altezza di questa situazione immensa che gli si è creata. Quindi noi come radicali poniamo il problema: a questo punto dobbiamo chiudere il sessantennio partitocratico, fare la follia di dire: vogliamo chiuderlo, costituire il progetto e il governo della rivoluzione liberale.”

Questi sono soltanto alcuni dei passaggi cruciali del colloquio, di cui esiste anche la trascrizione, a destra del video.

Mi sembra valga la pena di un po’ del vostro tempo. E quanto alla fuga, alla noia e compagnia bella, vi consolerete al pensiero di non essere soli a questo mondo, nel caso. O almeno parlo per me. Voi fate un po’ come vi pare. Buon ascolto.

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