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Perché Firenze manda in tilt la logica della performance

Mio pezzo su Money.it
ABSTRACT: La mostra dedicata al Beato Angelico a Palazzo Strozzi non è una di quelle esposizioni che cercano l’effetto spettacolare. Non aggredisce lo sguardo, non punta sul colpo di scena. Fa qualcosa di più sottile — e, proprio per questo, più destabilizzante.
In questo articolo racconto la mia esperienza personale a Firenze, tra la visita agli Uffizi e soprattutto l’incontro ravvicinato con l’opera del Beato Angelico. Un artista che pensavo di conoscere bene, e che invece, visto in questa forma concentrata, ha prodotto un vero punto di rottura percettivo. Non uno choc improvviso, ma una progressiva perdita di distanza critica: la sensazione che la bellezza, quando è troppa e troppo coerente, smetta di essere “gestibile”.
Solo a posteriori viene spontaneo collegare questa esperienza a ciò che da tempo si associa a Firenze, la cosiddetta sindrome di Stendhal. Ma il cuore del racconto non è l’etichetta. È l’effetto concreto di un’esposizione che chiede tempo, attenzione e disponibilità a rallentare.
Per una testata come Money.it, orientata alla realtà e alle scelte razionali, questa mostra offre una lezione molto pratica: non tutto ciò che conta è ottimizzabile. Esporsi deliberatamente a una bellezza che non serve a nulla, se non a cambiare il nostro sguardo, è un investimento sul capitale mentale ed emotivo.
Un invito, quindi, a visitare la mostra non per “vederla tutta”, ma per lasciarle fare il suo lavoro. Anche a costo di uscirne un po’ disorientati.











