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Archive for the ‘sport’ Category

Morire due volte

14 novembre, 2007 10 commenti

Le tragedie vere ed autentiche, malgrado il termine “teatrale” col quale, appunto, vengono designati certi eventi, non sono quelle che possono essere rappresentate davanti a un pubblico, essendo troppo intime per poter essere condivise e troppo profonde per poter essere dichiarate, o urlate, o comunque date in pasto ad una folla, plaudente o piangente che sia, o tutte e due le cose insieme. Una famiglia romana ha oggi seppellito un figlio, un ragazzo morto in circostanze che attendono di essere chiarite definitivamente e senza reticenze. Il dato tremendo, irreparabile, è questo. Niente e nessuno può consolare quella famiglia, o almeno nulla che sia di questo mondo. Non certo la partecipazione di massa ai funerali di quel povero ragazzo. Neppure in un’epoca in cui tutto, ma proprio tutto, diventa spettacolo, e in cui, forse, solo l’esteriorizzazione di qualcosa trasforma quel qualcosa in un evento meritevole di pubblica considerazione e commozione.

Per questo, cioè, per così dire, a causa della sproporzione tra il danno e la (tentata) riparazione, a qualcuno—non molti, credo—capita di detestare dal profondo del cuore, se non tutte, quasi tutte le rappresentazioni pubbliche del dolore. Un altro discorso, in ogni caso, è stringersi intorno alla bare avvolte nel tricolore di soldati caduti nell’adempimento del dovere, in nome e per conto di un intero popolo, la cui bandiera, appunto, si è scelto di servire, se necessario, fino al supremo sacrificio. Il tifo calcistico è palesemente un’altra cosa. L’emblema di una squadra di calcio, con tutto il rispetto, non è sullo stesso piano del simbolo di un’intera nazione. Al di là di tutte le degenerazioni sciovinistiche, alla bandiera nazionale è dovuto un rispetto che va oltre ogni spirito di parte, mentre al vessillo di una squadra di calcio si può essere affezionati, ostili o indifferenti, senza alcun problema. Chi non avverte la “differenza” non è neppure degno di essere cittadino di una nazione.

Viste alla tv, le scene di dolore e disperazione di oggi erano tremende. Molti si saranno identificati nel dolore di un padre e di una madre, di un fratello e degli amici più stretti, e tutti avranno pensato che morire a ventisei anni e in quel modo è qualcosa che va al di là di qualsiasi discorso. Ma c’era qualcosa che stonava: quell’essere tifosi in un momento in cui il tifo non c’entrava più nulla, se mai c’è stato un momento in cui c’entrava. E non solo: stonava che, in teoria, tra i tanti commossi presenti potesse esserci qualcuno che alla vita di un poliziotto non dà lo stesso valore di quella di un tifoso. Mi è capitato di pensare che onorare così quel ragazzo morto sarebbe stato, nel caso, come ucciderlo un’altra volta, e in maniera altrettanto idiota. Mi è capitato di compiangere una famiglia anche perché, nel caso, avrebbe potuto far poco o niente per evitare una simile evenienza.

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Cazzola dà da pensare

25 maggio, 2007 Lascia un commento

Sul Foglio di oggi:

Al direttore – Dopo il trionfo della Nazionale al Mondiale tedesco, il Milan conquista la Champions e la Juve torna al suo posto in serie A. Viva il calcio italiano che ha ragione, sul campo, dei suoi nemici. Alla faccia di Francesco Saverio Borrelli e dei magistrati napoletani che intercettano le telefonate mentre la città affonda nei rifiuti.
Giuliano Cazzola

Cazzola dà da pensare, indubbiamente.

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Oh mia bela Madunina …

23 maggio, 2007 3 commenti

del resto, onestamente parlando, uno può essere diventato nerazzurro perché quand’era ragazzino con quella maglia si vinceva di tutto, e alla grande, e dunque, a esser nati solo qualche anno dopo … e poi, è vero o non è vero che Milàn l’è (semper) un gran Milàn???
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Campioni!

22 aprile, 2007 4 commenti

«Finalmente è arrivato questo scudetto, siamo contenti. Ma il mio primo pensiero non può che andare a Giacinto Facchetti. Questo campionato ha l’impronta della sua generosità e onestà.»

L’ha detto Massimo Moratti, ma è anche la prima cosa che è venuta in mente a un interista qualsiasi come me. Ciao Cipe, sarai contento, di lassù.

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Rai alla grande con Bartali

8 settembre, 2006 2 commenti

E’ una novità per me parlare sul blog di una fiction televisiva. Sicuramente non ne ho titolo, dal momento che in questo campo mi sento particolarmente disinformato e distratto. Ma penso di poter dire ugualmente, in tutta umiltà, che Gino Bartali, l’intramontabile (2006)—ritrasmesso in nottata da Raiuno—mi è sembrato un film per la tv di squisita fattura.

Ottimamente diretto da Alberto Negrin e interpretato forse ancor mrglio da Pierfrancesco Favino (Bartali) e Nicole Grimaudo (la moglie del campione, Adriana), il film, una coproduzione Rai Fiction/Palomar Endemol, si è avvalso come se non bastasse delle musiche originali di Ennio Morricone.

Anche le dichiazioni del protagonista (che sottoscrivo) sono degne di nota—e testimoniano, quanto meno, la propensione dell’attore a “entrare” nel personaggio:

“Parlare di Bartali, che è una faccia che hai dentro e non sai perchè, significa parlare dell’Italia. Se uno dovesse scegliere dieci facce per rappresentare il nostro Paese Bartali ci sarebbe di sicuro. È un uomo che ha veicolato i valori che tutti abbiamo dentro: il lavoro, la famiglia, la fede. Queste sono le nostre radici e Bartali è il rappresentante meno bigotto di questa realtà e del passaggio dall’Italia rurale a quella industriale. Bartali fa capire che cosa è stata l’Italia, da dove veniamo”.

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Ciao ‘Cipe’

5 settembre, 2006 7 commenti

Per essere uno che è sempre stato interista, nella buona e nella cattiva sorte, sono magari eccessivamente distratto riguardo a quello che succede dentro, intorno e fuori della F.C. Internazionale, guardo troppo poco le trasmissioni dedicate al calcio, leggo ancor meno i quotidiani sportivi, ecc., ecc. Quindi anche di quel che faceva, pensava e diceva Giacinto Facchetti ho saputo pochissimo.

Ma forse c’è anche un’altra circostanza che giustifica la mia disinformazione: la natura schiva e riservata di quel grande, caro, vecchio campione, che faceva in modo che le sue uscite pubbliche fossero tanto sobrie e misurate quanto, inevitabilmente, poco appetibili dal punto di vista dei media. Ma oggi, in un momento così triste, l’informazione è giustamente straripante, e mi si è offerta l’occasione di colmare di colpo il gap. E ho ritrovato il Facchetti che era nascosto nell’archivio dei miei ricordi infantili e adolescenziali.

Ho ricordato quanto ho voluto bene a quel tipo che trasvolava da una parte all’altra del campo di gioco, leggero ed elegante—malgrado la forza di quelle «ali», cioè di quelle due pertiche che facevano assomigliare la sua corsa a quella di una cicogna che saltella o a quella di qualche altro simpatico animale dotato di leve altrettanto lunghe e potenti. E ho realizzato in maniera consapevole ciò che inconsapevolmente già sapevo, e cioè che quel suo carattere, quella sua lealtà, discrezione, dignità, o chiamatela come vi pare ché tanto sempre la stessa roba è, era la ragione di fondo per cui non incuriosiva più di tanto l’opinione pubblica—e, ad essere sincero, neppure me—quello che Giacinto Facchetti, detto Cipe, poteva dire, fare, pensare: di solito, quel genere di persone dice, fa e pensa semplicemente quello che ci si aspetta da uomini di quello stampo, cioè la cosa giusta. E la cosa giusta—sofismi vari e filosofie a parte—è esattamente il contrario di ciò che stimola la curiosità. E’ giusta e basta, crudamente giusta.

Cipe resterà nel cuore di molti. E non è solo un modo di dire, è che abbiamo bisogno di sapere che uomini come lui—uomini, non soltanto campioni—sono esistiti veramente, non in un film. E’ che abbiamo bisogno di confidare che altri ce ne siano, nascosti tra la folla, di Giacinto Facchetti. Per questo non è il caso di sottilizzare sull’iperbole che è dato di leggere sul sito ufficiale dell’Inter:

«Era già Sua la storia. Ora siede sul trono dell’Eternità.»

A volte si ha il diritto e il dovere di dar fiato “senza pudori” ai sentimenti più profondi.

Per concludere, qualcosa che si legge sul sito ufficiale dell’Inter.

Dalla lettera aperta di Massimo Moratti:

Qualche mese fa ti chiedevo un po’ scherzando un po’ sul serio come mai non riuscivamo ad avere un arbitro amico, tanto da sentirci almeno una volta protetti, e tu, con uno sguardo fra il dolce e il severo, mi rispondesti che questa cosa non potevo chiedertela, non ne eri capace. Fantastico. Non ne era capace la tua grande dignità, non ne era capace la tua naturale onestà, la sportività intatta dal primo giorno che entrasti nell’Inter, con Herrera che ti chiamò Cipelletti, sbagliandosi, e da allora, tutti noi ti chiamiamo Cipe. Dolce, intelligente, coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare.Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei tutti noi.

Dal commento di Susanna Wermelinger (Direttore Editoriale dell’Inter):

Era un uomo da re e da operai. Era un amico leggendario. Era un eroe da romanzo, Arpino lo sapeva bene. Un romanzo di vita, di classe, di essenzialità.La prima cosa che faceva dopo le partite, era chiamare casa, i suoi figli, e Massimo Moratti. Troppe volte, quando qualcuno scompare, di lui si cercano le solo le cose buone. Il fatto è che di Giacinto Facchetti puoi dire solo quelle, che di cose cattive non ne trovi.

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