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Tutto, meno che la chiarezza

Riprendo il filo dei discorsi, dopo la pausa dei giorni scorsi, e dico subito che non è una cosa tanto automatica. Perché la politica nostrana—almeno, penso, per chi non è coinvolto in prima persona con qualche partito, partitino, gruppuscolo e via dicendo—è ormai una faccenda alla quale ci si può dedicare soltanto con uno spirito simile a quello di chi ha scelto di infliggersi un qualche castigo per i giorni spensierati che è riuscito a strappare alla vita, in epoche lontane e irraggiungibili. Ma se il fardello è pesante, c’è sempre la speranza di meritare il premio promesso, cioè «il centuplo quaggiù e la vita eterna» (cfr. Mc 10, 29-30).

E allora ecco due temi belli freschi—si fa per dire—come quelli della futura ledership veltroniana del futuro Pd e della «Costituente socialista» per una nuova (futura) forza politica che ricomponga i frammenti di un mosaico perduto nelle tempeste della storia. Del secondo argomento ha scritto Pierluigi Battista in uno struggente editoriale pubblicato sul Corriere di oggi. Lo scenario è così mirabilmente riassunto:

Oggi riparte l’affanno­sa ricerca di una nuova, improbabile sintesi che do­vrebbe comporre i frammenti del mosaico che si rifà al socialismo. Un disegno che dovrebbe rimettere ordine in una galassia socialista che, se si eccettua quella sua parte stabilmente confluita in Forza Italia assieme a una parte consistente dell’elettorato del Garofano sfio­rito dell’era craxiana, oggi assomiglia a una congerie di segmenti in perenne ricerca di una casa: i socialisti di De Michelis che vanno in minoranza nel nuovo Psi, insofferenti dell’abbraccio berlusconiano; gli spezzoni dei Ds di Mussi e Angius refrattari al Partilo democra­tico in nome dell’identità socialista e tuttavia tentati, in una Sinistra democratica ancora confusa, dall’alle­anza con l’area politica tuttora di denominazione comunista; ex diessini di vena libertaria come Turci e Caldarola; maggiorenti dell’ex Psi come Rino Formi­ca ed esponenti di spicco del migliorismo filo-sociali­sta dell’ex Pci come Emanuele Macaluso. Una Costi­tuente socialista così frastagliata che assomiglia piutto­sto a un adunata di riottosi condannati a un esito mino-ritario e residuale.

Molto bene, di diceva. Il problema, con Pierluigi Battista, è però la soluzione proposta, vale a dire il mantenimento dell’alleanza con i radicali. Battista dice che il patto consentirebbe di tener fermi “quattro punti identitari dolorosamente assenti nell’attuale cen­tro-sinistra,” vale a dire

la scelta di una linea di libertà economiche in contrasto con una maggioranza nello schiera­mento di governo vulnerabile alle tentazioni del dirigi­smo neo-statalista. Un’opzione esplicitamente filo-occidentale che avrebbe potuto far da contrappeso a una linea di politica internazionale diffidente se non con­flittuale con la politica degli Stati Uniti. La difesa di una trincea garantista mai messa definitivamente al sicuro dai richiami della foresta giustizialista ancora massicciamente presente nella sinistra. E infine una scelta a difesa della laicità dello Stato e dei diritti civili che facesse da contrappeso alle forze cattoliche della coalizione, senza smarrirsi in un anticlericalismo ag­gressivo e vociante che della laicità della politica è solo una verbosa degenerazione.

Il ragionamento, almeno da un certo punto di vista, sembra filare, però il vicedirettore del Corriere dà troppo poco peso al pessimo risultato elettorale di un anno fa. E qui, appunto, casca il palco. Il guaio è che è facile dare consigli a chi deve prendere i voti senza pagare il pedaggio dei voti che non si prendono. E’ un’eterna storia, ma Battista probabilmente non ha mai fatto politica attiva, o se l’ha fatta ha giustamente cambiato mestiere. Io insisto sulla mia vecchia idea che i riformisti dovrebbero andare a rafforzare il debole e contraddittorio riformismo del Pd, mentre i Mussi e gli Angius sarebbe meglio che seguissero il richiamo della foresta dei loro vecchi sodali dell’area politica “tuttora di denominazione comunista,” per usare l’elegante dizione battistiana. Ma tutto sembra valere, nelle vicende politiche di questo Paese, meno che la chiarezza concettuale e l’onestà intellettuale.

Un’amara constatazione che, mi sembra, si adatta a perfezione anche al caso Veltroni-Pd. La scelta sul sindaco di Roma, infatti, è con ogni probabilità una non-scelta: il Pd non ha bisogno di ecumenismi—che sono la «cifra» del futuro capo partito—ma di scelte di campo, non può puntare sulla politica degli «et-et», come suggeriva Eugenio Scalfari nel solito, anodino, sermone domenicale su Repubblica, rinunciando a quella degli «aut-aut», e vendere una non-scelta come il passaggio «dall’ideologia al pragmatismo». Ma il Fondatore ci ha abituato a queste acrobazie logico-politiche. Nello stesso articolo, ad esempio, ha regalato ai lettori un’altra chicca:

Si dice anche: ogni popolo ha la classe dirigente che si merita, ma questo è sbagliato. Questo modo di dire va capovolto: ogni classe dirigente ha il popolo che si merita.

A rigore si potrebbe ribattere che il ragionamento sarebbe giusto … se non fossimo in democrazia: una classe dirigente auto-proclamatisi tale e, di conseguenza, auto-referenziale, ha certamente il popolo che si merita, ma con il libero suffragio universale è vero invece che il popolo ha esattamente la classe dirigente che si merita. Che poi certi meccanismi perversi possano stravolgere in qualche misura il nesso di causa-effetto non inficia la sostanza della questione. Io sospetto che a Scalfari, pur di estrazione azionista, la pluridecennale contiguità con i comunisti e i loro derivati abbia giocato un brutto scherzo, nel senso di avergli confuso le idee sul concetto di democrazia liberale. Il problema, semmai, è quello di creare meccanismi e circoli virtuosi che inducano classe dirigente e popolo a migliorarsi reciprocamente, non certo impegnarsi affinché la prima si faccia carico dell’elevazione del secondo se questo non lo pretende. Sia chiaro: non voglio sottilizzare inutilmente, voglio solo dire che se non si è capaci di ragionare correttamente non si possono neppure dare consigli a chi ci deve governare.

Comunque, per tirarsi fuori dalla palude scalfariana e veltroniana—due teste dello stesso monstrum politichese e parolaio—, è sufficiente leggere ciò che ha scritto ieri Angelo Panebianco sul Corriere, pur con spirito bipartisan e senza sbattere aprioristicamente la porta in faccia al neo-leader. In particolare, ecco la strada che Veltroni non dovrebbe seguire:

E’ la strada dell’ecumenismo, dell’embrassons nous, del niente ne­mici a sinistra, dei segna­li a centoottanta gradi agli interessi — pubblici e privati — che contano, il tutto infiocchettato nel­le più o meno suggestive genericità verbali della «bella politica».

Ora, sinceramente nemmeno io vorrei sbattergli la porta in faccia. Ho dei brutti presentimenti, questo sì, che posso farci? Ma in fondo non costa nulla aspettare ancora un po’, magari solo fino a domani, per sciogliere tutte le riserve del caso.

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Categorie:interni, partiti
  1. ephrem
    27 giugno, 2007 alle 18:45

    Continuavo a pensare che l’operazione Veltroni fosse pura e semplice cosmesi politica, lo pensavo fin dal giorno dell’incoronazione da parte di D’Alema. Ora che ho sentito le sue parole ne ho la certezza.

  2. rob
    28 giugno, 2007 alle 6:35

    Ho ripreso l’argomento nel post successivo …

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