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Scrivi cento volte ‘7 in condotta’

14 giugno, 2007 Lascia un commento

Puntata teoricamente interessante di Otto e Mezzo, dato l’argomento, ma un po’ confusionaria. Del resto non è facile discutere—dicendo cose sensate—su una questione come quella della professoressa che ha fatto scrivere cento volte “sono un deficiente” a un suo alunno discolo e, diciamo, non particolarmente brillante sotto il profilo intellettuale, ancorché in parte giustificato dalla circostanza di esser nato in una famiglia che Madre Natura non ha trattato troppo generosamente.

Gli ospiti di Alessandra Sardoni (che ha probabilmente bisogno di tempo per riuscire a dare il meglio di sé nel ruolo di conduttrice) e Pietrangelo Buttafuoco (che sta migliorando visibilmente) erano Rocco Buttiglione e gli scrittori Salvatore Niffoi, Antonella Landi e Giuseppe Genna. I primi due sono insegnanti-scrittori, e soprattutto il primo ha detto cose interessanti. Il terzo credo che sia scrittore e basta, e infatti mi è sembrato che di scuola capisca poco, tanto che, per usare la sua geniale invenzione lessicale, ha cercato (invano) di trasformare Otto e Mezzo in Rocco e Mezzo. Quanto allo stesso Buttiglione, penso che il prof possa fare di meglio che riproporre il verbo di CL in maniera abbastanza mnemonica.

Forse tutti i partecipanti al dibattito avrebbero fatto meglio a mettere al centro dell’attenzione la proposta del ministro Fioroni di ripristinare il sette in condotta, imprimendo alla scuola un’inversione di marcia rispetto al codice berlingueriano del 1999, che di fatto abrogava il provvedimento in oggetto annullandone le conseguenze concrete sulla carriera scolastica di chi se l’era guadagnato.

Penso, cioè, che puntare sul ritorno del principio di autorità, come fanno Buttiglione e Buttafuoco, sia doveroso sul piano culturale e in una prospettiva di medio-lungo termine, ma non sia di alcuna utilità nell’immediato—e il problema è appunto che c’è bisogno di fare qualcosa subito, non fra dieci o quindici anni. Inoltre bisogna tener conto che non appena nomini l’«autorità» salta fuori qualcuno che, come il bravo Salvatore Niffoi, ti corregge e parla di «autorevolezza», e poco importa se, alla fin fine, all’atto pratico, si tratta della stessa cosa ma detta in maniera più digeribile per i laici e i progressisti. Chiacchiere, o poco più (dalle quali, per giunta, una volta accettato il contraddittorio non ci si può più salvare).

Si tratta sicuramente di uno strumento piuttosto modesto. Modesto, tuttavia, nel senso di puramente pragmatico e non di scarsamente efficace. Al contrario. Come nell’evoluzione della specie umana, uno strumento può cambiare il mondo più di qualsiasi filosofia, pedagogia, psicologia dell’età evolutiva, e via discorrendo.

Chi ha distrutto la scuola

27 marzo, 2007 8 commenti

Avrò sbagliato, e se è così ne faccio pubblica ammenda, ma ho sempre pensato che parlare o scrivere della e sulla scuola sia una perdita di tempo. Tuttavia, se ho sbagliato, non è stato per difetto ma per eccesso di importanza attribuita al problema, cioè non perché io ritenga che si tratti di un argomento secondario: al contrario, penso che la scuola sia troppo importante e centrale per mettersi a discuterne nel clima di “tutti a casa” che si respira, nell’incapacità generale di cogliere i nodi essenziali del problema, anche in considerazione del fatto che ben pochi sembrano avere qualche idea decente su ciò che possa o debba essere ritenuto veramente importante e centrale. Senza fondamenta non si costruisce nulla, e se non si capisce che, soprattutto nel caso specifico, quello dei fondamenti è appunto il problema, tanto vale non affrontare neppure la questione.

Oggi, però, mi sembra che le “condizioni ambientali” stiano cambiando, che da più parti si stia cominciando ad avvertire quanto meno l’urgenza di un redde rationem, il che, nei miei auspici, nel mio wishful thinking, significa una cosa sola: che si faccia finalmente giustizia di una montagna di sciocchezze che sono state dette, scritte e, soprattutto, pensate sul sistema formativo. Ma qui siamo probabilmente già nel regno dell’utopia, e dunque rimetto i piedi per terra e mi accontento di qualche piccolo passo che, grazie soprattutto—è proprio il caso di dirlo—agli episodi di cui si sono occupate le cronache n questi ultimi tempi, si sta tentando di fare, di qualche spiraglio di luce che si comincia a intravedere dietro la spessa coltre di nebbia che avvolge tutta la materia.

Oggi, su Avvenire, un’intervista a Paola Mastrocola mi solleva dalla fatica di tirar fuori dal mio sacco qualche palata di farina, dal momento che sottoscrivo ampiamente l’impostazione generale della scrittrice-insegnante e quasi tutte le argomentazioni di cui il suo ragionamento si sostanzia. Il quasi si riferisce al rifiuto della Mastrocola di attribuire una reale rilevanza proprio a quegli episodi di cronaca che a me sembrano in qualche modo “provvidenziali.” Ma queste sono quisquilie rispetto a tutto il resto.

In breve, la Mastrocola difende la scuola e addebita la responsabilità dello stato di profondo disagio in cui versa questa importantissima istituzione alla crisi della famiglia, della politica e della televisione, o meglio dell’arte in generale, che “deve migliorare le persone, non peggiorarle e per questo ha una grande responsabilità.” Il risultato è che la scuola non può più fare affidamento su principi condivisi—sgretolati dalle crisi su indicate—e si trova ad avere paradossalmente tutti contro, a cominciare dai genitori.

Sono concetti piuttosto elementari, ma non bisogna farsi ingannare dall’apparente semplicità e genericità del ragionamento, perché i fattori di crisi indicati sono al contrario “precisi” e circoscritti. Attengono, appunto, a quei “fondamenti” cui accennavo prima. Prescindere da queste zone d’ombra della realtà in cui viviamo, a mio avviso, allontana qualsiasi possibilità di affrontare il problema per il verso giusto, senza girare intorno alle questioni e senza ingannare l’opinione pubblica. Riporto qui di seguito alcuni stralci dell’intervista.

La scuola è l’istituzione meno colpevole

«Credo che sia profondamente ingiusto dare tutta la colpa alla scuola rispetto a un degrado raccontato dai giornali solo nelle punte più sensazionali. Diciamocelo, una volta per tutte: se c’è una istituzione che è meno colpevole di altre, è proprio la scuola, perché è l’unica che cerca ancora di contrapporsi al degrado di valori che viene dal mondo esterno. La scuola cerca ancora di intervenire sulle questioni affettive, in qualche modo istituisce un’idea di disciplina e di onesta autorità e autorevolezza a cui in altri settori costantemente si abdica».

I veri colpevoli

«Mi irrita sentire frasi generiche come “È colpa della società”. Non è possibile rimanere sempre in questo ambito dell’astratto. La società si declina in istituzioni e ce ne sono alcune che sono veramente fallite, creando un mondo di adulti che si riflette negativamente sul pensiero e sulla crescita dei ragazzi. […] Io direi che sono in profonda crisi la famiglia, la politica e la televisione. Vedo genitori che sembrano ignorare che l’impegno educativo è oneroso e richiede tempo, fatica, sforzi. […] La politica non è da meno: è diventata cialtrona, irresponsabile, volgare, in balia di scandali, tra intercettazioni e leggi come quella dell’indulto che fanno perdere credibilità. Non abbiamo messaggi esemplari, oggi, dal mondo dei politici, dove trionfano privilegi e arroganza. Non c’è più il senso della serietà e della responsabilità. Infine indicherei il mondo dell’arte e dello spettacolo: la televisione, il cinema, i libri. Quando mi è capitato di vedere spezzoni dal Grande fratello non riuscivo a credere ai miei occhi. Da che parte si va, se non verso il nulla, tra le pupe e i secchioni e gli amici della De Filippi? […] La televisione è un esempio, ma il problema va allargato al mondo dell’arte che non veicola più messaggi alternativi, positivi ed esemplari. L’arte deve migliorare le persone, non peggiorarle e per questo ha una grande responsabilità».

Non c’è nessun progetto di ricostruzione della montagna

«[N]on c’è più nessuno che chiede di avere una meta, un obiettivo di crescita personale. I ragazzi sono lasciati liberi a se stessi, affinché non disturbino la quiete edonistica familiare. Il problema di noi insegnanti è che non sappiamo più che cosa insegnare e se pretendere lo studio o no. Le innovazioni proposte dai vari ministri che si sono succeduti in questi anni rischiano di lasciare la scuola in un cumulo di macerie. Non c’è nessun progetto di ricostruzione della montagna. Ognuno deve trovare la sua strada, inventarsi la propria didattica. Oggi si vuole una scuola personalizzata sull’allievo. L’istituzione invece per poter crescere e poter continuare ad avere credibilità deve reggersi su principi condivisi. Saltato il sistema della condivisione, con la crisi delle istituzioni, la scuola brancola nel buio e deve affidarsi alla buona volontà e del buon senso dei professori. Oggi la scuola ha tutti contro, i genitori per primi, che non vogliono che il figlio impari a studiare ma sia solamente promosso; alla fine vincono loro, perché nella scuola di massa l’utenza ha sempre ragione. Non è ammissibile. La scuola deve sapere dove andare».

A chi importa?

27 novembre, 2006 3 commenti

Edward è un “patito” della demografia, ed ha tutte le ragioni per esserlo, a mio avviso. E’ per questo che, oltre ad aver dato vita recentemente ad un blog che si occupa di come vanno le cose qui in Italia dal punto di vista economico, ne ha creato un altro, il cui nome dice tutto: Demography Matters (scrive, per la verità, anche su A Fistful of Euros, ma questa è un’altra storia).

Qualche giorno fa ha chiesto lumi sulla fuga dei cervelli dal nostro Paese, ed io gli ho suggerito un malinconico articolo di Time magazine, non “recentissimo” (dell’aprile dell’anno scorso) ma molto interessante e, temo, ancora attuale. Argomento: la condizione giovanile in Italia. Ne è nato un nuovo post, al quale ho dato un ulteriore minimo contributo con un commento. Il tema del commento—che si riferisce ad un articolo del New York Times non meno penoso, per noi, di quello di Time—è la non-politica per la famiglia portata avanti dai governi italiani che si sono succeduti da tempo immemorabile.

La scorsa estate ho chiacchierato a lungo sull’argomento politiche per la famiglia con una famigliola tedesca conosciuta presso comuni amici italiani. Il confronto Italia-Germania ne è risultato, a dir poco, umiliante (avrei voluto sprofondare). Eppure, a detta di tutte le forze politiche nazionali, anche da noi la demografia importa, la famiglia importa, i figli, poi, sono un bene inestimabile, ecc., ecc. Un po’ come la scuola: tutti, a chiacchiere, la vogliono “rilanciare,” ma poi, quando vanno al governo, se ne infischiano o vanno esattamente nella direzione opposta (ogni riferimento a questa Finanziaria è superfluo).

Mi domando solo se ci sia un limite alla capacità dei nostri governi di scherzare su questioni di tale rilevanza, anche se non riguardano precisamente la massa critica dell’elettorato, ma “soltanto” i nostri figli, nipoti, pronipoti

Categorie:bloggers, economia, scuola

Homeschooling & Americanate

3 ottobre, 2006 4 commenti

Riprendo il discorso iniziato nel post precedente per qualche chiarimento.

Innanzitutto segnalo, in italiano, questo articolo di Repubblica (del 4 marzo 2006) piuttosto ricco di informazioni e un’intervista (moderatamente a favore) a don Robert Sirico, presidente dell’ Acton Institute.

Dell’articolo di Repubblica riporto qui solo ciò che mi sembra assolutamente indispensabile:

Perché, potremmo chiederci, i genitori decidono di far rimanere i propri figli a casa? Le risposte sono diverse. Per il 31% dei genitori iscritti all’Hslda [la Home School Legal Defense Association] si tratta di un modo per evitare che i bambini entrino in contatto con droga, bullismo, parolacce e volgarità. Il 30%, invece, preferisce optare per una ferrea educazione morale e religiosa da impartire all’interno delle mura domestiche, mentre il 16% si è detto insoddisfatto degli standard d’insegnamento nelle scuole locali frequentate dai propri figli. Tra le altre motivazioni, anche la possibilità di permettere ai bambini di esplorare il mondo, sviluppare l’immaginazione e competenze da poter sfruttare negli anni successivi oppure quella di averli sempre vicini, a casa, e non perdere i loro anni più belli.
Le statistiche, inoltre, spiegano che la famiglia-tipo che decide di educare i propri figli a casa è bianca e medio borghese, ma la “moda” si sta diffondendo anche tra le famiglie di colore e di origini ispaniche. Il sistema, inoltre, è attuato dalla maggior parte delle famiglie dei nativi americani. “Non sono mai stata soddisfatta dell’idea di
un’istruzione istituzionalizzata e uguale per tutti – spiega Isabel Lyman, autrice del best-seller “Homeschooling revolution”, manuale indispensabile per i genitori che vogliono intraprendere questa strada – perché con i piani scolastici non si può fare di tutta l’erba un fascio: è come se vestissimo i nostri ragazzi con magliette tutte della stessa misura. Le scuole – prosegue – tolgono ai ragazzi tutta la gioia dell’apprendimento, e non prendono in considerazione gli interessi specifici di ogni studente, i loro bisogni e i loro percorsi. Il sistema intero dell’educazione pubblica è contro gli studenti”.

Appurato quanto sopra, per un minimo di informazione, aggiungo qualche (frettolosa) considerazione personale.

Le mie riserve sul homeschooling sono, devo dire, piuttosto pesanti. Non perché sottovaluti il ruolo dei genitori nell’educazione dei figli. Se così fosse non avrei capito niente di cosa è la formazione dei giovani. Il punto, allora, non è questo, quanto piuttosto il fatto che la scuola non è sostituibile.

Scuola non vuol dire insegnanti (con le loro idee, giuste o sbagliate, i loro pregi e limiti), strutture (efficienti o carenti), programmi e libri di testo (adeguati o lacunosi, “ideologici” o rispettosi dei vari orientamenti politici, filosofici, religiosi, ecc.), studenti (bene educati o “assatanati”), fatica, impegno, “metodo di studio” e così via. Scuola è tutto questo insieme, ben mescolato, e qualcosa di più, qualcosa di indefinito, forse misterioso: un ambiente di apprendimento, un clima, che non può essere ricostruito altrove.

Scuola è una squadra di ragazze e ragazzi che imparano, che dicono parolacce, che scoprono la vita, che si divertono e si annoiano insieme, in un posto in cui trascorrono una quota della loro esistenza condividendo tutto, o quasi, con dei loro coetanei, imparando, tra l’altro, a conoscere il mondo degli adulti dai loro insegnanti (ma anche dai presidi, dai bidelli e dal personale di segreteria), di cui—in maniera graduale e relativamente soft—possono scoprire punti di forza e debolezze (il che risparmierà loro, più avanti, amare sorprese o comunque quei clamorosi errori di valutazione in cui incorrono tutti coloro i quali conoscono il mondo soltanto per sentito dire, magari con il filtro di una famiglia particolarmente “protettiva” e refrattaria al confronto con la realtà esterna).

Dire «scuola», a mio parere, è come dire «teatro»: quando si abbassano le luci sulla platea e il rumore cede il posto al silenzio, ecco che prende vita una rappresentazione che nessuna lettura domestica dei testi può surrogare, nessuna registrazione televisiva o cinematografica. Lo spettacolo è qui ed ora, e si nutre di ogni respiro di coloro che sono sul palco o in platea, della luce che emana da quegli sguardi puntati verso il palcoscenico. Avete mai fatto caso? Quando gli attori sentono il pubblico e viceversa, allora lo spettacolo decolla, diventa una cosa grandiosa e inspiegabile, una magia travolgente: un attimo equivale a un anno intero. La tragedia è quando questo non accade …

Così nella scuola: non sempre la magia si realizza, ma quando questo accade, lì c’è un salto, lì qualsiasi gap può essere colmato. Puoi non aver capito niente per sei mesi, e in istante ti trovi avanti di dodici, un passo che equivale all’intera corsa.

Pur rispettando—e in qualche misura comprendendo—le motivazioni dei genitori che fanno quel tipo di scelta, penso che inunciare a tutto questo significhi non avere un’idea sufficientemente precisa di cosa significa essere bambini, ragazzi, giovani, non aver capito assolutamente nulla di cosa sia la cultura: non un insieme di nozioni, non il nome latino dell’orrendo insetto morto di cui parla Robert Sirico. Da quell’inguaribile filo-americano che sono, lasciatemi dire, per una volta, che queste storie sono vere e proprie «americanate».

Categorie:america, religione, scuola

Una decisione saggia

2 ottobre, 2006 5 commenti

[Update: vai al post successivo per un approfondimento.]
Che non sempre delle profonde convinzioni religiose siano buone consigliere è cosa che (quasi) tutti, credenti e non credenti, abbiamo imparato a nostre spese dalla storia, oltre che, naturalmente, dall’attualità. Prendiamo un caso in qualche modo emblematico: quello degli homeschoolers, un fenomeno in ascesa negli Stati Uniti, ma che molto difficilmente prenderà piede in Europa. E la cosa, appunto, non mi dispiace affatto, tanto che sono d’accordo con una recente decisione in materia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani, che ha respinto la protesta di due genitori tedeschi, Joshua e Rebekka Konrad—che per motivi religiosi si oppongono, in particolare, alle lezioni di educazione sessuale impartite nelle scuole—, contro il divieto, in vigore nel loro Paese, di educare i propri figli a casa.

Insomma, si è ritenuto che l’interesse nazionale debba prevalere sul diritto dei genitori a farsi carico direttamente dell’educazione dei figli. La Corte, in altre parole, ha riconosciuto che, dal momento che le scuole rappresentano la società, e visto che è interesse dei ragazzi diventare parte della società stessa, il diritto dei genitori non può arrivare fino al punto di privare i figli di un’esperienza così fondamentale.

Grazie a Samantha, che ha segnalato questo post (piuttosto risentito), dal quale ho appreso della decisione della Corte.

Categorie:europa, scuola

Riformista, sulla scuola non ci siamo

20 novembre, 2003 Lascia un commento

Stavolta Il Riformista ha fatto veramente incavolare qualcuno. Infatti, l’articolo di Vittorio Campione (Basta graduatorie, libero mercato per i prof) non è piaciuto per niente agli insegnanti della Gilda, cioè ad una delle organizzazioni più rappresentative della categoria. E così sul proprio sito nazionale riproducono l’articolo preceduto da un’introduzione-commento dai toni piuttosto accesi e polemici.

 

Il titolare di questo blog, facendo parte della squadra—curo un sito interregionale (Triveneto) della Gilda degli Insegnanti—e conoscendo bene l’autrice del commento, comprende in profondità le motivazioni della solenne arrabbiatura, e le condivide nella sostanza, meno per quanto riguarda talune argomentazioni. Ad esempio, il riferimento al riformismo come professione, inclusi presunti tradimenti e ulteriori consimili misfatti … mi sembrano un tantino esagerati e ingenerosi.

 

Ma se parliamo di ingenerosità, temo che sarebbe piuttosto lunga la lista di quelle che concernono il modo in cui, in tutti questi anni, si è affrontato (o sarebbe il caso di dire: si è finto di affrontare) il problema dell’istruzione in questo Paese. E tutti hanno dato contributi robusti in tal senso, maggioranze e opposizioni, senza apprezzabili differenze.

 

Capisco anche la ratio di certe posizioni “riformiste”, so da dove vengono, cioè da una visione non immobile, non nostalgica, innovativa della sinistra, e dove vanno, cioè verso un modello di società aperta e senza dogmi, ma nella quale il cittadino, soprattutto il più debole, si senta tutelato e rappresentato. Capisco bene tutto questo perché tra l’altro è qui il mio ubi consistam, ma da qui a pensare che la scuola, che non è e non sarà mai un’azienda come le altre, possa essere riformata applicando ad essa, all’incirca, le categorie del più sfrenato liberismo economico, beh, ce ne corre. Ce ne corre parecchio.

 

 

Categorie:scuola