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Archive for the ‘uomini d’onore’ Category

Questi potenti …

27 settembre, 2009 Lascia un commento

“Nella sua vita d’amatore, El Comandante avrebbe sedotto decine di donne e oggi avrebbe almeno 10 figli.” Beh, verrebbe  da dire, questi potenti non sono poi tutti uguali, qualcuno è più uguale degli altri

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Ehi, mica si scherza con la Giustizia …

12 marzo, 2008 2 commenti

Che sarebbe stata dura, per lei, lo si sapeva. Ha osato troppo, perché, vabbè, la legge è uguale per tutti (e ci mancgerebbe!), però bisogna anche imparare a stare al mondo e che certe cose non si fanno. Ossia, si possono anche fare, però dipende. Da un sacco di fattori. Per dire: a chi? perché? con quali presupposti e obiettivi? Mica si scherza con la Giustizia!

E così, per decisione della procura generale della Cassazione, il 27 giugno sarà “processata” davanti alla sezione disciplinare del Csm. Naturalmente stiamo parlando del Gip di Milano Clementina Forleo. Oggetto del procedimento, ovviamente, l’ordinanza con la quale l’imprudente Clementina aveva chiesto alle Camere l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni di alcuni parlamentari, tra cui Piero Fassino e Massimo D’Alema, per la vicenda Unipol.

Certo che è bello sapere che viviamo in un Paese in cui i diritti del cittadino sono tutelati con tanto scrupolo e dedizione—ehi, d’accordo, non si tratta esattamente di cittadini qualunque, ma che vogliamo fare, li discriminiamo solo perché sono dei politici, e magari proprio perché sono di un certa area politica anziché di un’altra? Già, e poi dicono che uno si butta con l’antipolitica! In-gra-ti, ecco quello che sono. Anzi, diciamola tutta: «Ver-go-gna»!

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Auguri, Clementina

5 febbraio, 2008 Lascia un commento

Clementina Forleo, evidentemente, ha stufato. Chi? Il Csm, naturalmente. Infatti si apprende oggi che la Prima Commissione dell’organo di autogoverno della Magistratura ha deciso all’unanimità di muovere un’altra accusa—sempre nell’ambito della procedura di trasferimento d’ufficio, risalente al 4 dicembre scorso, per “incompatibilità ambientale e funzionale”—nei confronti del gip milanese. La Forleo, come riferisce il Corriere e vari altri organi di informazione, avrebbe «personalizzato» le sue funzioni, interessandosi troppo, e ben al di là del suo ruolo istituzionale, al procedimento sulle scalate bancarie.

Che dire? Probabilmente la “trappola” in cui la Forleo è caduta è di tipo emotivo. Molto battagliera, ma anche molto giovane, ha reagito allo stress del suo isolamento istituzionale lasciandosi andare a pubbliche dichiarazioni circa presunte intimidazioni nei suoi confronti da parte di «soggetti istituzionali» e pressioni provenienti da non meglio specificati «poteri forti» affinché desse un taglio ai procedimenti di cui si occupava da gip. Ebbene, il Csm le rinfaccerebbe che tali accuse sarebbero rimaste «prive di riscontro». Dunque, la gip avrebbe creato creato «infondati allarmi» nella pubblica opinione.

Contropiede riuscito, si direbbe. Difficilissimo provare le pressioni, che sono ovviamente e immancabilmente sottili e ambigue—ché altrimenti il «potere» non sarebbe più il «potere» e chiunque potrebbe permettersi il lusso di sparlarne in libertà. Facile, invece, cogliere in fallo chi non ha dimestichezza con il linguaggio “polisemico,” se così si può dire, dei potenti. Qualcuno ricorda come Padre Cristoforo, nei Promessi Sposi, racconta al povero Renzo—che vuol sapere che diavolo ha risposto, il suo persecutore, al volenteroso frate—l’esito infausto del suo colloquio con don Rodrigo?

Le sue parole, io l’ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le parole dell’iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile. Non chieder più in là. Colui non ha proferito il nome di questa innocente, né il tuo; non ha figurato nemmen di conoscervi, non ha detto di pretender nulla; ma… ma pur troppo ho dovuto intendere ch’è irremovibile. [Cap. VII]

Povero Renzo, povera Clementina: che guaio non aver letto il capolavoro manzoniano! Circostanza invero inevitabile nel primo caso, ma non, ahimè, nel secondo. Una cosa è pressoché certa: chi ha letto (con attenzione) il romanzo può ricavare da questo e da altri brani un’interessante lezione circa il come bisogna parlare e come non bisogna parlare, quel che si può dire (e come, quando e a chi) e quel che si può solo lasciar intuire tra le pieghe del discorso!

E la sostanza? Vale a dire il sospetto più che legittimo, se non doveroso, sui fatti all’origine di tutto? Chi se ne importa. O meglio, importa e come, ma, c’è da supporre, non sempre ed esattamente nel senso della giustizia e del suo corso naturale. Auguri, comunque, a Clementina Forleo, che si è procurata nemici che la sanno lunga. «Nemici», sia ben chiaro, in senso “tecnico,” poiché tutti, fino a prova contraria, sono persone dabbene, cioè uomini d’onore. Ed essi dicono che Clementina fu ambiziosa (o avventata, o che esagerò, ecc.): quel che ci vuole è rispetto, rispetto, rispetto. Auguri.

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Aiutaci, Italia!

14 dicembre, 2007 Lascia un commento

Angela Merkel, di fronte alle proteste cinesi, lo aveva detto senza giri di parole: «Nella mia veste di cancelliere federale, decido io chi ricevere e dove». Prodi, evidentemente, è fatto di un’altra pasta. Ma, come diceva don Abbondio, uno il coraggio, se non ce l’ha, non se lo può dare, e quindi, anche se Della Vedova ha ragione («Prodi si vergogni: non era all’estero, lo ha evitato»), non è il caso di farne un dramma. Mettiamoci una pietra sopra, dunque, e smettiamo di torturarci.

Del resto non vogliamo ascoltare il consiglio buddista che il Dalai Lama ha impartito ai parlamentari che l’hanno ascoltato oggi a Roma? «Amore e buon umore, calma e compassione—ha detto—riducono lo stress, perché l’odio e la diffidenza fanno male al corpo e all’anima». Vabbè, l’odio, in ogni caso, lo lasciamo agli irriducibili anti-Cavaliere, ché qui non ne saremmo capaci neanche se volessimo. Diciamo, piuttosto, niente malumori, arrabbiature selvagge e mancanza di carità cristiana, e così riduciamo lo stress e stiamo in salute.

Più o meno allo stesso modo, cioè da vero buddista, sembra essersi regolato Massimo D’Alema, che pure avrebbe avuto un buon motivo per essere risentito nei confronti di Tenzin Gyatso, e invece ha reagito con grande equilibrio e saggezza. Giudicate voi: innanzitutto ha chiarito, doverosamente, che «il governo non è disposto a cedere a nessuna pressione nel suo sostegno per l’affermazione dei diritti umani in Cina», ma subito dopo ha aggiunto che neppure intende «cedere», il governo medesimo, «a chi pretende di definire l’agenda di incontri del Dalai Lama, che non sono stati chiesti». Insomma, era quasi offeso, il Ministro degli Esteri, che Sua Santità non avesse chiesto alcun incontro, ma con ineffabile magnanimità ha saputo infine aggiungere un magnifico «siamo lieti che sia qui» (e si è percepito appena un filo di malsimulato rammarico per essere stato ingiustamente snobbato).

Una cosa è certa: a noi, di tutto questo gran dibattere di colloqui richiesti o no (ma di fatto, ad ogni buon conto, preventivamente negati) resterà ben poco nella mente e nel cuore, quel che non potremo facilmente scordare sono queste parole rivolte al popolo italiano:

«Abbiamo bisogno del vostro sostegno morale, pratico e concreto. E’ importante per noi che dall’estero venga espressa preoccupazione […]. Fino a quando i cinesi non si renderanno conto che non si può andare avanti in questa maniera, non si potrà trovare una soluzione.»

Tranquilla, Clementina, è tutto a fin di bene …

3 dicembre, 2007 7 commenti

La vice presidente della Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, Letizia Vacca, preannuncia un “orientamento unanime” del Csm verso l’apertura di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità nei confronti del Gip di Milano Clementina Forleo. E puntualizza: «Lo spirito che ci muove non è certo persecutorio nei confronti di Forleo. Il nostro problema è riportare la serenità negli uffici giudiziari di Milano».

Va da sé che alla vice presidente—membro laico dell’organo di autogoverno della magistratura, su designazione del centrosinistra—la puntualizzazione non deve essere sembrata la classica excusatio non petita. Beata lei (quando si è dei “puri di cuore,” d’altra parte, a certi possibili risvolti, speculazioni malevole, ecc., non si è tenuti a far minimamente caso).
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Nuovi blogs

6 ottobre, 2007 4 commenti

Premessa numero uno: non amo i blogs dei giornalisti, tranne rare eccezioni—e trattasi per lo più di gente che scrive per testate di provincia, sgobboni della blogosfera che ci credono abbastanza e non presumono troppo di sé.

Premessa numero due: non amando il genere, i blogs dei giornalisti li leggo sì e no, e spesso non so neanche quali sono e dove sono (sì, sì, lo so che le due proposizioni sembrano in contraddizione tra di loro, ma non lo sono, fidatevi).

Camillo è una storia diversa. Intanto è un pioniere della blogosfera, anche se, fino a ieri, era un blog per modo di dire (niente commenti, niente permalinks e così via, una roba straziante, tecnicamente parlando), in secondo luogo è una buona fonte per sapere cosa si scrive, si pensa e si fa in America—e senza prendersi la briga di trascorrere mezze giornate al pc per arrangiarsi da soli. Inoltre, benché effettivamente poco provvisto di modestia, l’autore riesce talvolta a ironizzare su se stesso, il che, oltre a rendere quasi superflua l’ironia altrui, depone a favore del suo equilibrio mentale. E hai detto niente, di questi tempi, spazzati da ondate di follia collettiva e percorsi dai predicatori dell’anti-politica e persino dell’anti-informazione, in nome della guerra santa alle «caste», ovunque si celino e comunque si camuffino!

Oltre a tutto il resto, Camillo ci tiene regolarmente informati, appunto, sui blogs dei giornalisti, ché quando ne nasce uno, lui non manca di segnalarcelo tempestivamente. Ad esempio, ora perfino il sottoscritto è al corrente che Travaglio Marco ha un altro blog (“manettaro”), anzi due. Vado a vedere e scopro che ce n’erano già altri tre, tutti sul Cannocchiale, chissà perché. Ma non basta, sempre grazie all’instancabile filantropo scopro che pure Furio Colombo ne ha fatto uno, e così Gad Lerner. Uno dice, embé? Io rispondo che è sempre meglio essere à la page: sapere è potere, dopotutto, poi nel caso non ci vado più, ma intanto … li ho visti!

Da qualche ora Camillo è un blog tutto nuovo, che sarebbe il motivo di questo post. Neanche il paragone con la versione precedente: dare un’occhiata per crederci, quei pochi, nella moltitudine dei visitatori quotidiani, che ancora non avessero provveduto. Poi padronissimi di non metterci più piede. La qualcosa, se degli States non ve ne può importare di meno, non sarebbe una tragedia, ma neppure, dico io, una liberazione—e da cosa, dopotutto?

Quella piazza del Popolo cosi’ deserta

11 giugno, 2007 2 commenti

Dunque, in piazza del Popolo, alla manifestazione anti-Bush dei rifondaroli e dei dilibertiani, erano in quattro gatti. C’è di che pensare, indubbiamente. Come del resto davano da pensare le chiare parole scandite davanti alle telecamere di un tg dall’Oliviero medesimo in corso d’opera e alla sua maniera: «Io sono comunista, ma non sono stupido, e dunque sono qui a manifestare contro Bush, non contro il governo Prodi». Dichiarazione solenne, accompagnata per altro da una mimica facciale assai espressiva: se ho afferrato il concetto, il messaggio era rivolto a quelli che, per loro fortuna, non sono stupidi, ché con tutti gli altri, tanto, è inutile discutere (parole sante!). Certo, pure a prescindere dal tasso di comunismo (o di anticomunismo, come nel mio caso) di ciascuno, viene appunto da riflettere anche su questo: essere comunisti non significa essere stupidi. E l’excusatio non petita di Diliberto—autentica lezione di onestà intellettuale—lo conferma oltre ogni ragionevole dubbio.

A sinistra, però, quello di Diliberto non è stato l’unico colpo d’ala. Massimo Cacciari, infatti, ha messo il suo sigillo ad un’altra manifestazione di superiorità intellettuale. Il che, ovviamente, non sorprende che gli sprovveduti, giacché tutti conosciamo l’acume e la profondità del sindaco-filosofo. Dunque, su Repubblica di ieri si leggeva un’intervista che, datemi retta, è da incorniciare. Si iniziava, per la verità, con alcune constatazioni un po’ sbrigative, tipo questa:

«Il flop di piazza del Popolo? Bene, benissimo. Così diventa sempre più evidente: Giordano, Diliberto & company sono dei conservatori, forze del passato remoto, residui di ideologia. Con l’innovazione non hanno nulla a che spartire. Ecco perché non li segue più nessuno».

Si può condividere, io direi, però che diamine, c’è modo e modo! Comunque il colpo di genio viene subito dopo. L’intervistatore, Umberto Rosso, fa un’obiezione: «Ma Il governo Prodi si regge anche grazie a loro …». Ed ecco la risposta secca di Cacciari:

«Oggi è così. Che altro vuol fare, con i numeri che abbiamo? Siamo costretti. Per questa legislatura. Perché nella prossima mi auguro che il nodo venga sciolto una volta per tutte. Il Partito democratico deve smetterla di andargli sempre dietro, fanno zavorra».

Devo dire che sono estasiato. Soprattutto per la prima parte della risposta, che ha fatto strame del diniego di Gerhard Schröder a fare l’alleanza con i comunisti in Germania, il che gli ha fruttato, pensate un po’, la sconfitta elettorale e il matrimonio forzato con la CDU per dar vita alla famigerata große Koalition. Altro che Schröder, signori miei: quello è un perdente nato, imparate dal filosofo!

Ma non è tutto. Sentite questo elogio di Casarini, che fa giustizia di qualsiasi meschina aspirazione alla coerenza politica e ideale:

«Possiamo dire tutto il male possibile di Casarini, ma almeno qualcosa di nuovo l’hanno portato: un bisogno della politica, del desiderio, dell’utopia, chiamatela come vi pare».

Già, l’utopia. Ecco cosa manca al Pd: mica una buona dose di riformismo fattuale e non parolaio, no, gli manca un po’ di cara, vecchia, sana utopia! Imparare da Casarini, compagni!

E’ finita? Neanche per sogno. C’è un’altra perla. Quando l’intervistatore, poveretto, prova a insinuare il dubbio che «a recitare il doppio ruolo di sinistra di lotta e di governo alla fine si paga pegno», lui subito risponde, senza alcuna esitazione, che

«Berlinguer era di lotta e di governo. Ma le manifestazioni del suo Pci erano oceaniche. Allora come la mettiamo?»

Oceaniche, già, bei tempi! E allora, come vogliamo metterla? Ma andiamo, Cacciari indica due Maîtres à penser come Casarini e Berlinguer, e l’Umberto non capisce che la Via maestra è questa, soltanto questa, nient’altro che questa? Suvvia, guardiamo al futuro!

Dove vuole andare a parare?

Dove vuole andare a parare? Se lo chiedono tutti, e sarebbe bello che qualcuno avesse la risposta. Ma forse non lo sa nemmeno lui, LCdM, e comunque, se così fosse, la cosa gli farebbe onore, o almeno lo metterebbe al riparo da certe reazioni. Dovrebbe, però, preoccuparsi di farlo sapere in giro, il che gli eviterebbe di beccarsi mazzate come quelle che Oscar Giannino gli ha assestato oggi su Libero: un massacro degno di un film di Quentin Tarantino, o almeno così a me pare. Davvero troppo, anche se le argomentazioni non mancano. Il punto, però, è che le argomentazioni non mancano neanche a LCdM. E semmai il problema, o l’«equivoco», come si esprime un editoriale del Foglio, è “dove va a parare?” Perché, vabbè, la destra italiana non è sarkozista (“politicamente iperprofessionale”), cioè (forse) “capace di realizzare un progetto organico di riforma,” ma nel bipolarismo è da quelle parti che gli imprenditori sanamente tecnocratici e compagnia bella si vanno a collocare. Il resto son chiacchiere.

Oppure LCdM è soltanto un “ambizioso,” come taglia corto Giannino. Dai tempi dell’assassinio di Cesare—almeno stando a William Shakespeare—quella dell’ambizione è sicuramente un’accusa da non prendere sotto gamba, però non bisognerebbe dimenticare che a Bruto quella celeberrima argomentazione è costata cara … Ricordiamo tutti quel perfido individuo di Marc’Antonio che ripete il mantra: “Ma Bruto dice che Cesare era ambizioso, e Bruto è un uomo d’onore …” Ok, chiedo venia per gli accostamenti, ma, di grazia, da quando in qua, caro Giannino, è una cosa così orribile essere ambiziosi? E poi, parlando fuori dai denti, chissenefrega se quello là è ambizioso?

Con questo non voglio certo spingermi fino a sponsorizzare i toni—ma i contenuti sì, perbacco!— dell’editoriale odierno del Corriere, a firma di Dario Di Vico:

Quegli imprenditori che sono stati capaci in regime di moneta unica (senza le generose svalutazioni di una volta) di riconquistare palmo a palmo decisive quote di export, ora si chiedono perché debbano essere finanziate comunità montane a pochi metri di altezza sul livello del mare, perché i consiglieri della regione Veneto abbiano diritto ai funerali gratis e perché si dilapidi denaro pubblico per tenere in piedi istituzioni quasi inutili come le province. Chiedono se la politica abbia scelto come missione quella di perpetuare se stessa e il suo ricco indotto o piuttosto non debba dedicarsi a costruire l’Italia del 2015.

Una cosa è certa, ed è quella che ha sintetizzato Antonio Polito: Montezemolo ha parlato da leader dei Volenterosi. Un’altra certezza è che Pierferdinando Casini ha condiviso il discorso del presidentissimo, in linea, del resto, con ciò che qualche settimana fa auspicava Bruno Tabacci: un allargamento dell’area Udc a personalità esterne. Se poi alla «nuova borghesia consapevole» di cui parla LCdM siffatta prospettiva possa interessare è ovviamente un altro discorso. Del resto, come ha scritto Giannino,

il presidente dai mille incarichi ha una massima ben chiara: tipico dei veri ambiziosi è farsi portare dalle onde, senza curarsi della schiuma. Non l’ha mica detta un fesso qualunque, ma uno che al potere ha pensato mezza vita e per l’altra l’ha gestito personalmente: Charles de Gaulle.

Ora, c’è un’ultima certezza da spendere a beneficio dei lettori di questo blog: De Gaulle, appunto, non era un fesso. Il resto è sommamente incerto e opinabile. A meno che non ci si fidi di uno che ha una certa esperienza nel settore, e che ha tagliato corto come Giannino (ma con molta più grazia …): «Il discorso del presidente di Confindustria di ieri? L’ho trovato con un tono troppo didattico. Soprattutto dirò a Montezemolo di non pontificare e di lasciare queste cose ai vescovi». Stiamo parlando—ma occorre dirlo?—di Gilio Andreotti. Eh, eterna Democrazia Cristiana!

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Il Bene e il Male in diretta

8 marzo, 2007 7 commenti

Stasera in tv c’erano due Italie. Una buona e una cattiva (oggi sono manicheo e me ne vanto). Nel senso—tanto per non lasciare dubbi—che una era rappresentava il bene e l’altra il male. Una, quella cattiva, era in scena a Otto e mezzo, l’altra, quella buona, ad Anno zero. La prima—che ho visto per intero—discuteva sulla “rivoluzione” di Ruini, con Emanuele Severino, Rosi Bindi, Sandro Magister e Luigi Bobba. Una discussione di alto profilo, civile …, però che sofferenza, ragazzi, quei discorsoni seriosi!

La seconda discuteva di diritti dei gay, e poi non so di che altro, visto che dopo cinque o sei miniti ho lasciato perdere (poi spiego perché). Chi c’era? Mah, io ho fatto caso soltanto a due personaggi: uno era Clemente Mastella, l’altro non lo conosco se non per averlo intravisto qualche altra volta da Santoro, e al momento non mi ricordo come si chiama (ma forse alla fine mi verrà in mente). Dunque, Mastella esprime il suo parere (che è quello che è) sulla materia del contendere. A un certo punto, se non ricordo male su sollecitazione di Santoro, fa riferimento alla sua fede per argomentare la sua posizione sull’argomento oggetto del dibattito, e lo fa in maniera molto corretta, senza presunzione, con equilibrio, mettendo avanti la consapevolezza che la fede, pur se intensamente vissuta, è anche dubbio, umana fragilità e cose di questo genere. Insomma, ci siamo capiti, che rottura ‘sti cattolici!

L’altro personaggio, nel frattempo, tace, ma una telecamera assassina lo inquadra per qualche secondo: si copre la bocca con una mano, trattiene a stento le risate mentre gli occhi quasi fuoriescono dalle orbite per lo sforzo. Come se chi stava parlando in quel momento stesse raccontando una barzelletta oscena, o come se Veltroni stesse rievocando (naturalmente davanti alle telecamere e alle penne fameliche dei cronisti) una delle innumerevoli scene struggenti del suo ultimo viaggio in Africa e ne stesse ricavando, trattenendo a stento le lacrime, un prezioso insegnamento da trasfondere senza se e senza ma nella sua quotidiana ed instancabile azione politica. Un momento di grande televisione-verità.

Ah, che magnifica trasmissione, con quell’ intelligenza vagamente selvaggia, se mi si passa l’espressione e il quasi ossimoro, e quel gusto un po’ estremo per la provocazione (intellettuale, of course) che sprizzava da tutti i pori e perfino, appunto, fuori dagli occhi del personaggio semi-sconosciuto!

Insomma, ribadisco che ho visto in scena il Bene e il Male. Naturalmente, era più interessante il Male (come la Divina Commedia: volete mettere l’Inferno rispetto al Paradiso?). Comunque, se, come dicevo, dopo qualche minuto di quel concentrato di Bene ho spento il televisore, è stato solo ed esclusivamente perché all’improvviso ho avvertito dei problemi all’apparato digerente—sintomi inequivocabili che non nomino per educazione … Succede, dopo cena, quando si è un po’ delicati.

Vabbè, l’ho detto. Dovevo dirlo, e ora sono soddisfatto. Che altro? Ah sì, or ora, rievocando lo spiacevole dopo-trasmissione, m’è venuto in mente il nome del personaggio (mi sarebbe dispiaciuto tacerlo): era un certo Travaglio, Travaglio Marco, e ora che ci penso devo essermi già occupato di lui in qualche altro post, nella categoria “uomini d’onore,” alla quale appartiene di diritto anche questo modesto esercizio di stile.

Morte al tiranno!

12 dicembre, 2006 2 commenti

La notizia è di quelle che non scorrono via come acqua fresca—magari anche un po’ sporca—e subito le puoi archiviare come l’eterno deja vu. Che l’Uomo di Teheran sia stato preso a male parole da un gruppetto di studenti non è esattamente come l’oltraggio subito in quel di Bologna dal suo, per così dire, omologo di Roma. Vittima, il primo, di qualche sconsiderato, ma invero coraggiosissimo, giovanotto (sostenuto da giovinette non manco ardite e sprezzanti del pericolo). E vittima, il secondo, più del destino cinico e baro che gli ha comandato di governare un popolo di malati di mente—per ripetere, addolcendolo, il suo severo e inappellabile giudizio—che dell’ignoranza e della protervia di qualche decina di imberbi studentelli. Ed entrambi, s’intende, uomini d’onore e degni del massimo rispetto, ancorché, dei due, l’uno sia quel che si dice un Gengis Khan redivivo, per quanto sa essere terribile nell’ira e nell’odio dell’inimico, e l’altro, più modestamente, un Balanzone che non metterebbe paura neppure travisato da Dracula il Vampiro (cui pur si compiace di fare il verso in tempo di Finanziaria, a voler dirla tutta).

Ma lasciando da parte tutte le differenze e le somiglianze tra i due infausti episodi—cui solo il Caso ha voluto malignamente conferire una contiguità temporale—e concentrando com’è giusto e sacrosanto la nostra attenzione sull’Uomo di Teheran, non si può non sottolineare con forza la magnifica reazione dell’illustre Offeso, il quale, rispondendo all’infame auspicio di quella plebaglia scatenata («Morte al tiranno!», purtroppo …), ha fatto notare che «la minoranza che sostiene che non ci sia libertà di parola sta impedendo alla maggioranza di sentire il mio discorso». Quanta signorilità! E quale acutezza, quale sfoggio di politcal correctness! Un vero peccato, tuttavia, che l’agenzia di stampa ufficiale iraniana, Irna, non abbia menzionato la protesta e che la tv di Stato abbia bensì dato notizia del discorso del presidente, ma senza riferire della contestazione (le uniche informazioni disponibili sono arrivate dalla semi-ufficiale agenzia Fars). Davvero indegna di questo grande Leader la meschineria perpetrata dalle servili agenzie d’informazione ufficiali! Possiamo ben immaginare lo sdegno del Capo Supremo quando (e se) scoprirà l’improvvida omissione …

Ma, attenzione, la rispostina di cui sopra non è ancora niente, infatti il “tiranno”—è chiaro a tutti l’affetto con il quale uso il termine, al limite del paradosso!—ha aggiunto quest’altra perla di saggezza politica: «Per anni abbiamo combattuto contro la dittatura (dell’ex Scià, ndr) e per i prossimi mille anni nessuno potrà costituire una dittatura in Iran, nemmeno in nome della libertà». Già, perché le dittature, quelle vere, si mettono su «in nome della libertà», mica del fanatismo religioso, della lotta di classe di stampo marx-leninista, dell’antisemitismo, del razzismo in genere e di simili, volgari imitazioni dell’unico e vero Modello! No, amici, compatrioti, cittadini delle democrazie plutocratiche dell’Occidente, la sola e autentica tirannia è quella che si nasconde dietro il paravento della vostra libertà, anzi, è la libertà medesima! Parole indimenticabili. E, per favore, non andate alla ricerca del solito pelo nell’uovo domandandovi come si concili questa affermazione con la precedente, cosa ci azzecchi, cioè, l’equiparazione tra libertà e dittatura con la rivendicazione da parte del Presidente della (propria) libertà di parola. Davvero, credetemi, se non l’avete capito, non avete capito niente.

Lasciate, dunque, a chi invece ritiene di aver capito qualcosa, gridare alto e forte, qui ed ora, all’unisono con gli studenti dell’università Amir Kabirdi di Teheran, il mio personale e convinto
«Morte al tiranno!», nella speranza che diventi il grido di un’intera nazione, e se possibile dell’universo mondo. E, mi raccomando, capite bene a cosa e a chi alludo con il funesto auspicio …