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Archive for the ‘luoghi’ Category

L’azzurra lontananza

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Due paginette alle quali sono molto affezionato. Non ricordo quando fu la prima volta che le lessi, ma certo si trattava di un’altra vita, anche se era la mia, molte, molte lune or sono, perché anche un Highlander invecchia quando decide di aver visto, sopportato abbastanza. Ma per forza, quando un mattino vedi certe nuvole, con il caldo che incombe, eppure l’aria è fresca,  e ti ricordi di quando eri da qualche parte in Olanda o nel nord della Francia, e vagavi senza una meta precisa che non fosse l’andare in giro a caso, una mattina, l’unica certezza era che ti eri lasciato alle spalle le calure del sud Europa, tu che saresti nato per altre latitudini e invece no, sei condannato al sud, ma appena puoi fuggi via… per me l’azzurra lontananza è sempre stato il nord, oltre le Alpi, oltre i confini della  terra dove il sì suona, e sempre per ritornare. L’andare senza sapere dove, purché dove le notti sono fresche e i cieli attraversati da nuvole veloci. I cieli d’Inghilterra, l’amata, le nuvole che corrono sulla testa come aquiloni, le verdi colline d’Irlanda e la Scozia dove il sole sembra non tramontare mai. E ogni volta che ci pensi ti ricordi di quel signore col cane e la pipa in bocca a cui chiedesti la strada: due zampe sul finestrino del camper e la sensazione di aver colto l’essenza di quel mondo, in un istante, e per sempre, scrivete pure libri, io l’ho vista e capita la Scozia… e la Francia dei croissants all’ombra delle cattedrali alle 7 del mattino, l’Olanda dei panini con l’aringa cruda e la Amsterdam e l’Edimburgo degli artisti di strada durante il Festival, il Portogallo dei mosaici e la Spagna del caldo, e l’Austria dei laghi e delle montagne, e la Stoccolma delle acque fredde sotto il sole di luglio, e la Parigi dei tuoi vent’anni, i tetti, i ponti e la Rive Gauche, e la vecchia osteria di Chartres che non esiste più… Ho sempre cercato qualcosa che non sapevo cosa, e quel che più conta l’ho sempre trovato proprio perché non me l’aspettavo.  E l’Italia, svegliarsi sotto il duomo di Orvieto  dopo un viaggio fino a notte fonda e una dormita in macchina, e lo stesso in Assisi o Gubbio, o le Cinque Terre, o Amburgo con quel cielo stellato alle tre di notte che neanche in cima all’Himalaya, o Las Vegas, o meglio ancora New Orleans o il Parco di Yosemite alle sei del mattino  e la Death Valley sotto il solleone. Dio, quanti luoghi, quanti mondi! Quel che vorrei dire alle amiche e agli amici più giovani è: non fatevi fregare dalle carriere e ambizioni, prendete il vostro tempo e andate, senza meta, verso il fresco o verso il caldo se vi piace, ma andate, non perdete l’attimo fuggente, l’istante in cui sapete di aver vissuto, di aver posseduto la terra e quanto essa contiene in barba ai potenti di questo mondo che potenti non sono affatto, di aver colto il fiore di quell’azzurra lontananza che è la sola cosa che conta.

Negli anni della mia prima giovinezza ho sostato spesso, solo, sulle alte montagne e il mio occhio indugiava a lungo nella lontananza, nella vaporosa foschia trasfigurante delle ultime delicate alture, dietro alle quali il mondo affondava in un’infinita azzurra bellezza. Tutto l’amore della mia fresca anima bramosa confluiva in una grande nostalgia e si mutava in lacrima, mentre l’occhio beveva con sguardo ammaliato la soavità del lontano azzurro. La vicinanza delle cose patrie mi pareva fredda, dura e chiara, senza alito e mistero; al di là, invece, tutto era accordato sui toni soavi, traboccante di melodia, di enigma e di seduzione.

Da allora sono diventato viandante e ho sostato su tutte quelle lontane alture vaporose. Erano fredde, dure e chiare, ma al di là, all’orizzonte c’era un’altra lontananza beatamente azzurra, dissolta nel presentimento, ancora più nobile e dispensatrice di nuova nostalgia.

A volte continuavo a vederla coi suoi allettamenti. Non mi opponevo al suo fascino, ero a mio agio in lei e straniero sulle alture della vicinanza e del presente. E ora questo io chiamo felicità: tendersi in avanti, scorgere distese d’azzurro nella lontananza serale e dimenticare per alcune ore la fredda prossimità. Per me felicità è ora, diversa dunque da come la mia giovinezza intendeva, una sensazione imprecisa di calma e di solitudine, bella e tuttavia non gioiosa.

Dalla mia calma felicità ermetica ho appreso la saggezza di lasciare a tutto l’alone di ciò che è lontano, di non spostare nulla nella fredda, crudele luce della vicinanza quotidiana e sfiorare ogni cosa, quasi fosse dorata, con gesto leggero delicato, riguardoso, riverente.

Nessuna gemma neppure la più preziosa è così indiscutibilmente bella, che l’abitudine e il disamore non le possano sottrarre il fascino del pregio.. Perciò mi pare auspicabile l’arte di donare la devozione e l’amore che noi amiamo serbare alle bellezze lontane e sfuggenti, anche alle vicine e abituali. Senza per questo reputare meno santi il sole del mattino e le stelle eterne, possiamo nondimeno prestare un delicato profumo e un fulgore anche alle cose che ci sono più prossime e che paiono più piccole proprio risparmiandole, sfiorandole lievemente e non togliendo loro quel tanto di poesia che pure possiede tutto l’esistente.  Ciò che si gode con rozzezza acquista poi un sapore amaro e degrada. Ciò che invece godiamo da stranieri invitati alla mensa altrui serba valore e ci nobilita.

E’ un’arte questa che non si apprende in nessun’altra scuola se non in quella della rinunzia. Nel tuo paese non sei contento? Ne conosci altri più belli, più ricchi e più caldi? Allora viaggia inseguendo la tua nostalgia. Tu andrai in altri paesi che sono più belli e solatii. Il cuore ti si gonfierà, cieli più miti sovrasteranno la tua nuova felicità. Sarà il tuo paradiso, ma aspetta a lodarlo! Aspetta pochi anni, varca di poco la soglia della prima gioia e della prima giovinezza! E verrà il tempo in cui tu salirai sui monti per cercare da lassù quel punto nel cielo sotto cui giace la tua vecchia patria! Com’erano morbide e verdi le sue alture! E saprai e sentirai che là c’è sempre la casa con il giardino dei tuoi primi giochi infantili, tutti i ricordi sacri della tua gioventù stanno là sognando, e là c’è la tomba di tua madre.

Così, involontariamente, la vecchia patria è divenuta per te cara e lontana, forestiera la nuova e troppo vicina. Lo stesso accade per ogni possesso e per tutte le assuefazioni della nostra povera vita inquieta.

~ Hermann Hesse

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Il diavolo in convento

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Segnalo molto volentieri un interessante articolo di Sandro Magister sul suo blog presso il sito del settimanale L’Espresso: “Il diavolo in convento. Una memoria inedita del Sessantotto cattolico”. L’argomento sono le strane circostanze messe ora per la prima volta per iscritto dal monaco benedettino camaldolese Guido Innocenzo Gargano, apprezzato maestro spirituale e grande studioso della Bibbia e dei Padri della Chiesa, già priore a Roma di San Gregorio al Celio, il monastero fondato da papa Gregorio Magno.

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George Harrison e Ravi Shankar

Alcune delle persone citate, compreso don Innocenzo Gargano, le ho conosciute di persona, così come sono stato un frequente visitatore ed ospite del luogo in cui si svolgono i fatti, il magnifico Monastero di Camaldoli. Il tutto, però, a partire da alcuni anni dopo il mitico ‘68. Queste mie frequentazioni mi offrono, tra l’altro, l’opporunità di aggiungere un aneddoto personale, a modesto completamento dell’articolo medesimo. Eccolo.

Tra i novizi ce n’era uno che, al tempo, per noi studenti e “intellettuali” cattolici frequentatori di “settimane bibliche”, rappresentava anche iconograficamente lo Zeitgeist: lunga barba nera, capelli alla Nazarena, sguardo e postura ieratici, con la caratteristica fissità degli habitués della meditazione yoga. Ovviamente era reduce da un lungo soggiorno in India, praticamente il sogno di molti della mia generazione… A proposito: era George Harrison spiccicato, quello “indiano”, allievo di Ravi Shankar e sperimentatore di esperienze mistiche di vario tipo. Insomma, un misto di Jack Kerouac ed Hermann Hesse, a cavallo tra On the Road e Big Sur da una parte e Siddharta e Viaggio in India dall’altra. Altri tempi, un altro mondo. Bene, una volta lo incrociai casualmente in Prato della Valle, a Padova. Era in abiti civili, in compagnia di alcuni amici e amiche dello stesso stampo alternativo. Gli andai incontro, un po’ sorpreso: “Scusa, ma non sei Carlo, di Camaldoli?” “Sì”, mi rispose, sorpreso della mia sorpresa. Scambiammo due-parole-due e ci salutammo, senza che avessi azzardato la domanda che avevo sulla punta della lingua. Un paio d’anni dopo, don Franco Mosconi (se non ricordo male) mi disse che Carlo non era più a Camaldoli: era stato cacciato dopo che lo avevano colto sul fatto in Marocco insieme ad altri italiani che…  viaggiavano su un’automobile carica di marijuana e hashish. Al tempo ci rimasi male. Oggi ci riderei sopra.

Taj Mahal

Per Rabindranath Tagore la sua forma era “una lacrima sul volto del tempo.” Purtroppo il Taj Mahal manca alla mia personale esperienza diretta, e se ha ragione Bill Clinton, secondo il quale “il mondo si divide tra quelli che hanno visto il Taj Mahal e quelli che non l’hanno visto,” io devo incartarmela e rassegnarmi a collocarmi tra coloro i quali, nella divisione tra gli umani, hanno decisamente e chiaramente qualcosa in meno.

Fortunatamente, su la Repubblica di ieri, Federico Rampini ha concesso ai suddetti un surrogato di visita che, potenza della parola, riesce comunque a dare l’idea di qualcosa di veramente sublime. Peccato che, a quanto mi consta, quelle due pagine di (grande) corrispondenza da Agra non siano on-line.

Rampini, ad ogni buon conto, ci informa sullo stato di salute del celeberrimo mausoleo, quasi a sottolineare che c’è sempre tempo:

Eppure resiste, in uno stato di salute stupefacente, per ricordare che in India i miracoli sono possibili. Il più importante è di quattro secoli fa, un girello dell’arte di tutti i tempi nato dall’amore fra un uomo e una donna, e dall’incantevole unione tra la civiltà indiana e l’Islam.

Per il momento, mi limito a trascrivere altre due citazioni riportate nell’articolo:

“E’ l’incarnazione di tutto ciò che è puro, santo e infelice. E’ il cancello d’avorio sotto il quale passano i sogni.”
—Rudyard Kipling

“Il Taj Mahal è, ben oltre il potere delle parole per descriverlo, una cosa adorabile, forse la più adorabile di tutte le cose.”
—Salman Rushdie

Chiantishire

Resoconto sintetico in due puntate—di cui questa è la prima—di un lungo week-end nella patria del Chianti e del Brunello. Non tanto per disintossicarmi dagli argomenti di cui si occupa questo blog—anche se ogni tanto ce n’è bisogno—quanto per puro e semplice altruismo. Nel senso che anche soltanto la condivisione virtuale di una bella esperienza è di per sé un gesto nobile. Ma certamente, qualora l’effetto del post dovesse essere quello di indurre chi ancora non c’è stato ad andarci al più presto, avrei fatto davvero un grande favore ai lettori di questo blog. Le foto che vedete sono mie, e ovviamente non sono un granché (il fotografo è scarsetto, ahimè).

Greve in Chianti, Piazza e monumento a Verrazzano

La prima tappa è stata Greve in Chianti, considerata la capitale del Chiantishire. Il paese, reso un po’ snob dalla fama che gli inglesi le hanno procurato, ha un aspetto gradevolissimo, particolarmente la piazza, dove campeggia il monumento al grande esploratore Giovanni da Verrazzano, nato verso la fine del XV secolo in un castello nei dintorni. Ma è il paesaggio—nel quale includo le pietre di cui son fatte tutte le case da quelle parti—la cosa più notevole: dolci colline, vigneti, ulivi e boschi. Un cocktail eccezionale, che soprattutto in primavera si arricchisce dei profumi emanati da una natura che è stata certamente molto generosa. Il tutto è compendiato ovviamente nel Chianti.

MontefioralleDevo anche dire che ho avuto la fortuna di essere in loco l’ultimo week-end di aprile, cioè le due magiche giornate in cui a Montefioralle, cioè un paio di chilometri più su, si degustano i “Vini del Castello.” Una rassegna favolosa, cui presentarsi possibilmente non a stomaco vuoto … Tra i vicoli e le scalinate dell’antico borgo, in mezzo a quelle pietre che parlano, si possono assaggiare i vini di tredici aziende locali, nella molteplicità in cui si esprime l’unità sostanziale del grandissimo vino che qui è l’onnipresente e incontrastato signore.

Castellina in Chianti

La seconda tappa è stata Castellina in Chianti, già in provincia di Siena. Anch’essa di bell’aspetto, ma meno glamour di Greve, pur con le sue belle case di pietra, per lo più restaurate in maniera impeccabile, e con il bel paesaggio circostante. E naturalmente ottimo vino (ma qui, purtroppo, niente assaggi gratuiti, solo a pagamento).

Infine Monteriggioni (vedi foto panoramica nel sito del comune), un magnifico borgo medievale circondato da mura (citate da Dante nel XXXI canto dell’Inferno), con quattordici torri fortificate. Ottimamente restaurato, il borgo, oltre che per le mura, si segnala per la Pieve di Santa Maria Assunta (sec. XIII). Anche qui si può apprezzare l’ottima produzione locale di Chianti, purché non vi si arrivi di prima mattina e non ci sia da rimettersi in strada subito dopo (mi raccomando …).

In un prossimo post il paradiso dei cultori del Brunello, ma anche delle abbazie medievali.

Categorie:luoghi

Monte Sant’Angelo

11 novembre, 2006 1 commento

Monte Sant’Angelo, sul Gargano, provincia di Foggia, a 850 metri sul livello del mare. Ci sono stato qualche anno fa e ne conservo un ricordo indelebile. Il contesto naturale è semplicemente stupendo. La città è cresciuta intorno al celebre Santuario di San Michele—sorto tra la fine del V e l’inizio del VI secolo—e conserva miracolosamente un aspetto antico e severo, intriso di spiritualità e di storia, di devozione e di mistero. Se non è cambiata nel frattempo, fate conto che il tempo (il “progresso”), da quelle parti, non abbia provocato i danni che sono visibilissimi in una quantità di luoghi sacri e profani di mezzo mondo.

La “Celeste Basilica” sorge nel luogo indicato, secondo la tradizione, dallo stesso Arcangelo: una grotta. E’ l’unico luogo di culto della cristianità non consacrato da mano umana, in quanto alla consacrazione ha provveduto lo stesso Titolare … Sono passati di lì papi, re, imperatori e santi. Tra questi ultimi San Francesco, nel 1226. Ma non volle entrare nella Grotta, ritenendosi indegno, e pertanto si fermò sulla soglia, baciò la terra e incise su una pietra il segno di croce in forma di Tau.

Se questo post vi ha incuriosito date una letta alla Guida illustrata—succinta ma molto ben documentata—che ha scritto il Padre Ladislao, della Congregatio Sancti Michaelis Archangeli, cioè la congregazione di religiosi che dal 13 luglio 1996 ha assunto ufficialmente la cura pastorale del Santuario. Altre belle immagini le potete ammirare nel sito del Comune.

Se non siete ancora stati a Monte Sant’Angelo, sappiate che avete perso qualcosa. Che siate credenti o meno. Oggi, festa di San Michele,* volevo giusto farvelo sapere.

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*Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 29 settembre 2005

Categorie:luoghi, religione

Venezia? "Tu ne stupisci …"

5 novembre, 2006 6 commenti

Personalmente, sul piano intellettuale, ho grande stima del sindaco filosofo di Venezia, Massimo Cacciari. Sul piano politico penso che abbia avuto parecchie buone ispirazioni e che, comunque, se lui fosse “rappresentativo” della sinistra italiana, non sarebbe certo una disgrazia, tutt’altro. Dal punto di vista amministrativo non saprei, non vivendo a Venezia e non essendo incline a basarmi sul sentito dire per farmi delle opinioni. Premesso questo, come tanti, sono perplesso sulla propensione manifestata dal sindaco a fermare i lavori del Mose per valutare soluzioni diverse.

Sul Gazzettino di oggi c’è una lettera del governatore del Veneto, che polemizza duramente con Cacciari, ma si lascia andare anche a reminiscenze letterarie di tutto rispetto, come questa citazione petrarchesca:

«Tu ne stupisci, e chiedi come ciò sia possibile nel grande e davvero incomparabile splendore di questa vastissima città.»

La lettera si conclude con un’altra citazione, stavolta più prosaica, ma non per questo meno degna di attenzione: l’ultimo numero del Giornale dell’Arte. Eccola qua:

Mose o non Mose? Questa è la polemica che da vent’anni ha messo quasi in stallo la politica per la salvaguardia di Venezia. Gli scienziati, però, si sono quasi tutti schierati per un sistema di dighe mobili; lo sappiamo perché nel 2003 nell’Università di Cambridge ci fu un convegno di tre giorni, frutto di due anni di studio, finanziati dal Venice in Peril Fund, che esaminò tutte le ricerche condotte dal 1966 sull’alluvione di Venezia, le sue cause e le possibili cure. Un convegno serio, dunque, a cui parteciparono 130 scienziati tra Italia, Paesi Bassi, San Pietroburgo, Boston, Londra, New Orleans e altrove. Nessuno di loro pensava che Venezia potesse essere protetta senza le dighe.

Ora, visto che dopo tutto non si tratta di scegliere tra Giancarlo Galan e Massimo Cacciari, ma tra due “filosofie amministrative,” io non ho alcuna difficoltà ad accogliere quella che vorrebbe far proseguire i lavori, che poi è anche l’idea di dello storico Gherardo Ortalli e dell’economista bocconiano Francesco Giavazzi. Raccomanderei, a tal riguardo, la lettura dell’editoriale pubblicato sul Corriere di ieri, a firma di Giavazzi appunto, il quale cita abbondantemente Ortalli per stigmatizzare l’orientamento del sindaco Cacciari. Ecco un passaggio dell’editoriale che mi sento di sottoscrivere parola per parola:

Massimo Cacciari è troppo intelligente per non capire ciò che aveva intuito già trent’anni fa Bruno Visentini: il problema di Venezia è politico, non di ingegneria idraulica; quello che manca alla città non sono le opzioni tecniche per salvarla dal mare bensì la capacità di decidere. Il giorno dell’alluvione a Venezia vivevano 130 mila persone, oggi sono meno della metà: ma non eleggono loro il sindaco perché i cittadini di Mestre (la terraferma del Comune) sono tre volte più numerosi. Costoro hanno interessi diversi dalla salvaguardia della città: Venezia affondi pure, purché prima di affondare faccia affluire alle casse del Comune ancora un po’ di denaro pubblico. Per questo motivo Visentini propose un referendum per dividere Mestre da Venezia, ma la separazione non ha evidentemente alcuna possibilità di passare. Una democrazia bloccata. Fra trenta, quarant’anni è matematicamente certo che a Venezia non abiterà più nessuno: rimarranno solo i turisti e i venditori che dalla terraferma giungono in città con il loro ciarpame per raccogliere un po’ della rendita prodotta dal turismo a buon mercato.

Ma il j’accuse dell’editorialista del Corriere non si limita alle questioni di ingegneria idraulica, che poi non sono neanche quelle fondamentali, come si è visto. Ci sono, ad esempio, dei problemini che uno magari non ci pensa, e invece sono serissimi, vale a dire—con rispetto parlando—il guano dei piccioni, le pantegane e la spazzatura. Infine c’è anche la pars construens del ragionamento: una proposta-provocazione del britannico The Observer, che chiama in causa nientemeno che la Walt Disney Corporation, e un’idea niente male un tantino “più europea.” Al posto del sindaco filosofo ci farei un pensierino. E in ogni caso mi associo all’appello di Giavazzi:

Non più un soldo pubblico senza un progetto. Perché se il progetto è solo il turismo a buon mercato allora basta la Walt Disney Corporation. Il parco di Orlando non riceve neppure un dollaro dal governo, anzi fa lauti profitti.

Categorie:interni, luoghi

La Sacra di San Michele

4 novembre, 2006 4 commenti

La Sacra di San Michele, in Val di Susa, è il terzo luogo micaelico che ho visitato (lo scorso weekend), dopo il celebratissimo Mont-Saint-Michel e il non meno suggestivo Monte Sant’Angelo—di cui ho già riferito nel vecchio blog, poco più di un anno fa.

Tutti e tre questi luoghi hanno in comune un carattere che definirei ascensionale e selvaggio: c’è sempre da salire, da “arrampicarsi,” in posti piuttosto impervi e, almeno in origine, fuori dal mondo. Addirittura la Sacra è stata edificata letteralmente sul cucuzzolo di una montagna (il monte Pirchiriano), cioè proprio tutt’intorno a uno spuntone di roccia, appunto la vetta, che è visibile in fondo alla chiesa. Per raggiungere la base dell’antico complesso abbaziale benedettino bisogna salire, per arrivare alla chiesa pure. Michele evidentemente non ama le cose facili.

Oggi i benedettini (cluniacensi) non ci sono più. Ci sono i Padri Rosminiani (due), dal 1836, cioè da quando Re Carlo Alberto ottenne che Papa Gregorio XVI chiamasse Antonio Rosmini e la sua congregazione religiosa a prendersi cura del luogo dopo più di due secoli di abbandono.

Non mi cimento in resoconti di tipo storico-culturale, anche perché il tutto è già spiegato benissimo nel sito Web della Sacra. Mi soffermo solo su un particolare curioso: l’irrisione dei monaci da parte di un testone che campeggia su uno degli ingressi del monastero. Una smorfia più infantile che oscena (cliccare sulla foto qui accanto per ingrandirla), ottenuta dall’allargamento della bocca ad opera di due manacce.

Se noi fossimo ancora in grado di decifrare il linguaggio segreto del simbolismo medioevale, probabilmente apprenderemmo su noi stessi qualcosa che non siamo più capaci di “leggere” e interpretare. Ma, siccome siamo diventati spaventosamente ignoranti in questa affascinante materia, dobbiamo accontentarci di incerte e zoppicanti congetture: un monito travestito da sberleffo? Un tentativo di riconciliarci con noi stessi e con le nostre debolezze? Chi può dirlo? Certo, l’effetto è sconcertante.

Per il resto, l’esperienza di questa “ascensione” ha qualcosa di unico e irripetibile. A poche decine di chilometri da Torino c’è quest’isola di meditazione, un luogo miracolosamente ancora semi-selvaggio che interpella memorie ataviche e suggerisce relazioni misteriose tra l’uomo e il creato, tra l’anima individuale e l’infinito.

A dare una mano ai due Padri Rosminiani c’è un’associazione di «Volontari della Sacra». Uno di questi volontari, un attempato signore con un lieve accento straniero (è danese), ha svolto con competenza e in maniera molto simpatica la funzione di “guida turistica.” Ha anche inneggiato alla lingua italiana (“un canto”) ed esortato i turisti italiani a non maltrattarla troppo. Ovviamente, parole sante. In tema con il luogo.

Categorie:luoghi, religione