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Il falò dei tibetani

13 maggio, 2008 Lascia un commento

The Dalai Lama arrived Saturday at a memorial to Gandhi in New Delhi for a public interfaith meeting to pray for people killed in recent uprisings in the Tibet area.

Un altro prezioso contributo di Carlo Buldrini alla comprensione di quanto sta accadendo in Tibet e delle prospettive che si possono intravedere. Di estremo interesse, tra le altre cose, le analogie e le differenze tra la grande lezione del Mahatma Gandhi e le scelte del Dalai Lama. Quanto alle prospettive non c’è da farsi troppe illusioni, dice Buldrini. C’è una parola anche sul nuovo governo italiano: “Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, […] potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. ‘Negoziato’ non ‘dialogo’. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.”

Da Il Foglio di sabato, 10 maggio 2008:

Il falò dei tibetani

Giovedì 20 marzo, alle dieci di sera, la Central Chinese Television (Cctv), la televisione di Stato cinese, ha mostrato un filmato sulla rivolta di Lhasa di una settimana prima. Ha detto l’annunciatrice: “Il video mostra le azioni criminali – attacchi fisici alle persone, vandalismi, saccheggi e incendi – istigate dalla cricca del Dalai (Lama) nella capitale della Regione autonoma del Tibet”. Il filmato è durato solo 15 minuti. Vi si vedevano tibetani – laici e qualche monaco – assaltare i negozi dei cinesi: saracinesche divelte, vetrine sfondate. Erano scene già viste in altre parti del mondo. Nel 2005, anche nella New Orleans affogata nelle acque dell’uragano Katrina, i negozi erano stati presi d’assalto e saccheggiati. Ancor prima, nel 1992, quando a Los Angeles i poliziotti che avevano pestato l’uomo di colore Rodney King erano stati assolti, la rabbia dei neri scatenò una guerriglia urbana che portò al saccheggio di tanti negozi. Non molti anni fa scene analoghe si sono viste ad Abidjan, nella Costa d’Avorio, e in tante altre parti del mondo. Ma, con il procedere del filmato della Central Chinese Television, si assisteva a qualcosa di nuovo. Le immagini non mostravano la solita folla eccitata fuggire carica di scatoloni di cose rubate. A Lhasa, la merce dei negozi saccheggiati era prima portata in strada. Poi, dopo averla meticolosamente ammonticchiata sul marciapiede di fronte al negozio, i tibetani la davano alle fiamme. Da 49 anni, dalla fuga del Dalai Lama in India, gli abitanti del Tibet sono senza una guida politica. Per loro, quel dar fuoco alla merce dei negozi cinesi era una precisa presa di posizione politica. Con tutta evidenza non si è trattato di un caso di non violenza gandhiana. Eppure, proprio quelle fiamme, hanno ricordato i falò che il Mahatma Gandhi organizzò in India negli anni Venti, quando vennero bruciati in strada i vestiti prodotti dalle industrie tessili inglesi del Lancashire. Sari, giacche, camicie fatte con tessuti pregiati vennero dati alle fiamme nelle strade di Bombay dagli indiani che chiedevano l’indipendenza.

Chi ha visitato più volte la capitale del Tibet negli ultimi 15 anni ha potuto osservare dappertutto i segni del progresso. Grandi strade perfettamente asfaltate, nuovi quartieri residenziali, edifici pubblici dalle forme avveniristiche, shopping mall pieni di radio, televisori, orologi al quarzo, ventilatori, telefoni cellulari e lavatrici. Il 14 marzo 2008, dando fuoco a quella merce, i tibetani hanno detto che quel tipo di sviluppo a loro non interessa. Perché si tratta di un “progresso” che non permette la libertà spirituale e minaccia di far scomparire per sempre la loro cultura e il loro tradizionale modo di vivere. C’era dunque un’analogia tra i falò di Lhasa e i “bonfires” di Gandhi degli anni Venti. Chi invece si è ispirato esplicitamente all’azione del Mahatma Gandhi sono stati i giovani tibetani della diaspora, con i militanti del Tibetan Youth Congress in testa. Il 10 marzo è partita da Dharamsala, in India, la Marcia del ritorno in Tibet. “A ispirarci è stata la Marcia del sale di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” hanno detto i leader delle cinque ong che hanno dato vita all’iniziativa. La marcia non ha avuto vita facile. Il 13 marzo è stata fermata dalla polizia indiana che ha arrestato tutti i cento marciatori tibetani. Il 15 marzo la marcia è ripartita. I nuovi marciatori erano una cinquantina e tra loro si contavano molti monaci e molte monache. Nuovo stop il 23 marzo. A fermare i marciatori questa volta è stato un “Comitato d’emergenza” costituito dal governo tibetano in esilio per far fronte alla gravissima situazione creatasi in Tibet. Il 18 aprile è iniziata la “terza fase” della marcia. I marciatori sono adesso più di 250. Alla testa del nutrito drappello c’è un’immagine a colori del Mahatma Gandhi. E così come il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale sulla riva del Mare Arabico, lanciò la sfida all’impero britannico, altrettanto vogliono fare i giovani militanti nei confronti della Cina quando cercheranno di entrare nel Paese delle nevi. Molti di questi giovani non hanno mai messo piede nel loro paese. Quando arriveranno al confine tra l’India e il Tibet, molto probabilmente troveranno ad accoglierli i fucili spianati dell’Esercito popolare di liberazione cinese. I tibetani risponderanno con la non violenza.

Il 24 aprile Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress, ha tenuto a Dharamsala una conferenza stampa. Ha smentito una presunta intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata in data 27 marzo. “La non violenza? Non paga. Potremmo usare i kamikaze” aveva titolato il giornale italiano. Nel corso della conferenza stampa Rigzin ha detto di non avere mai pronunciato quelle parole. “Nei suoi 38 anni di vita, il Tibetan Youth Congress si è sempre battuto per l’indipendenza del Tibet. Le nostre armi sono sempre state la verità storica e la lotta non violenta. Mai abbiamo mai fatto ricorso ad azioni terroristiche o ad attacchi suicidi per raggiungere il nostro obiettivo e cioè l’indipendenza del Tibet” ha detto Tsewang Rigzin. E’ infatti solo con la non violenza gandhiana che il Tibet può sperare di essere un giorno liberato. E’ impensabile che i tibetani possano combattere contro l’esercito più numeroso del mondo: sei milioni di tibetani contro un miliardo e 300 milioni di cinesi han, accecati da quell’ideologia nazionalista che la propaganda del regime comunista propina loro a piene mani. Il ricorso alla violenza sarebbe per i tibetani un suicidio. Anche per loro vale quanto Gandhi disse nel villaggio di Dandi al termine della Marcia del sale. Rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, il Mahatma chiese il sostegno del mondo intero per quella che definì “the battle of Right against Might”, la lotta della giustizia contro la forza. La stessa cosa vale anche per i tibetani. La loro vittoria non potrà mai essere militare. O sarà “morale” o non sarà.

Il 18 marzo il Dalai Lama ha minacciato di dare le dimissioni. Ha detto: “Se i tibetani hanno scelto la via della violenza, sarò costretto a dimettermi perché io sto dalla parte della non violenza”. Anche quella del Dalai Lama è sembrata una dichiarazione “gandhiana”. Il 14 marzo, a Lhasa, si era verificato un tragico episodio. Durante la rivolta, nell’incendio di un negozio, erano morte quattro giovani commesse, tre cinesi e una tibetana. La minaccia del Dalai Lama ha ricordato un’analoga presa di posizione di Gandhi. Era il 4 febbraio 1922. A Chauri Chaura, nell’odierno Uttar Pradesh indiano, dopo che la polizia aveva sparato sui manifestanti uccidendo tre persone, una folla inferocita aveva dato alle fiamme la locale stazione di polizia. Ventitrè poliziotti vennero bruciati vivi. Il Mahatma Gandhi, inorridito per quell’episodio di violenza, sospese l’intero movimento di non cooperazione e digiunò per cinque giorni “per non aver saputo spiegare fino in fondo agli indiani l’importanza dell’ahimsa, la non violenza”. Ma tra l’episodio di Lhasa e quello di Chauri Chaura ci sono sostanziali differenze. Nel 1922, nella piccola cittadina delle Province Unite, la violenza degli indiani fu intenzionale. Nel 2008, nella capitale del Tibet, si è trattato con ogni probabilità di un tragico incidente. E poi il paragone tra Gandhi e il Dalai Lama non regge. La lotta di Gandhi era radicale. Il suo obiettivo dichiarato era il “purna swaraj”, la completa indipendenza. L’intero popolo indiano era con lui. Il Dalai Lama è passato invece dalla richiesta di indipendenza a quella di una genuina autonomia fino ad arrivare all’attuale semplice richiesta di “protezione” della cultura tibetana. Tenzin Gyatso si limita a chiedere il “dialogo” con le autorità di Pechino. I tibetani sono disorientati. I giovani militanti della diaspora dicono ormai apertamente che questa strategia non paga. All’interno del Tibet il contrasto con le posizioni del Dalai Lama è forse ancora più marcato. Qui la gente scende in strada al grido di “Bod rangzen”, “Tibet indipendente” e, così facendo, rischia l’arresto, la tortura e la condanna a morte. Nessuno di loro chiede il “dialogo” con i cinesi.

Il 26 aprile l’agenzia Xinhua, citando una fonte anonima del governo di Pechino, ha trasmesso il seguente comunicato: “Viste le ripetute richieste del Dalai Lama per una ripresa dei colloqui, il dipartimento competente del governo centrale avrà nei prossimi giorni contatti e consultazioni con un suo rappresentante privato”. Tutti i leader occidentali, impazienti di riprendere senza intoppi il “business as usual” con la Cina, hanno immediatamente applaudito. “Siamo molto contenti dell’annuncio secondo cui il governo cinese stabilirà un immediato contatto con il Dalai Lama” ha dichiarato il presidente della Commissione europea Barroso. Gli hanno fatto eco Sarkozy (“E’ un grande passo”) e Bush (“Siamo molto contenti di questa notizia”). Ma la feroce repressione messa in atto in queste ore a Lhasa dimostra come l’annuncio di Pechino fosse solo strumentale. L’unico obiettivo dei cinesi è quello di salvare la parata inaugurale dei prossimi giochi olimpici. Il “dialogo” di cui oggi tutti parlano è iniziato il 9 settembre 2002. In quella data, due inviati speciali del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, si recarono in Cina e in Tibet per una visita di quindici giorni. Incontrarono funzionari di secondo piano del partito comunista cinese. Kong Quan, l’allora portavoce del ministero degli Esteri cinese, si affrettò ad annunciare che: “Abbiamo consentito ad alcuni espatriati tibetani di tornare in Cina in forma privata”. Tutto qui. Rientrati a Dharamsala, i due rappresentanti del Dalai Lama dissero: “La nostra permanenza in Tibet è stata breve. Di conseguenza ci sono state poche occasioni per incontrare la gente comune”. Fin da subito si è capito che questo “dialogo” altro non era che un puro esercizio formale. Dopo quel primo incontro, negli anni successivi, sono seguite altre cinque tornate di colloqui. L’ultima risale ai mesi di giugno e luglio 2007. In questo caso gli incontri si sono svolti a Shanghai e Nanchino. Al termine dell’ultima tornata, Lodi Gyari si è sentito dire dai funzionari del partito comunista cinese che “non esiste nessun problema tibetano”. Alla luce di questi risultati fallimentari, il ripetuto invito alla Cina a riprendere il dialogo con il Dalai Lama mostra tutta l’ipocrisia dell’Occidente nei confronti della questione tibetana. Limitarsi a chiedere un “dialogo” è ormai un vuoto rituale che non esercita più nessuna pressione politica su Pechino. Nell’ormai lontano 21 settembre 1987, a Washington D.C., di fronte alla Commissione dei diritti dell’uomo del Congresso americano, il Dalai Lama annunciò il suo Piano di pace in cinque punti per il Tibet. Al punto 5 si leggeva: “Inizio di seri negoziati sul futuro del Tibet e sui rapporti tra il popolo tibetano e quello cinese”. Il Dalai Lama chiedeva dunque un “negoziato”. Negoziato non dice – ma non esclude – che il Tibet sia una nazione militarmente occupata. Negoziato non dice – ma non esclude – che il governo tibetano in esilio sia il legittimo governo del Tibet.

Quando, nel dicembre 2007, il Dalai Lama è venuto per dodici giorni in visita in Italia, il presidente del Consiglio Romano Prodi si è rifiutato di riceverlo adducendo niente meno che la “ragion di Stato”. Altrettanto fecero Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. C’è da augurarsi che, nell’affrontare la tragedia tibetana, il nuovo governo italiano assuma un atteggiamento diverso. Un primo piccolo passo in avanti non sarebbe difficile da compiere. Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, il nuovo governo potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. “Negoziato” non “dialogo”. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.
Carlo Buldrini

Categorie:religione, tibet

Notizie ufficiali (e non) dal Tibet

E’ un aggiornamento interessante sulla situazione in Tibet quello che si legge oggi sul Giornale. Nuovi arresti, proteste anti-cinesi in Nepal, ecc. Peccato che si riportino senza commento anche le “rivelazioni” dell’agenzia ufficiale Nuova Cina relativamente a ritrovamenti vari, da parte della polizia locale, nel monastero di Geerdeng (provincia del Sichuan): 30 pistole, 498 proiettili, due chili di esplosivo e “un numero importante” di coltelli. Come funziona l’informazione (e tutto il resto) in Cina lo sappiamo bene, anche perché la medesima agenzia ufficiale ce ne ha resi edotti a suo tempo. In ogni caso va sottolineato il senso della misura della notizia in questione: se avessero parlato, che so, di fucili mitragliatori, bazooka e, perché no, di missili terra-aria, il mondo intero sarebbe insorto per il colossale, spudorato, tentativo di mistificazione della realtà, invece … Mica scemi.

Comunque, quello che interessa di più sono le parole pronunciate dal presidente del Parlamento tibetano in esilio, Karma Chopel, nel corso di una conferenza stampa presso la sede del Partito radicale non violento transnazionale che lo ospita in questi giorni a Roma.

«Le autorità cinesi hanno detto che entro il 2010 circa 20 milioni di cinesi si trasferiranno in Tibet. Questa è una strategia per annullare le minoranze come hanno già fatto in Manciuria.»

«L’immigrazione forzata dei cinesi in Tibet ha l’obiettivo di annientare le minoranze e come sostiene il Dalai Lama in questi 49 anni è stato perpetuato un genocidio culturale. […] I tibetani sono cittadini di seconda classe nella loro patria e che solo a Lhasa, attualmente, su 300 mila abitanti 200 mila sono cinesi, mentre solo 100 mila sono tibetani.»

A proposito della dichiarazione stilata ieri dai ministri degli Esteri dei 27 Paesi della Ue a Brdo (vedi due post fa), Karma Chopel ha espresso la convinzione che si tratti solo di un primo passo:

«Non è ancora il momento di giudicare il documento di Brdo […] ci saranno altre iniziative della comunità internazionale che avranno risposte più precise. Noi facciamo appello a tutta la comunità internazionale perché ci sia pressione sulla Cina ma é chiaro che alcune nazioni hanno maggiore responsabilità di
altre.»

L’ottimismo di Karma Chopel è così genuino che finisce per diventare contagioso. Ma è molto probabile che lui stia pensando più a Sarkozy o ad Angela Merkel che a ad altri (quest’ultima è il primo capo di governo al mondo che abbia annunciato la propria non partecipazione alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi).

Nel frattempo, pochi minuti fa su Repubblica (edizione online) viene riportata la reazione ufficiale della Cina al pur timido documento dei 27 ministri degli Esteri della Ue: un portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu, ha fatto sapere che “Il Tibet e’ un affare completamente interno della Cina. […] Nessun Paese straniero o organizzazione internazionale ha il diritto d’interferire al riguardo.” Se si arrabbiano tanto per così poco, verrebbe da osservare, la pavidità dell’Europa riesce persino comprensibile. Naturalmente escludendo dal ragionamento qualsiasi considerazione di ordine etico. Un lusso (l’etica applicata alla politica internazionale) che la vecchia Europa, del resto, si concede molto di rado.

Categorie:esteri, europa, tibet

La notte del Tibet

La notte del Tibet è cominciata. Sì, le ore più drammatiche sono proprio queste. L’articolo scritto da Carlo Buldrini per Il Secolo XIX di venerdì scorso (21 marzo) spiega perché. E per quale ragione il problema se boicottare o meno le Olimpiadi di Pechino è mal posto. Le responsabilità dell’Occidente, in ogni caso, sono pesantissime. Lettura, ovviamente, raccomandata.

Il Tibet sta scomparendo dalle prime pagine dei giornali. I corrispondenti da Pechino fanno adesso da megafono alla voce del regime. Titolava La Repubblica del 19 marzo: «Pechino: “Sul Tibet tante bugie”. Il premier [Wen Jiabao]: “Prove contro il leader buddista”. Testimoni: a Lhasa è caccia al cinese». Eppure, per i tibetani, sono proprio queste le ore più drammatiche. Sul Tibet è calata la notte. I turisti – anche quelli cinesi – sono stati rispediti a casa. L’accesso ai giornalisti è vietato. Le comunicazioni sono state interrotte. Per conoscere cosa stia esattamente accadendo nel Paese delle nevi dovremo forse attendere anni. Sarà solo quando i nuovi detenuti politici tibetani, scontata la pena, riusciranno a fuggire in India che si conoscerà nei dettagli quanto è accaduto in questi giorni. Qualcosa, tuttavia, lo si può intuire. Perché i precedenti non mancano.

A McLeod Ganj (Dharamsala) c’è un’associazione di ex prigionieri politici tibetani. Si chiama “Gu-Chu-Sum” e nel nome ricorda le tre sommosse di Lhasa del settembre e ottobre 1987 e marzo 1988. Gli ex detenuti hanno raccontato cosa fece seguito alle rivolte di quei giorni. I dimostranti venivano identificati grazie alle immagini registrate dalle telecamere e alle fotografie scattate dalla polizia cinese. Gli arresti avvenivano di notte. In carcere i prigionieri furono fatti azzannare dai cani, picchiati, sottoposti a scariche elettriche, legati con le corde alle travi del soffitto e tenuti sospesi per ore. I capi vennero giustiziati. Ma le rivolte dell’87 e dell’88 furono limitate alla zona del Barkor, nella città vecchia di Lhasa. Quest’anno, invece, non si è trattato di una rivolta ma di una vera e propria insurrezione. Monaci e laici sono scesi in strada in tutto quello che una volta era il “Tibet etnico”: da Lhasa alle lontane regioni del Kham e dell’Amdo incorpate oggi nelle province cinesi del Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. L’insurrezione di quest’anno ha ancora una volta messo in discussione l’occupazione militare del Tibet da parte dell’Esercito popolare di liberazione cinese. La repressione sarà feroce. Spietata. Inviati delle Nazioni Unite dovrebbero monitorare quanto sta avvenendo in queste ore nelle carceri di Gurtsa, Sangyib e Drapchi a Lhasa e in quelle del resto del paese.


La “tregua olimpica” è stata così irrimediabilmente spezzata. Le prossime Olimpiadi potevano invece offrire un’opportunità straordinaria per cercare di risolvere la questione tibetana. Nel 2001, nel momento dell’assegnazione dei giochi a Pechino, l’Occidente, se avesse avuto un minimo interesse per le sorti del Tibet, avrebbe dovuto porre un’unica condizione alla propria partecipazione ai giochi: il ritorno del Dalai Lama in Tibet. Sarebbe stata una richiesta possibile. Nelle “Direttive finali per la stesura della costituzione tibetana” approvate nel febbraio 1992 dal governo tibetano in esilio è scritto che: «il Dalai Lama non eserciterà nessun ruolo politico nel futuro governo del Tibet». E lo stesso Dalai Lama ha più volte dichiarato di voler essere, d’ora in avanti, «un semplice monaco buddista». C’era tutto il tempo per trattare. Il governo cinese avrebbe potuto invitare il Dalai Lama all’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino e avrebbe potuto poi permettergli di tornare a Lhasa: per una settimana, o per un mese, o per sempre. Sarebbe stato un gesto di pace. Un gesto lungimirante. Ma nessuna dittatura ha mai dato prova di intelligenza politica.


Adesso in molti, invece del Tibet, sembrano esclusivamente preoccupati di salvare le Olimpiadi. In Occidente ferve il dibattito se boicottare o meno i giochi. Il problema è mal posto. Non sono i governi a dover decidere. La decisione spetta alla coscienza di ogni singolo atleta. E ogni atleta deve sapere che, indipendentemente dalla sua performance sportiva, queste Olimpiadi verranno ricordate dalla storia per il massacro del Tibet. L’atleta che va a Pechino deve sapere che le mani del funzionario del partito comunista cinese che gli consegneranno l’eventuale medaglia saranno macchiate di sangue.

Carlo Buldrini

Categorie:esteri, religione, tibet

Paura della religione?

Alan Patarga sul Tibet: un articolo pubblicato sul Foglio di oggi e poi ripreso sul blog. Di che riflettere.

Categorie:esteri, tibet

Ma le mura del Dharma non possono essere distrutte

Con un altro articolo scritto per il Secolo XIX, Carlo Buldrini racconta come sono andate le cose in Tibet nei giorni scorsi e fa il punto della drammatica situazione attuale. Le previsioni, purtroppo, non sono rosee, ma l’Autore ricorda un antico proverbio tibetano: «Le mura esterne di pietra possono crollare, le mura interne del Dharma non possono essere distrutte». Questo per dire che la scadenza dell’ultimatum di Pechino potrà segnare soltanto una conclusione provvisoria del contenzioso, non certo la fine di quella che per i tibetani (e non solo, a questo punto) è «the battle of right against might».

Una colonna di duecento camion militari si sta dirigendo verso Lhasa. I convogli sono color verde oliva e hanno il muso schiacciato, come quello dei bulldog. Su ogni camion, in piedi, sono assiepati più di quaranta militari. Le autorità di Pechino si stanno preparando per la prova di forza. Hanno intimato agli insorti la resa «entro lunedì notte». Poi, come sempre, il buio calerà sulla capitale del Tibet: rastrellamenti casa per casa, arresti di massa, torture nelle carceri, esecuzioni sommarie.

Tutto è iniziato lunedì 10 marzo, l’anniversario dell’insurrezione di Lhasa del 1959. Circa trecento monaci, per lo più giovanissimi, hanno lasciato il monastero di Drepung e si sono diretti verso il Barkor, il cuore della città vecchia. Qui, hanno percorso in senso orario il circuito che gira attorno al Jokhang, il più sacro dei templi tibetani. Hanno gridato slogan contro la Cina e chiesto a gran voce il rilascio dei monaci arrestati a ottobre, a Drepung, in occasione dei festeggiamenti per l’assegnazione al Dalai Lama della medaglia d’oro del Congresso americano. Ai giovani monaci che dimostravano nel Barkor si sono uniti molti tibetani laici. Assieme, hanno iniziato un secondo giro del circuito sacro al grido di «Bod rangzen», Tibet libero. È intervenuta allora la polizia in assetto anti-sommossa. I dimostranti sono stati dispersi. Molti monaci, arrestati.

Nei tre giorni successivi le proteste sono continuate. Questa volta a manifestare sono stati i monaci di Sera e Ganden, gli altri due grandi monasteri della periferia di Lhasa. Il giorno 13 sono scesi invece in strada i religiosi del piccolo monastero di Ramoche, nel centro della città. Questo monastero, dopo quarant’anni, porta ancora i segni delle distruzioni effettuate dalle guardie rosse durante la Rivoluzione culturale maoista. La notizia dell’arresto in massa dei monaci da parte degli uomini della People’s Armed Police ha creato una forte tensione tra la popolazione tibetana di Lhasa. Venerdì 14 marzo è esplosa la rivolta.

La scintilla è scoccata nel mercato del Tromsikhang, a ridosso del circuito del Barkor. Il Tromsikhang era un antico palazzo costruito nel XVII secolo dal sesto Dalai Lama. Era una costruzione grande come un intero isolato: sessanta metri di lato per quaranta. Oggi, di quel grandioso palazzo, resta in piedi solo la facciata. Tutto il resto è stato demolito nel corso dell’opera di “bonifica” della città vecchia fatta dai cinesi. Grazie a questa bonifica sono scomparsi i vicoli e le stradette che impedivano il passaggio alle camionette della polizia cinese durante le manifestazioni di protesta dei tibetani. Di fronte a quel che resta oggi del Tromsikhang c’è un grande shopping mall cinese. Vende scarpe, stereo, tappeti, cappelli, orologi cinesi. Dall’alba al tramonto, gli altoparlanti di questo shopping mall vomitano addosso musica pop cinese a tutto volume ai pellegrini tibetani che percorrono il circuito del Barkor recitando mantra. Venerdì mattina, per i tibetani della zona, la provocazione è stata intollerabile. I negozi cinesi del mercato che prende il nome dal Tromsikhang sono andati a fuoco. La rivolta si è estesa poi ad altre aree della città. È intervenuto l’esercito. Ha sparato sui dimostranti ad altezza d’uomo. Il governo tibetano in esilio parla di 80 morti. Forse cento. Lunedì notte scade l’ultimatum delle autorità cinesi. La tragedia tibetana potrebbe assumere proporzioni spaventose.

Come già il 27 settembre e primo ottobre 1987 e il 5 marzo 1988 – le tre date ricordate con il termine tibetano “Gu-Chu-Sum” – ancora una volta sono stati i monaci buddisti a iniziare la protesta. A questi religiosi stanno particolarmente a cuore le sofferenze del popolo tibetano e, nel segreto dei loro monasteri, è possibile organizzarsi. E mentre il pregare, il prostrarsi, il far ruotare i mulinelli di preghiera, il bruciare incenso sono tutte azioni individuali, il percorrere un circuito sacro – fare il “khorra”, come dicono i tibetani – è un rito collettivo ed è facile aggiungervi una dimensione politica. Tutte le rivolte degli ultimi anni a Lhasa sono iniziate nel circuito del Barkor.

* * *

Lo stesso lunedì 10 marzo, giorno in cui hanno avuto inizio le manifestazioni di protesta dei monaci a Lhasa, è partita da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, la “Marcia del ritorno in Tibet”. Il 13 marzo, per i più di cento marciatori, è stata una giornata particolarmente drammatica. Mentre arrivavano le notizie che nella capitale del Tibet i tre grandi monasteri erano stati circondati dalla polizia e alcuni monaci, in segno di protesta, avevano tentato il suicidio dandosi fuoco, la polizia indiana fermava la marcia dei profughi arrestando tutti i suoi partecipanti. Il 14 marzo, il Tibetan Youth Congress, la Tibetan Women’s Association, il Gu-Chu-Sum Movement of Tibet e il National Democratic Party, quattro delle organizzazioni che hanno dato vita alla marcia, hanno emesso un comunicato in cui si ricordava che la loro azione non violenta si ispirava alla “Marcia del sale” del Mahatma Gandhi, il padre della nazione indiana. Chiedevano quindi il rilascio di tutti gli arrestati e di poter continuare la marcia. Il governo indiano ha mostrato clemenza. Ha tenuto i marciatori della prima ora bloccati nello Yatri Niwas, una guest house della cittadina di Jawalaji, nello stato dell’Himachal Pradesh e ha permesso a un secondo gruppo di militanti tibetani di riprendere la marcia. L’immagine del Mahatma Gandhi che, assieme a quella del Dalai Lama, apre il corteo ha impedito al governo indiano di usare le maniere forti. A Lhasa, intanto, tutte le comunicazioni sono state interrotte. E quando la mannaia cinese si abbatterà definitivamente sulla capitale cinese, la marcia dei tibetani in esilio sarà l’unica fiammella a rimanere accesa a illuminare la notte in cui è piombato il popolo tibetano. Con questa marcia si vuole ricordare al mondo quella che, usando le parole di Gandhi, è oggi per i tibetani «the battle of right against might», la battaglia della giustizia contro la forza.

Resta il problema del che fare, per mettere fine all’ipocrisia dell’Occidente di fronte alla tragedia di un intero popolo che sta oggi sotto gli occhi di tutti. Forse bisognerebbe far proprie le tre richieste degli organizzatori della “Marcia del ritorno in Tibet” e condizionare la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino a un loro effettivo accoglimento da parte delle autorità cinesi. Le tre richieste sono: che vengano rimossi tutti gli ostacoli che impediscono un ritorno senza condizioni del Dalai Lama in Tibet, che il governo cinese inizi a smantellare quell’occupazione coloniale del Paese delle nevi che dura da quasi sessant’anni, che la Cina liberi tutti i prigionieri politici tibetani. Le richieste non sono pura utopia. Il ritorno del Dalai Lama in Tibet è stato chiesto nell’ottobre scorso dallo stesso presidente americano George W. Bush nel suo discorso di consegna al Dalai Lama della medaglia d’oro del Congresso americano.

L’inizio dello smantellamento dell’occupazione militare del Tibet fu lo stesso Hu Yaobang, già segretario del partito comunista cinese, a chiederlo. Nel giugno 1980, dopo aver visitato la “comune antimperialista” nella Regione autonoma del Tibet, Hu Yaobang disse che «la presenza cinese in Tibet è stata un ostacolo allo sviluppo della regione» e suggerì di «ridurre dell’85 per cento la presenza dei quadri cinesi nella Regione autonoma del Tibet». Infine, la richiesta di scarcerazione di tutti i prigionieri politici tibetani è il minimo che ogni paese democratico possa chiedere alle autorità di Pechino. Ci sarà qualche governo in Occidente – e in particolar modo quello che in Italia uscirà dalle elezioni del 13 e 14 aprile – che saprà far proprie queste richieste?

Ma anche se, ancora una volta, i tibetani verranno lasciati soli, i coloni cinesi non si devono fare soverchie illusioni. C’è un proverbio tibetano che dice: «Le mura esterne di pietra possono crollare, le mura interne del Dharma non possono essere distrutte», dove il Dharma è l’insegnamento del Buddha, la fede dell’intero popolo tibetano. Con la scadenza dell’ultimatum di Pechino la resistenza fisica del popolo tibetano, nei prossimi giorni, verrà soffocata nel sangue. Eppure, fino a quando anche un solo tibetano vivrà in Tibet, la Cina non riuscirà mai a distruggere la fede degli abitanti del Paese delle nevi.
Carlo Buldrini

Categorie:esteri, religione, tibet

Tibet: in marcia per tornare

5 marzo, 2008 2 commenti

Nel dicembre 2007 e gennaio 2008 le forze armate indiane e cinesi “si sono prese per mano” e hanno effettuato un paio di esercitazioni militari congiunte, la prima in territorio cinese, nella provincia dello Yunnan, la seconda a Chusul in Ladakh, in territorio indiano. “Hand-in-Hand,” appunto, è la denominazione piuttosto poetica che è stata data all’iniziativa. E poetico, perfino commovente, è lo scopo della stessa: “combattere il terrorismo e garantire la pace, la stabilità e la creazione di un «mondo armonioso».”

Il guaio è che adesso il confine tra i due Paesi è presidiato militarmente, palmo a palmo, sia a oriente che a occidente, e dunque sarà dura per i militanti tibetani che il prossimo 10 marzo partiranno da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, e tenteranno di entrare nel Paese delle nevi con la loro “Marcia del ritorno in Tibet.” I partecipanti sono perfettamente consapevoli dei rischi cui andranno incontro, e giustamente chiedono che il mondo sappia …

“Abbiamo bisogno di volontari, di gente che lavori nei media, di scrittori, fotografi, bloggers. Abbiamo bisogno di infermieri, cuochi, tecnici. E abbiamo bisogno soprattutto delle vostre preghiere.”

Eccoci, siamo qui. Lunedì 2 marzo Carlo Buldrini ha raccontato il tutto sul Secolo XIX di Genova. Un altro articolo imperdibile, che potete leggere per intero qui di seguito.

Una marcia pacifica per la librazione del Tibet

L’hanno chiamata la “Marcia del ritorno in Tibet”. Partirà da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, il prossimo 10 marzo. Sarà l’evento più importante del Tibetan People’s Uprising Movement, un movimento lanciato da cinque organizzazioni tibetane in esilio: il Tibetan Youth Congress, la Tibetan Women’s Association, il Gu-Chu-Sum Movement of Tibet e gli Students for a Free Tibet. Tre sono le richieste che queste organizzazioni fanno al governo della Repubblica popolare cinese: 1. Che vengano rimossi tutti gli ostacoli che impediscono un ritorno senza condizioni del Dalai Lama in Tibet. 2. Che il governo cinese inizi a smantellare quell’occupazione coloniale del Paese delle nevi che dura da quasi sessant’anni. 3. Che la Cina liberi tutti i prigionieri politici tibetani, primo fra tutti il giovane Panchen Lama, Gedhun Choeky Nyima.

Nell’annunciare il Tibetan People’s Uprising Movement 2008, gli organizzatori hanno fatto esplicito riferimento all’insurrezione di Lhasa del 10 marzo 1959. Quel giorno, trentamila abitanti della capitale del Tibet circondarono il Norbulingka, il Palazzo d’estate dove si trovava il Dalai Lama. I dimostranti volevano impedire al giovane Tenzin Gyatso di recarsi ad assistere a una rappresentazione teatrale organizzata in suo onore a Silungpo, la sede del comando militare cinese a Lhasa. Tra i tibetani si era infatti sparsa la voce che i cinesi volessero rapire il Dalai Lama e portarlo con la forza a Pechino. La protesta degli abitanti di Lhasa sfociò in un’aperta rivolta. La notte del 17 marzo 1959 il Dalai Lama, con indosso una divisa militare e un fucile a tracolla, uscì dal Norbulingka e iniziò la sua fuga verso l’esilio indiano. La repressione della rivolta da parte degli uomini della People’s Liberation Army fu spietata. Provocò 87.000 morti tra i tibetani che cercarono di resistere. Il dato lo si trova nello stesso “Rapporto politico” dell’Esercito di liberazione popolare cinese del 1960.

Anche la “Marcia del ritorno in Tibet” che inizierà il 10 marzo 2008 ha un preciso riferimento storico. “A ispirarci è stata la ‘Marcia del sale’ di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” dice Tenzin Tsundue, una delle figure di riferimento per tutti i giovani tibetani in esilio. Così come il Mahatma, con la sua marcia, sfidò l’impero britannico in India, altrettanto vogliono fare i tibetani nei confronti della Repubblica popolare cinese. Sperano di poter raggiungere il confine del Tibet alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino dell’agosto 2008. “Il nostro impegno a portare avanti una protesta non violenta è assoluto” dice Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress. Gli fa eco Tenzin Tsundue: “Dobbiamo capire una volta per tutte che la violenza, l’impugnare le armi, è un modo desueto per cercare di ottenere l’indipendenza. La nostra marcia costituirà una sorta di ‘sadhana’, un tributo spirituale a quella verità e a quella giustizia che ci ispirano nella nostra azione”.

Ma per i tibetani che si metteranno in marcia si prospettano giorni difficili. Nel dicembre 2007 le truppe indiane e quelle cinesi hanno effettuato un’esercitazione militare congiunta presso l’Accademia militare di Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan. L’esercitazione è stata chiamata “Hand-in-Hand 2007” e ha avuto per obiettivo “il combattere il terrorismo e il garantire la pace, la stabilità e la creazione di un ‘mondo armonioso’”. Nel gennaio 2008 la stessa esercitazione congiunta è stata ripetuta a Chusul in Ladakh, in territorio indiano. Il confine tra India e Repubblica popolare cinese è dunque presidiato militarmente, palmo a palmo, sia a oriente che a occidente. I militanti tibetani non hanno fatto sapere da quale punto del confine intendono entrare nel Paese delle nevi. Tutti i partecipanti sono comunque coscienti dei rischi e dei pericoli a cui vanno incontro. Molti, alla vigilia della marcia, hanno donato tutti i loro averi, mettendo in conto la possibilità di non fare ritorno. Ed è per questo che chiedono di non essere lasciati soli. Dicono: “La nostra marcia offre a tutti la possibilità di partecipare a uno storico movimento non violento. Con esso vogliamo ottenere la libertà per un paese che, ancora oggi, è tenuto soggiogato. Unitevi a noi. Sosteneteci in qualsiasi modo possiate. Abbiamo bisogno di informare la gente della nostra marcia. Cammineremo per sei mesi. Potete unirvi a noi come sostenitori, per un giorno o anche per una sola ora. Oppure per una settimana o per un mese intero. Abbiamo bisogno di volontari, di gente che lavori nei media, di scrittori, fotografi, bloggers. Abbiamo bisogno di infermieri, cuochi, tecnici. E abbiamo bisogno soprattutto delle vostre preghiere”.

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14 dicembre, 2007 Lascia un commento

Angela Merkel, di fronte alle proteste cinesi, lo aveva detto senza giri di parole: «Nella mia veste di cancelliere federale, decido io chi ricevere e dove». Prodi, evidentemente, è fatto di un’altra pasta. Ma, come diceva don Abbondio, uno il coraggio, se non ce l’ha, non se lo può dare, e quindi, anche se Della Vedova ha ragione («Prodi si vergogni: non era all’estero, lo ha evitato»), non è il caso di farne un dramma. Mettiamoci una pietra sopra, dunque, e smettiamo di torturarci.

Del resto non vogliamo ascoltare il consiglio buddista che il Dalai Lama ha impartito ai parlamentari che l’hanno ascoltato oggi a Roma? «Amore e buon umore, calma e compassione—ha detto—riducono lo stress, perché l’odio e la diffidenza fanno male al corpo e all’anima». Vabbè, l’odio, in ogni caso, lo lasciamo agli irriducibili anti-Cavaliere, ché qui non ne saremmo capaci neanche se volessimo. Diciamo, piuttosto, niente malumori, arrabbiature selvagge e mancanza di carità cristiana, e così riduciamo lo stress e stiamo in salute.

Più o meno allo stesso modo, cioè da vero buddista, sembra essersi regolato Massimo D’Alema, che pure avrebbe avuto un buon motivo per essere risentito nei confronti di Tenzin Gyatso, e invece ha reagito con grande equilibrio e saggezza. Giudicate voi: innanzitutto ha chiarito, doverosamente, che «il governo non è disposto a cedere a nessuna pressione nel suo sostegno per l’affermazione dei diritti umani in Cina», ma subito dopo ha aggiunto che neppure intende «cedere», il governo medesimo, «a chi pretende di definire l’agenda di incontri del Dalai Lama, che non sono stati chiesti». Insomma, era quasi offeso, il Ministro degli Esteri, che Sua Santità non avesse chiesto alcun incontro, ma con ineffabile magnanimità ha saputo infine aggiungere un magnifico «siamo lieti che sia qui» (e si è percepito appena un filo di malsimulato rammarico per essere stato ingiustamente snobbato).

Una cosa è certa: a noi, di tutto questo gran dibattere di colloqui richiesti o no (ma di fatto, ad ogni buon conto, preventivamente negati) resterà ben poco nella mente e nel cuore, quel che non potremo facilmente scordare sono queste parole rivolte al popolo italiano:

«Abbiamo bisogno del vostro sostegno morale, pratico e concreto. E’ importante per noi che dall’estero venga espressa preoccupazione […]. Fino a quando i cinesi non si renderanno conto che non si può andare avanti in questa maniera, non si potrà trovare una soluzione.»